Il triste caso della recente tragedia di Pietralata riapre il tema della solitudine vissuta dalle famiglie con disabilità e dei limiti della presa in carico.
La porta dell’appartamento era chiusa, ma la vera separazione dal resto del mondo potrebbe essere iniziata molto prima. La tragedia avvenuta nel quartiere romano di Pietralata, dove sono stati trovati morti Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e la loro figlia Bianca, di appena cinque anni, impone una riflessione che non può esaurirsi nella cronaca nera. Le indagini dovranno stabilire con certezza la dinamica, le responsabilità e la sequenza degli eventi. Secondo la ricostruzione iniziale, al momento ancora al vaglio degli inquirenti, si sarebbe trattato di un duplice omicidio seguito da suicidio.
All’interno dell’abitazione sarebbero stati rinvenuti alcuni messaggi lasciati dai genitori. In quelle parole ricorrerebbe un’ammissione devastante: da soli non ce la facciamo. Una frase che non può diventare una scorciatoia interpretativa, né essere utilizzata per giustificare l’uccisione di una bambina. Bianca è una vittima e la sua disabilità non può essere trasformata nella spiegazione automatica di ciò che è accaduto. Allo stesso tempo, ignorare il senso di isolamento emerso dalle prime ricostruzioni significherebbe rinunciare a comprendere una parte del problema.
La solitudine non è un alibi, ma può essere un fatto sociale. E i fatti sociali, a differenza delle fatalità, chiamano in causa decisioni pubbliche, organizzazione dei servizi, risorse economiche e qualità delle relazioni costruite attorno alle persone più fragili.
Essere seguiti non significa necessariamente essere accompagnati
Uno degli elementi più difficili da affrontare riguarda la notizia secondo cui la famiglia fosse conosciuta dai servizi sociali e sanitari del territorio. I rappresentanti del IV Municipio hanno riferito che il nucleo riceveva sostegno, che Bianca aveva frequentato un servizio educativo e che la madre aveva lasciato il lavoro per occuparsi a tempo pieno della figlia. Sono circostanze che dovranno essere ricostruite in maniera completa, evitando processi sommari nei confronti degli operatori.
Proprio questa presenza istituzionale, tuttavia, apre una domanda più complessa: quando una presa in carico può dirsi davvero efficace? L’esistenza di un fascicolo, di un contributo economico o di contatti periodici non coincide automaticamente con la percezione di avere qualcuno accanto. Tra la registrazione amministrativa di un bisogno e l’accompagnamento quotidiano di una famiglia può aprirsi una distanza enorme.
Lo ha sottolineato anche l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, annunciando un’interlocuzione con le istituzioni competenti per comprendere quali sostegni fossero stati assicurati, con quale continuità e se risultassero adeguati alla situazione. La questione non è individuare frettolosamente un ufficio al quale attribuire la colpa. È capire se il sistema abbia gli strumenti per riconoscere il momento in cui una fragilità ordinaria si trasforma in un’emergenza.
La frase scelta dal Garante centra il punto: «Essere formalmente presi in carico non sempre significa sentirsi realmente accompagnati». Il problema, dunque, non riguarda soltanto la quantità delle prestazioni erogate. Contano la loro durata, la regolarità, il coordinamento tra professionisti e la capacità di adattarsi quando le condizioni familiari cambiano. Un sostegno che arriva per poche ore, una visita sporadica o un contributo difficile da ottenere possono essere utili, ma non sempre riescono a interrompere l’isolamento.
La disabilità non può diventare il colpevole invisibile
Il linguaggio utilizzato per raccontare Pietralata è decisivo. Parlare genericamente di una tragedia “causata dalla disabilità” produce un effetto pericoloso: sposta il peso dell’accaduto sulla condizione della bambina e finisce per rappresentare la sua stessa esistenza come un problema insostenibile. È una lettura ingiusta verso Bianca e dannosa per milioni di persone che convivono con una disabilità.
Non è la disabilità a rendere inevitabile la disperazione. Possono diventare insostenibili, invece, l’assistenza senza pause, la paura del futuro, l’abbandono del lavoro, l’impoverimento, le procedure burocratiche, l’assenza di occasioni di socialità e la sensazione che ogni difficoltà debba essere risolta dentro le mura domestiche.
Ivan Iacob, segretario generale dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani, ha ricordato che l’uccisione di un figlio non può trovare giustificazione. Questa premessa è indispensabile. Lo psicologo ha però invitato a osservare anche ciò che accade attorno a un nucleo che, per anni, affronta una condizione ad alta intensità assistenziale. Il sostegno, in questi casi, non dovrebbe riguardare esclusivamente la persona con disabilità. Deve comprendere i genitori, i fratelli e chiunque svolga concretamente il lavoro di cura.
Un caregiver può amare profondamente il proprio familiare e, nello stesso tempo, essere esausto, spaventato o psicologicamente provato. Riconoscere questa ambivalenza non significa descrivere la persona assistita come un peso. Significa smettere di pretendere che l’affetto sostituisca infermieri, educatori, psicologi, assistenti domiciliari e servizi di sollievo. L’amore non è una politica sociale e non può essere utilizzato come risorsa gratuita e inesauribile sulla quale costruire un intero modello di assistenza.
Quando il costo della cura resta dentro casa
Le conseguenze della disabilità sull’equilibrio economico di un nucleo familiare sono spesso profonde. Secondo dati diffusi nell’estate del 2026 da Alleanza contro la povertà, il rischio di povertà o esclusione sociale interessa il 28,4% delle famiglie nelle quali vive almeno una persona con disabilità, contro una media nazionale del 23,4%. Il 38,4% di questi nuclei si trova inoltre in una condizione di bassa intensità lavorativa, mentre tra le altre famiglie la quota si ferma al 9,1%.
Non si tratta soltanto di redditi più bassi. Quando un genitore riduce l’orario, rinuncia alla carriera o lascia definitivamente il proprio impiego, la cura produce effetti destinati a durare nel tempo: minori contributi pensionistici, dipendenza economica, riduzione delle relazioni professionali e difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro. La casa rischia così di trasformarsi contemporaneamente in abitazione, ambulatorio, spazio educativo e unico orizzonte della vita familiare.
La solitudine che emerge in queste situazioni ha almeno tre dimensioni. La prima è materiale: mancano ore di assistenza, denaro, trasporti accessibili o servizi disponibili durante tutto l’anno. La seconda è relazionale: amicizie, lavoro e occasioni di incontro si riducono progressivamente. La terza è istituzionale: la famiglia incontra molti uffici, ma può non trovare un unico referente capace di tenere insieme sanità, scuola, riabilitazione e sostegno sociale.
È in questa frammentazione che una rete apparentemente presente può rivelarsi fragile. Ogni servizio vede una porzione del problema, mentre nessuno dispone dell’intera fotografia. Le prestazioni esistono, ma seguono calendari differenti; le competenze sono distribuite tra amministrazioni diverse; le domande devono essere presentate e rinnovate da persone che hanno già esaurito buona parte delle proprie energie nella gestione quotidiana.
Dal fascicolo amministrativo a un vero progetto di vita
La riforma italiana della disabilità prova a correggere proprio questa dispersione attraverso il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. Il decreto legislativo 62 del 2024 prevede una valutazione multidimensionale che non si limiti alla diagnosi, ma consideri salute, casa, relazioni, scuola, autonomia e bisogni del nucleo familiare. Il modello contempla inoltre un responsabile dell’attuazione, verifiche periodiche e un budget composto da risorse economiche, professionali e strumentali.
Nel 2026 anche la provincia di Roma è stata coinvolta nella sperimentazione delle nuove procedure. Non sappiamo, e sarebbe scorretto suggerirlo, se la famiglia di Pietralata avesse richiesto o ottenuto un progetto costruito secondo questa disciplina. Il riferimento alla riforma serve però a indicare la direzione verso la quale il sistema dovrebbe muoversi: non una somma di prestazioni isolate, ma un percorso coordinato che comprenda anche chi presta assistenza ogni giorno.
Resta un nodo importante. L’avvio del progetto avviene normalmente su richiesta dell’interessato o di chi lo rappresenta. Ma le famiglie più stanche, disorientate o isolate sono spesso proprio quelle che faticano maggiormente a conoscere le opportunità disponibili, compilare le domande e rivendicare i propri diritti. Un welfare realmente preventivo non può limitarsi ad attendere che una persona allo stremo trovi ancora la forza di bussare alla porta corretta.
Servono meccanismi capaci di intercettare i cambiamenti: l’abbandono del lavoro da parte di un genitore, la rinuncia improvvisa a un servizio, l’aumento delle richieste di aiuto, l’assenza prolungata da scuola, la comparsa di sintomi depressivi o la progressiva chiusura della famiglia. Nessuno di questi segnali autorizza conclusioni automatiche, ma la loro combinazione dovrebbe attivare una verifica tempestiva e condivisa.
La lezione di Pietralata riguarda tutti
Sarebbe semplicistico affermare che un numero maggiore di ore domiciliari avrebbe certamente impedito la tragedia. Non conosciamo ancora abbastanza della storia privata della famiglia e nessun servizio può garantire che un evento estremo non si verifichi. Questa prudenza, però, non deve diventare una scusa per evitare domande scomode.
Occorre chiedersi quante famiglie siano oggi registrate, assistite o beneficiarie di qualche misura e, nonostante questo, continuino a sentirsi abbandonate. Bisogna valutare non soltanto quanti interventi vengono autorizzati, ma quante ore coprono realmente, quanti mesi durano, cosa accade durante l’estate, chi sostituisce un operatore assente e quanto rapidamente viene aggiornato il piano quando la situazione peggiora.
Il sostegno psicologico non dovrebbe arrivare soltanto nel momento della crisi. I servizi di sollievo non sono un lusso, ma uno strumento che permette ai caregiver di dormire, curarsi, lavorare e mantenere relazioni fuori dall’assistenza. Anche il cosiddetto dopo di noi non riguarda esclusivamente il futuro remoto: dare ai genitori la certezza di un percorso credibile per il proprio figlio significa ridurre oggi l’angoscia di ciò che accadrà domani.
La tragedia di Pietralata non deve essere trasformata in un racconto consolatorio sulla fragilità umana, destinato a scomparire insieme ai titoli di cronaca. Deve costringerci a rivedere un modello nel quale la cura viene considerata una questione privata finché una famiglia riesce a resistere. La soglia d’intervento non può coincidere con il momento in cui qualcuno dichiara di non farcela più.
Riflettere sulla solitudine emersa da questa vicenda significa allora chiedersi quale presenza siamo capaci di garantire prima della disperazione: non soltanto denaro, non soltanto pratiche, ma tempo, continuità, ascolto e responsabilità condivisa. Perché una società può avere molti servizi e lasciare ugualmente sole le persone. La differenza la fa la capacità di trasformare quelle prestazioni in una relazione stabile, riconoscibile e accessibile.
Se una persona manifesta l’intenzione di fare del male a sé stessa o ad altri, la situazione non deve essere affrontata da soli: è necessario contattare immediatamente il 112 o rivolgersi ai servizi sanitari di emergenza.