Urbanistica a Milano, la prima sentenza cambia il quadro: tutti assolti nel caso Torre Milano. Il verdetto che potrebbe segnare una svolta nelle inchieste sull’edilizia milanese
La prima sentenza arrivata nell’ambito delle numerose inchieste sull’urbanistica milanese potrebbe rappresentare un passaggio decisivo non soltanto per gli imputati coinvolti, ma anche per il futuro dei procedimenti ancora aperti. Il Tribunale di Milano ha infatti assolto tutti gli otto imputati nel processo relativo alla realizzazione della Torre Milano di via Stresa, uno dei casi simbolo delle indagini che da anni stanno alimentando il dibattito sul modello di sviluppo edilizio del capoluogo lombardo.
La decisione dei giudici stabilisce che i fatti contestati non costituiscono reato. Un pronunciamento che arriva dopo un lungo confronto tra accusa e difesa e che apre inevitabilmente interrogativi sugli effetti che questa interpretazione potrà avere sugli altri filoni giudiziari ancora in corso.
L’esito del processo è stato accolto con soddisfazione dagli avvocati degli imputati, mentre sul fronte istituzionale il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha espresso sentimenti contrastanti: da una parte la soddisfazione per l’assoluzione, dall’altra una forte critica nei confronti delle modalità con cui, a suo giudizio, l’accusa avrebbe sostenuto le proprie contestazioni.
Al centro del processo il sistema delle autorizzazioni edilizie
La vicenda giudiziaria ruota attorno alla costruzione di un grattacielo di oltre ottanta metri e ventiquattro piani realizzato in via Stresa. Secondo la Procura e gli investigatori della Guardia di Finanza, per autorizzare l’intervento sarebbe stata utilizzata una procedura considerata non adeguata alla portata dell’opera.
Nel dettaglio, il nodo riguardava l’impiego della cosiddetta Scia accompagnata da atto d’obbligo, una procedura basata su dichiarazioni e certificazioni del soggetto proponente, ritenuta dall’accusa insufficiente per un intervento urbanistico di tale dimensione. Secondo l’impostazione dei magistrati sarebbe stato necessario ricorrere a un piano attuativo, strumento che consente una valutazione più ampia degli impatti urbanistici e dei servizi necessari per l’area interessata.
L’ipotesi investigativa sosteneva inoltre che l’operazione fosse stata qualificata come intervento di ristrutturazione anziché come nuova costruzione, con conseguenze rilevanti sul piano autorizzativo.
Si tratta di una contestazione che non riguarda esclusivamente la Torre Milano ma che, negli ultimi anni, ha caratterizzato diversi procedimenti legati allo sviluppo immobiliare cittadino.
La buona fede degli imputati al centro della decisione
L’aspetto più rilevante della sentenza riguarda però le motivazioni anticipate dal Tribunale, in attesa del deposito completo previsto nei prossimi mesi.
Secondo quanto spiegato dal presidente del Tribunale, Fabio Roia, il collegio ha ritenuto assente l’elemento soggettivo necessario per configurare il reato. In altre parole, non sarebbero emersi né dolo né colpa da parte degli imputati.
La decisione si fonda su un presupposto preciso: per molti anni l’interpretazione delle norme urbanistiche applicate a Milano era stata sostenuta da una consolidata prassi amministrativa e da orientamenti giurisprudenziali che consentivano quel tipo di procedura autorizzativa.
Solo in tempi più recenti, infatti, il quadro interpretativo sarebbe cambiato grazie a nuove pronunce della magistratura amministrativa, della giustizia penale e della Corte Costituzionale. Di conseguenza, secondo il Tribunale, non sarebbe possibile attribuire responsabilità penali a soggetti che hanno operato seguendo regole e orientamenti che all’epoca apparivano legittimi e condivisi.
La sentenza introduce quindi una distinzione importante tra eventuali irregolarità amministrative e responsabilità penali personali, sottolineando come queste ultime richiedano la prova di una consapevole violazione delle norme oppure di una condotta negligente, elementi che i giudici non hanno ritenuto dimostrati.
Gli imputati e le richieste dell’accusa
Tra le persone finite sotto processo figuravano imprenditori, progettisti e funzionari pubblici che avevano avuto un ruolo nella realizzazione dell’intervento immobiliare.
Tra i nomi più noti compare Giovanni Oggioni, già direttore dello Sportello unico per l’edilizia del Comune di Milano ed ex vicepresidente della Commissione Paesaggio. Oggioni risulta coinvolto anche in altri procedimenti giudiziari collegati alle inchieste urbanistiche che hanno interessato la città.
L’accusa aveva chiesto condanne fino a due anni e quattro mesi di reclusione, descrivendo l’intervento edilizio come un esempio di trasformazione urbanistica realizzata senza adeguate garanzie per il territorio e per l’interesse pubblico.
Le richieste della Procura sono però state integralmente respinte dal Tribunale, che ha pronunciato l’assoluzione per tutti gli imputati.
Un sistema che nel frattempo è già cambiato
Se da una parte il verdetto rappresenta una vittoria per le difese, dall’altra non cancella gli effetti che le indagini hanno avuto sull’assetto normativo e amministrativo della città.
Negli ultimi anni, infatti, le regole applicate ai grandi interventi edilizi sono state progressivamente riviste. Oggi, per determinate operazioni caratterizzate da specifiche volumetrie o altezze, vengono richiesti strumenti urbanistici più complessi rispetto a quelli utilizzati in passato.
Anche il tema degli oneri di urbanizzazione è stato oggetto di modifiche, con una maggiore attenzione alle compensazioni e ai servizi da garantire alla collettività.
Da questo punto di vista, la Procura continua a sostenere che le indagini abbiano comunque avuto il merito di evidenziare criticità e di favorire un cambiamento delle procedure amministrative.
Le possibili conseguenze sugli altri procedimenti
Uno degli aspetti più osservati riguarda ora l’impatto che questa decisione potrebbe avere sui numerosi fascicoli ancora aperti.
La sentenza non chiude automaticamente gli altri procedimenti, che presentano caratteristiche differenti e posizioni individuali da valutare caso per caso. Tuttavia, il principio affermato dal Tribunale potrebbe diventare un riferimento importante per le future strategie difensive.
Resta inoltre da capire se la Procura sceglierà di impugnare la decisione davanti alla Corte d’Appello. La valutazione spetterà ai magistrati titolari del procedimento, che dovranno analizzare nel dettaglio le motivazioni una volta depositate.
Parallelamente proseguono le altre indagini riguardanti il settore urbanistico milanese, comprese quelle che ipotizzano reati di natura corruttiva e che si muovono su piani giuridici differenti rispetto al processo appena concluso.
Lo scontro istituzionale dopo il verdetto
La sentenza ha riacceso anche il confronto politico e istituzionale attorno al cosiddetto “caso Milano”.
Particolarmente dure le parole del sindaco Sala, che ha contestato l’impostazione adottata da una parte della Procura durante questi anni di indagini. Il primo cittadino ha parlato di un approccio che, a suo avviso, avrebbe assunto una connotazione politica, arrivando a chiedere pubblicamente una riflessione sull’operato degli uffici che hanno condotto l’inchiesta.
Dichiarazioni destinate ad alimentare ulteriormente il dibattito in una città dove il tema della trasformazione urbana continua a dividere opinione pubblica, amministratori, operatori del settore e magistratura.
Al di là delle polemiche, la sentenza sulla Torre Milano segna un passaggio destinato a lasciare il segno: non solo perché rappresenta il primo verdetto nel complesso mosaico delle inchieste urbanistiche milanesi, ma perché pone al centro una questione cruciale per tutto il Paese, ovvero il confine tra interpretazione delle norme, responsabilità amministrativa e responsabilità penale.