A volte le notizie più importanti non riguardano ciò che viene scoperto, ma ciò che torna improvvisamente a essere discusso dopo anni di polemiche, smentite e accuse reciproche.
È il caso dei documenti declassificati dall’Office of the Director of National Intelligence degli Stati Uniti su iniziativa di Tulsi Gabbard, direttrice uscente dell’intelligence nazionale americana, che hanno riportato al centro del dibattito internazionale il tema dei laboratori biologici finanziati da Washington all’estero.
Secondo quanto reso noto dall’ODNI, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto nel corso degli anni attività di ricerca biologica in oltre 120 strutture distribuite in più di trenta Paesi. Tra queste figurano anche numerosi laboratori presenti in Ucraina, alcuni dei quali operativi ben prima dell’inizio del conflitto con la Russia.
La pubblicazione dei documenti arriva in un momento particolarmente delicato della politica americana. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha infatti rilanciato la richiesta di maggiore trasparenza sulle attività di ricerca condotte su agenti patogeni potenzialmente pericolosi, soprattutto dopo il trauma globale provocato dalla pandemia di Covid-19.
La questione, tuttavia, va ben oltre la disputa politica interna statunitense.
Che cosa sono le ricerche “gain of function”
Al centro della nuova indagine annunciata da Gabbard c’è il controverso tema delle cosiddette ricerche gain of function.
Con questa espressione si indicano studi scientifici che modificano geneticamente virus o batteri per comprenderne meglio il comportamento, la trasmissibilità o la capacità di infettare gli organismi.
I sostenitori di questo approccio ritengono che tali esperimenti siano fondamentali per anticipare future pandemie, sviluppare vaccini e comprendere l’evoluzione naturale dei patogeni.
I critici, al contrario, sostengono che la manipolazione di microrganismi ad alto rischio introduca pericoli enormemente superiori ai benefici attesi. Un incidente, una fuga accidentale o una gestione inadeguata potrebbero infatti trasformare un laboratorio in un potenziale detonatore di crisi sanitarie globali.
È proprio su questo punto che Gabbard ha costruito il suo intervento pubblico, affermando che molte delle strutture finanziate dagli Stati Uniti avrebbero lavorato con agenti biologici particolarmente pericolosi e che, in alcuni casi, le attività sarebbero state svolte con controlli insufficienti rispetto ai rischi potenziali.
L’Ucraina e i laboratori finanziati dagli Stati Uniti
La presenza di laboratori biologici sostenuti economicamente da Washington in Ucraina non rappresenta una novità.
Documenti pubblici del Dipartimento della Difesa americano indicano che, dal 2005, gli Stati Uniti hanno investito circa 200 milioni di dollari in programmi di biosicurezza e sorveglianza epidemiologica nel Paese.
L’iniziativa rientrava nel Biological Threat Reduction Program, uno dei rami del più ampio programma di cooperazione nato dopo il crollo dell’Unione Sovietica per mettere in sicurezza materiali sensibili, armi e infrastrutture potenzialmente pericolose ereditate dall’epoca sovietica.
Tra i centri maggiormente citati figurano strutture situate a Odessa, Kharkiv, Dnipro, Leopoli, Vinnytsia e in altre città ucraine.

Secondo la versione ufficiale americana, queste attività erano finalizzate esclusivamente alla prevenzione delle epidemie, al monitoraggio sanitario e al rafforzamento delle capacità locali di risposta alle emergenze biologiche.
Mosca ha sempre sostenuto una lettura completamente diversa, accusando Washington di utilizzare tali programmi come copertura per attività biologiche con possibili implicazioni militari.
Accuse che, fino a oggi, non hanno trovato conferme da parte di organismi internazionali indipendenti.

Il precedente che cambiò il dibattito
Il tema emerse con forza nel marzo 2022, poche settimane dopo l’inizio della guerra.
Durante un’audizione al Senato statunitense, la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland confermò l’esistenza di strutture di ricerca biologica in Ucraina e dichiarò che Washington era preoccupata per l’eventualità che tali materiali potessero finire sotto controllo russo.
Quelle parole alimentarono immediatamente il dibattito internazionale.
Pochi giorni dopo intervenne anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandò alle autorità ucraine di mettere in sicurezza o eliminare eventuali campioni biologici ad alto rischio per evitare incidenti provocati dalle operazioni militari in corso.
Da allora il tema non è mai realmente scomparso, ma è rimasto confinato in una zona grigia fatta di documenti tecnici, polemiche politiche e reciproche accuse.
La decisione di Gabbard riporta oggi quella discussione sotto i riflettori.

La vera domanda riguarda la trasparenza
Al di là delle contrapposizioni geopolitiche, il punto centrale sembra essere un altro.
Le strutture finanziate dagli Stati Uniti esistevano realmente. I programmi di cooperazione biologica sono documentati. I finanziamenti pubblici risultano tracciabili.
Ciò che continua a generare interrogativi riguarda invece il livello di trasparenza delle attività svolte, la natura precisa delle ricerche finanziate e i meccanismi di controllo applicati a studi che possono coinvolgere agenti patogeni particolarmente pericolosi.
Secondo alcuni dati citati negli ambienti dell’intelligence americana, tra il 2014 e il 2023 Washington avrebbe investito oltre 1,4 miliardi di dollari in programmi biologici internazionali.
Una cifra che rende inevitabile una domanda: quali attività sono state effettivamente finanziate e con quali procedure di supervisione?
È su questo terreno che la nuova indagine potrebbe produrre effetti significativi.
Dal Covid alla geopolitica della scienza
La pandemia ha modificato profondamente il rapporto tra cittadini, scienza e istituzioni.
Prima del 2020, il dibattito sui laboratori biologici era confinato quasi esclusivamente agli specialisti. Dopo il Covid, qualsiasi attività che coinvolga virus, batteri e ricerca avanzata viene inevitabilmente osservata con maggiore attenzione dall’opinione pubblica.
La questione non riguarda soltanto la sicurezza sanitaria.
Riguarda anche il rapporto tra democrazia e conoscenza.
Quanto devono sapere i cittadini su ricerche finanziate con fondi pubblici? Quali limiti dovrebbero essere imposti agli esperimenti su agenti patogeni ad alto rischio? Chi controlla realmente queste attività quando vengono svolte fuori dai confini nazionali?
Sono interrogativi destinati a rimanere aperti anche dopo la conclusione dell’inchiesta annunciata da Gabbard.
Perché il punto non è stabilire chi abbia ragione nello scontro tra Washington e Mosca. Il punto è capire se il sistema globale della ricerca biologica sia oggi sufficientemente trasparente, controllabile e compatibile con i rischi che produce.
Dopo l’esperienza del Covid, è una domanda che riguarda tutti.