Cronaca della nostra attenzione in fuga e di come riprenderla.
Otto secondi e un alibi con le pinne
Nel 2015 un rapporto di Microsoft Canada avrebbe stabilito che l’attenzione media degli esseri umani era scesa a otto secondi, contro i nove del pesce rosso. È da qui che comincia una delle storie più fortunate sull’attenzione digitale: finalmente una graduatoria internazionale nella quale perdere sembrava perfino elegante.
Il rapporto esiste davvero. Si intitola Attention Spans e descrive un’indagine su duemila canadesi, affiancata da uno studio con elettroencefalogramma su 112 persone. Ma la tabella con gli otto secondi non era il risultato di quegli esperimenti: rimandava a una fonte esterna chiamata Statistic Brain.
Di fatto, non c’è una solida base scientifica nemmeno per i nove secondi del pesce. Nel frattempo, i pesci rossi hanno mostrato capacità di apprendimento e orientamento abbastanza sofisticate da chiedere la rettifica, se solo avessero un ufficio stampa.
Il paradosso è migliore della leggenda: una statistica sull’incapacità di prestare attenzione è diventata celebre perché quasi nessuno ha prestato attenzione alla sua fonte.
Questo non significa che vada tutto bene. Significa che il problema non entra in otto secondi, e forse è proprio per questo che continuiamo a preferire gli otto secondi.
Il delitto dei quarantasette secondi
Una pista più seria porta all’Università della California a Irvine, dove Gloria Mark, professoressa di informatica, studia da anni il comportamento delle persone davanti agli schermi nei luoghi di lavoro. Non lavora con un’entomologa e non infilza impiegati in una teca. Li osserva, con i suoi collaboratori, nei loro ambienti reali, usando registrazioni dell’attività digitale e altri metodi di ricerca sul campo.
Nel 2004 il tempo medio trascorso su una schermata prima di passare a un’altra era di circa due minuti e mezzo. In misurazioni successive scese a circa 75 secondi. Nei dati più recenti citati da Mark la media è 47 secondi e la mediana 40: metà delle osservazioni finisce prima di quella soglia.
Quaranta non è dunque il “tempo massimo” per cui un essere umano sa concentrarsi. È il tempo mediano osservato prima di cambiare schermata in un certo ambiente digitale. La differenza è importante. Se fosse un limite biologico, nessuno finirebbe un film, una partita o una discussione condominiale. E invece l’umanità sa restare concentrata per ore quando deve stabilire chi ha lasciato il sacchetto dell’umido nel bidone sbagliato.
Quei 47 secondi raccontano il nostro comportamento, non la cilindrata immutabile del cervello. Raccontano un ambiente pieno di posta, chat, documenti, riunioni, finestre e notifiche. Raccontano anche noi: secondo Mark, quasi metà delle interruzioni osservate è autoinflitta. Spesso il colpevole non è il trillo. È il dito che va a controllare se per caso avrebbe potuto esserci un trillo.
Noi passiamo da una chat a un social a un link, magari mentre parliamo, mentre lavoriamo, mentre studiamo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, perché ci siamo tutti convinti di essere multi-tasking, ossia di poter fare più cose alla volta e ci sembra anche una cosa di cui vantarsi.
Quando abbandoniamo un progetto, poi, non torniamo necessariamente al punto di prima come se avessimo messo un segnalibro. Il rientro può richiedere molto tempo, in alcuni studi intorno ai 25 minuti. Nel frattempo, completiamo altre piccole missioni, ognuna urgentissima secondo il Ministero delle Cose Che Potevano Aspettare.
Il telefono sul tavolo
Lo smartphone non deve nemmeno parlare per farsi ascoltare. Nel 2017 Adrian Ward e colleghi dell’Università del Texas ad Austin chiamarono brain drain la riduzione di risorse cognitive osservata quando il proprio telefono era presente, anche se non veniva usato. Nei loro esperimenti chi lo lasciava in un’altra stanza otteneva risultati migliori in alcuni compiti rispetto a chi lo teneva vicino.
È una scoperta irresistibile: il telefono spento come un piccolo vampiro rettangolare, immobile sul tavolo e tuttavia impegnato a bere memoria di lavoro. Però la scienza, quando fa il suo mestiere, rovina sempre le metafore migliori. Una meta-analisi del 2024, basata su 56 studi e 7.093 partecipanti, ha trovato un effetto complessivo negativo soltanto sulla memoria di lavoro; per le altre funzioni cognitive i risultati aggregati erano nulli. L’effetto, insomma, appare più piccolo e meno generale di quanto suggerisse il primo studio.
La conclusione onesta è meno cinematografica e più utile: la sola presenza del telefono può sottrarre qualcosa alla memoria di lavoro, soprattutto in certe persone e in certi contesti, ma non trasforma automaticamente il cervello in una stanza vuota. Metterlo fuori vista quando serve concentrazione resta un esperimento personale economico.
Il buffet che non chiude mai
Nel 2025 l’Unione internazionale delle telecomunicazioni contava 9,2 miliardi di abbonamenti mobili, 112 ogni cento abitanti. Non sono 9,2 miliardi di persone: molti possiedono più schede e una parte delle connessioni appartiene a dispositivi. Ma le SIM, in effetti, superano gli esseri umani. È la prima maggioranza assoluta ottenuta da oggetti che si perdono regolarmente tra i cuscini del divano.
Secondo i dati GWI raccolti da DataReportal nel 2025, gli utenti adulti di internet trascorrevano online in media sei ore e 38 minuti al giorno. Non è un terzo dell’intera vita: è circa il 28 per cento delle 24 ore e, come osserva il rapporto, intorno al 40 per cento del tempo di veglia. Non occorre gonfiare il numero. È già abbastanza grande da avere un indirizzo e chiedere la residenza.
La rete è un buffet aperto senza conto finale. Ogni piatto è gratis, almeno finché non ricordiamo che spesso il pagamento siamo noi: tempo, dati, abitudini, impulsi. Il problema non è l’abbondanza. Le biblioteche sono abbondanti e raramente inseguono il lettore in bagno con una campanella. Il problema è un’abbondanza costruita per non concedere digestione, dentro un ecosistema in cui chi decide quanto vale il nostro tempo è diventato parte stessa del problema.
La chiamiamo info-obesità, ma la metafora va maneggiata con cura. Non ingrassiamo perché esistono molte informazioni. Ingrassiamo quando ingeriamo stimoli senza trasformarli in conoscenza. Una notizia, tre commenti, un video, due indignazioni, la ricetta del pane armeno e un uomo in Ohio che addestra un procione a suonare il banjo. Tutto in quattro minuti. Alla fine, ricordiamo il procione, che almeno aveva un progetto.
Il multitasking non porta il mantello
Per sopravvivere al buffet ci siamo promossi multitasker. La parola ha un suono atletico. Fa pensare a un pilota che governa sei quadranti mentre atterra nella nebbia. Più spesso descrive una persona che scrive una relazione, risponde a una chat e annuisce durante una riunione senza sapere a quale delle tre attività appartenga il proprio “certamente”.
Il cervello può sovrapporre attività quando almeno una è automatica: camminare e parlare, per esempio, finché la strada e la conversazione non diventano difficili. Ma quando due compiti chiedono controllo cosciente, selezione di risposte o memoria di lavoro, emerge un collo di bottiglia. Quello che chiamiamo multitasking diventa in gran parte task switching, un’alternanza rapida con un costo ogni volta che le regole cambiano.
Uno studio pubblicato nel 2009 su PNAS trovò che i multitasker erano più vulnerabili alle interferenze irrilevanti e andavano peggio in una prova di cambio di compito. Era un’associazione, non la prova che il multitasking avesse causato il deficit. Ma il superpotere, almeno, non si presentò all’appello.
In un altro esperimento, Gloria Mark e colleghi osservarono che le persone interrotte potevano compensare lavorando più in fretta. Il prezzo era maggiore stress, frustrazione, pressione temporale e sforzo. Producevano velocità come un ristorante che, per servire prima, lancia i piatti dal corridoio. La consegna è rapida. La tovaglia sviluppa opinioni.
Il cervello non è un tostapane
Qui compare la neuroplasticità, spesso convocata come un notaio che certifichi qualunque paura. Il cervello adulto cambia con l’esperienza e l’apprendimento. È vero. Non significa però che ogni pomeriggio sui social scavi un buco visibile nel lobo frontale, né che una settimana senza notifiche lo trasformi in quello di Leonardo da Vinci.
Nel 2009 Gary Small e colleghi dell’UCLA pubblicarono uno dei primi studi con risonanza magnetica funzionale sulla ricerca in internet. Coinvolgeva 24 adulti tra 55 e 76 anni. Durante le ricerche online, gli utenti esperti mostravano un’attivazione più estesa di circuiti legati a decisione e ragionamento complesso rispetto ai principianti. Era una prova di adattabilità del cervello all’esperienza digitale, non la dimostrazione che internet stesse sviluppando una facoltà mentre ne assassinava un’altra nel vicolo.
Un’immagine cerebrale più accesa non significa automaticamente “migliore”, proprio come una cucina con tutte le luci accese non garantisce la cena. E da quello studio non segue che stiamo perdendo i circuiti della lettura. La tesi più prudente è anche più interessante: gli strumenti che usiamo possono allenare strategie cognitive diverse. Se passiamo molto tempo a cercare, filtrare e decidere dove cliccare, diventiamo pratici di quelle operazioni. Questo non ci condanna, ma rende sensato proteggere anche le pratiche lente che non vogliamo lasciare arrugginire.
La lettura e il lettore sospetto
La lettura profonda è una di quelle pratiche. Sulla carta tendiamo ad avere un percorso fisico stabile: una pagina, un margine, un punto in cui tornare. Online possiamo leggere con la stessa attenzione, ma l’ambiente ci propone di continuo vie di fuga. Link, finestre, barre, messaggi e consigli “scelti per te” trasformano l’occhio in una pallina da flipper con una carta di credito.
La pallina, però, è una metafora, non una diagnosi. Quando un laboratorio registra i movimenti oculari, sullo schermo compare una costellazione di soste e salti: le fissazioni, durante le quali raccogliamo informazione, e le saccadi, con cui spostiamo lo sguardo. Su una homepage quel tracciato può sembrare il verbale di una fuga. Cerchiamo titoli, fotografie, parole chiave, indizi di utilità; scendiamo, risaliamo, scartiamo. Ma scandire non significa necessariamente leggere male. Se una pagina è una mappa, controllare ogni cartello stradale con devozione monastica sarebbe un pessimo modo di trovare la stazione.
E quei “dieci secondi per pagina”? Il numero ha un antenato riconoscibile, ma porta un cappotto che non è suo. Uno studio sul normale uso del web, pubblicato nel 2008, seguì 25 persone per alcuni mesi e registrò oltre 137 mila visite. Più della metà durava meno di dieci secondi e la permanenza mediana era di 9,4 secondi; sulle pagine visitate per la prima volta saliva a 12,4. Erano però pagine web di ogni genere – motori di ricerca, servizi, passaggi di navigazione – e il cronometro misurava la permanenza, non la lettura attiva, la comprensione o il tempo dedicato a un articolo di giornale. Il dato racconta quanto in fretta giudichiamo se restare. Non dimostra che dopo dieci secondi il cervello chiuda la serranda e mandi a casa il personale.
Altri ricercatori hanno descritto il comportamento con una formula più utile: screen and glean. Prima sottoponiamo la pagina a un controllo di frontiera rapidissimo; se sopravvive, restiamo a raccogliere ciò che ci serve. Nella prima fase leggiamo per decidere se leggere. Nella seconda possiamo cercare una risposta, confrontare informazioni oppure seguire davvero un ragionamento. Confondere queste operazioni è come misurare il tempo trascorso nell’atrio di una biblioteca e concludere che nessuno abbia mai finito un romanzo.
Un piccolo studio sui quotidiani online rende bene la differenza. Quattordici lettori esperti scandivano le homepage dall’alto verso il basso, scorrevano e poi tornavano in su: flipper, appunto. Quando aprivano un articolo, però, tutti arrivavano all’ultima riga, il 92 per cento delle fissazioni cadeva sul testo e i riassunti finali erano corretti. È un campione minuscolo e datato, non il certificato di buona condotta di Internet. Basta comunque a demolire l’equazione automatica “schermo uguale incomprensione”. In un altro esperimento, con 149 partecipanti, la carta distribuiva l’attenzione su un ventaglio più ampio di notizie; il web la concentrava in modo più selettivo su alcuni argomenti, dai quali i lettori imparavano. Lo schermo è assolto dall’accusa di omicidio automatico della comprensione. Resta sotto indagine come favoreggiatore della fretta.
Gli studi, infatti, non autorizzano il verdetto semplice carta buona, schermo cattivo. Una meta-analisi del 2018 trovò un piccolo vantaggio della carta nella comprensione, soprattutto per testi informativi e quando il tempo era limitato. Una meta-analisi del 2024 non rilevò una differenza complessiva significativa e mostrò che contesto, tipo di testo e condizioni di lettura contano. Il supporto non decide da solo l’esito. Contano anche lo scopo, il progetto della pagina, le interruzioni e il modo in cui il lettore distribuisce l’attenzione. In uno studio su studenti che cercavano risposte in Wikipedia, per esempio, una scansione superficiale delle sezioni pertinenti era associata a una comprensione peggiore; l’elaborazione profonda, a risultati migliori.
Perché riconoscere le parole non basta. Comprendere significa costruire nella mente un modello di ciò che il testo sta dicendo: collegare una frase alla precedente, ricavare ciò che l’autore lascia implicito, distinguere una prova da un ornamento, confrontare l’informazione con ciò che sappiamo e conservarne abbastanza da poterla usare più tardi. È il passaggio da “questa frase mi suona familiare” a “so spiegarla, valutarla e applicarla”. Richiede tempo, ritorni e qualche secondo di silenzio nel quale nessuna notifica si presenta vestita da questione di Stato.
Ed eccoci al momento imbarazzante in cui un articolo online deve domandarsi se il suo lettore esiste ancora.
Se sei arrivato fin qui seguendo ogni riga, grazie: sei la prova sperimentale che gli otto secondi meritavano un avvocato peggiore. Se invece sei saltato direttamente a questo punto, ti abbiamo visto. Nessuna accusa. Lo scorrimento lascia impronte nei grandi spazi bianchi.
Facciamo una scommessa. Leggi i prossimi due paragrafi senza controllare messaggi, ora, meteo o destino della civiltà. In cambio non riceverai punti, badge o una mail di congratulazioni. Riceverai qualcosa che le piattaforme distribuiscono malvolentieri: la sensazione di aver scelto tu quando fermarti. Il pesce rosso è testimone e, a differenza dei cookie, non userà il tuo nome per profilarti.
Il rischio della lettura a salti non è che ogni testo diventi incomprensibile. È che selezioniamo troppo presto ciò che conferma l’idea con cui siamo entrati. Negli esperimenti sul ragionamento politico, le persone tendono a giudicare più forti gli argomenti compatibili con le proprie convinzioni, a controbattere quelli contrari e, quando possono scegliere, a cercare fonti amiche. Non è una condanna biologica né un vizio esclusivo di Internet. È il ragionamento motivato: leggiamo per trovare una frase da arruolare, invece di incontrare un pensiero capace di opporre resistenza. La buona notizia è che rallentare aiuta: altri esperimenti mostrano che una valutazione deliberata migliora la capacità di distinguere titoli veri e falsi. Non capiamo inevitabilmente “quello che vogliamo capire”; spesso scegliamo troppo in fretta che cosa meriti di essere messo alla prova.
“Analfabetismo funzionale” è un’espressione efficace, forse troppo: suona come un timbro rosso sulla fronte. Le indagini internazionali parlano più prudentemente di livelli di competenza. Non misurano se una persona sappia decifrare le lettere, ma quanto riesca a trovare, comprendere, valutare e usare informazioni scritte in situazioni diverse. Al livello 1 si possono capire testi brevi e informazioni esplicite; sotto quel livello, in genere, si affrontano soprattutto frasi semplici. Le difficoltà emergono quando bisogna integrare più passaggi, dedurre ciò che non è dichiarato, separare le informazioni pertinenti da quelle decorative o trasferire ciò che si è letto a un problema nuovo. Non è “non capire nulla”. È avere meno strumenti quando il testo smette di collaborare.
I dati italiani sono seri. Nell’indagine OCSE PIAAC 2022–2023, il 35 per cento degli adulti italiani tra 16 e 65 anni si collocava al livello 1 o inferiore nelle competenze di lettura, contro il 26 per cento medio OCSE. Nella soluzione adattiva dei problemi, il 46 per cento era al livello 1 o sotto. Sono difficoltà importanti, non un certificato di assenza di pensiero; e l’indagine non dimostra che la causa sia lo smartphone. Il dato non ha bisogno di essere truccato. Dice già che troppe persone sono vulnerabili quando l’informazione è densa, implicita o richiede più passaggi. In un sistema informativo che premia la reazione prima dell’analisi, quella fragilità diventa terreno edificabile per slogan, falsità e indignazioni in multiproprietà.
Il silenzio lavora
“Biologicamente siamo ciò che viviamo” è una frase che ha ragione soltanto a metà. Non siamo tavolette di cera sulle quali ogni incontro incide una sentenza, e non siamo fatti solo di esperienza: contano il patrimonio genetico, lo sviluppo, il corpo, l’età e molte altre variabili che nessun aforisma riesce a far entrare in ascensore. Ma il cervello adulto è plastico. Ciò che impariamo e ripetiamo può modificare l’efficienza e, in alcuni casi, perfino aspetti misurabili della struttura delle reti nervose.
Nel 2004, per esempio, Bogdan Draganski e colleghi insegnarono a un gruppo di adulti a destreggiarsi con tre palline. Le scansioni mostrarono cambiamenti transitori della materia grigia in aree coinvolte nell’elaborazione del movimento. Quando l’allenamento cessò, parte dei cambiamenti si ridusse. Il punto non è che dovremmo diventare tutti giocolieri, anche se il mercato del lavoro sembra avviato in quella direzione. È che un’attività praticata può lasciare tracce osservabili. Questo non dimostra che un romanzo costruisca automaticamente un cervello migliore o che venti minuti sui social scavino il “lobo dell’indignazione”. La plasticità è una possibilità, non una profezia.
Le persone che incontriamo, i libri che leggiamo, le emozioni che proviamo e le domande che ci facciamo contano dunque in un senso preciso: orientano ciò a cui prestiamo attenzione, ciò che ripetiamo e le associazioni che diventano più accessibili. Non ci determinano una volta per tutte. Preparano il terreno. Un’abitudine mentale non è un destino, ma è una strada che, a forza di passarci, diventa più facile imboccare al buio.
Poi c’è il tempo che scambiamo per inutile: una passeggiata senza audio, dieci minuti dopo aver letto, lo sguardo fuori dal finestrino senza incarico. Il cervello non spegne il cartello e torna a casa. Ma nemmeno redige in segreto il riassunto completo della giornata, con indice analitico e presentazione PowerPoint. Quello che fa è più frammentario e più interessante.
Per semplificare, un ricordo deve prima essere codificato, poi consolidato e infine recuperato. Se durante la codifica l’attenzione è altrove, il materiale consegnato alla memoria arriva già con dei pezzi mancanti. Dopo l’apprendimento, inoltre, la nuova traccia è ancora vulnerabile: altre attività e altre informazioni possono interferire mentre viene stabilizzata e collegata a ciò che sappiamo già. Non c’è un omino nell’ippocampo con il timbro “archiviato”.
Gli esperimenti sul riposo vigile illuminano proprio questa fase. Nel 2010 Arielle Tambini e colleghi osservarono che, dopo un compito di apprendimento, una maggiore comunicazione funzionale tra ippocampo e aree corticali durante il riposo era associata a un ricordo successivo migliore. Nel 2012 Michaela Dewar e colleghi mostrarono che pochi minuti di quiete dopo aver imparato un elenco di parole potevano favorirne la conservazione rispetto a un’attività distraente. Una meta-analisi del 2025, che ha riunito 37 studi e 63 esperimenti, ha trovato un vantaggio medio del riposo vigile sulla memoria. È un effetto moderato, non una benedizione amministrativa per fissare il muro durante l’orario d’ufficio.
Il riposo vigile e il sonno non sono la stessa cosa, ma entrambi ricordano un fatto semplice: l’apprendimento non coincide con il momento in cui riceviamo un’informazione. Una parte del lavoro avviene dopo. Durante il sonno diversi processi contribuiscono alla stabilizzazione e alla riorganizzazione dei ricordi; durante una pausa tranquilla, la minore interferenza può aiutare ciò che abbiamo appena appreso a non essere immediatamente travolto dal materiale successivo. Riempire ogni intervallo non cancella per magia la memoria. Le concede però meno silenzio operativo.
La memoria non è un deposito fedele. È selettiva e ricostruttiva: conserva alcuni dettagli, ne perde altri e, quando ricordiamo, rimonta il passato usando anche ciò che sappiamo nel presente. Sembra una grave irregolarità, finché non scopriamo che proprio questa flessibilità ci permette di usare il passato per capire una situazione nuova e immaginare conseguenze future. La memoria non serve soltanto a ricordare la data di nascita di Napoleone, informazione che peraltro Napoleone gestiva senza consultare Wikipedia. Ci consente di confrontare una promessa con i precedenti, riconoscere una contraddizione e domandarci dove conduce una scelta.
Possiamo dire che la memoria amplia il margine del giudizio autonomo. Se posso richiamare ciò che ho imparato, confrontarlo con ciò che mi viene detto e immaginare esiti diversi, non devo affittare la mia opinione all’ultima notifica arrivata.
La domanda “che cosa vogliamo diventare?” perde così un po’ di nebbia e acquista un mestiere. Significa chiedersi quali percorsi mentali stiamo rendendo abituali e quali momenti lasciamo liberi perché le esperienze possano diventare conoscenza. Non dobbiamo smettere di ricevere il mondo. Dobbiamo concederci il tempo di metabolizzarlo. Una vita complessa non si capisce in tempo reale; prima o poi ha bisogno che nessuno prema “aggiorna”.
Riprendersi il tempo
Non c’è una prova che l’attenzione umana sia irreversibilmente distrutta. C’è una montagna di incentivi a frammentarla, e ci sono abitudini che abbiamo contribuito a costruire. La buona notizia è nascosta nella stessa plasticità che ci preoccupa: ciò che si allena può essere allenato diversamente.
Non serve trasferirsi in un monastero privo di Wi-Fi, dove peraltro il gruppo WhatsApp dei monaci potrebbe essere micidiale. Si può cominciare con gesti poco eroici. Un compito definito su una sola schermata. Il telefono in un’altra stanza per venticinque minuti. Le notifiche spente per scelta, non per esaurimento. Dieci minuti di quiete dopo una lettura importante. Un libro di carta quando serve un ambiente che non offra uscite di sicurezza a ogni riga.
La tecnologia non è il cattivo con il cappello nero. Ci permette di trovare, creare, lavorare, orientarci e parlare con persone lontane. Ma molti servizi guadagnano quando restiamo disponibili al prossimo stimolo. La nostra attenzione è quindi insieme una facoltà mentale, una pratica quotidiana e un mercato. Trattarla soltanto come debolezza individuale sarebbe comodo per chi la compra all’ingrosso.
Se sei arrivato fin qui, torna per un momento all’inizio. Otto secondi. Hai impiegato più tempo a leggere questo paragrafo. La leggenda ha già perso.
Il pesce rosso, magnanimo, accetta le scuse. La domanda non è se abbiamo meno attenzione di lui. È chi decide come spendiamo la nostra.
Fonti essenziali
1. Microsoft Canada, Attention Spans Consumer Insights, 2015. Il rapporto descrive 2.000 partecipanti alla fase quantitativa e 112 alla fase EEG; la tabella degli otto secondi cita Statistic Brain.
2. Sibeaux A. e altri, Distance estimation in the goldfish Carassius auratus, Proceedings of the Royal Society B, 2022.
3. UC Irvine, Regaining Focus in a World of Digital Distractions, 2023. Riporta 47 secondi di media, 40 di mediana e il 49 per cento di auto-interruzioni.
4. Mark G., Gudith D., Klocke U., The Cost of Interrupted Work: More Speed and Stress, CHI, 2008.
5. Ward A. F. e altri, Brain Drain: The Mere Presence of One’s Own Smartphone Reduces Available Cognitive Capacity, Journal of the Association for Consumer Research, 2017.
6. Parry D. A., Does the Mere Presence of a Smartphone Impact Cognitive Performance?, Media Psychology, 2024. Meta-analisi di 56 studi e 7.093 partecipanti.
7. International Telecommunication Union, Facts and Figures 2025: Subscriptions.
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11. Delgado P. e altri, Don’t throw away your printed books, Educational Research Review, 2018.
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