Affido condiviso sì, ma solo formalmente. Dietro le sentenze si nasconde spesso un modello che continua a ridurre il ruolo di uno dei genitori, con effetti concreti sulla vita dei figli e sull’equilibrio familiare.
Un principio riconosciuto, ma raramente applicato davvero
Nel diritto di famiglia italiano, la bigenitorialità rappresenta uno dei pilastri fondamentali: entrambi i genitori dovrebbero partecipare in modo equilibrato alla crescita, all’educazione e alla quotidianità dei figli. Tuttavia, nella pratica giudiziaria, questo principio sembra spesso fermarsi alla dimensione teorica.
Una recente decisione del Tribunale di Torre Annunziata riporta al centro del dibattito una questione che da anni attraversa silenziosamente le aule di giustizia: il divario tra ciò che viene stabilito sulla carta e ciò che accade concretamente nella vita delle famiglie separate.
La sentenza, pur prevedendo formalmente l’affido condiviso, assegna la collocazione stabile dei minori alla madre, attribuendole la gestione quotidiana e l’abitazione familiare. Al padre viene riconosciuto un ruolo limitato, scandito da tempi di frequentazione definiti e subordinati alle sue esigenze lavorative.
Un’impostazione che, secondo molte osservazioni critiche, finisce per trasformare un modello teoricamente paritario in una gestione fortemente sbilanciata.
Affido condiviso o esclusione di fatto?
Il punto centrale non è tanto la definizione giuridica adottata, quanto l’effettiva distribuzione dei ruoli genitoriali. In numerosi casi, infatti, si assiste a una configurazione che, pur mantenendo la forma dell’affido condiviso, riproduce nella sostanza un affidamento quasi esclusivo.
Questo accade quando uno dei due genitori — nella maggior parte delle situazioni il padre — viene relegato a una funzione accessoria, con una presenza limitata e programmata nella vita dei figli. Una presenza che non consente una reale partecipazione alle decisioni quotidiane, né un coinvolgimento continuativo nella crescita.
L’associazione Codici interviene su questo punto evidenziando una criticità strutturale: la distanza tra il dettato normativo e la sua applicazione concreta. Secondo l’organizzazione, non si tratta di episodi isolati, ma di un orientamento che tende a ripetersi con una certa frequenza.
Il peso delle decisioni economiche
Accanto alla questione relazionale, emerge un secondo elemento che contribuisce ad alimentare tensioni e squilibri: quello economico.
Nella decisione in esame, al padre vengono attribuiti obblighi significativi, che comprendono il mantenimento dei figli, il contributo alle spese straordinarie e, in alcuni casi, un assegno destinato all’ex coniuge. Si tratta di un assetto che, se non calibrato in modo coerente con la reale capacità reddituale, può generare effetti problematici.
Il rischio è duplice. Da un lato, si crea una pressione economica che può risultare difficile da sostenere nel lungo periodo; dall’altro, si innesca una dinamica conflittuale che finisce per riflettersi inevitabilmente sul benessere dei minori.
Secondo le analisi critiche, la valutazione delle condizioni economiche dei genitori non sempre appare aderente alla realtà, con il pericolo di trasformare l’obbligo di mantenimento in un elemento percepito come punitivo più che equo.
Un modello giudiziario che fatica a cambiare
Le osservazioni avanzate da Codici si inseriscono in un contesto più ampio, che riguarda il funzionamento complessivo della giustizia familiare in Italia. Nonostante le riforme e i richiami normativi alla parità genitoriale, molte decisioni continuano a seguire schemi consolidati.
Tra questi, la tendenza a privilegiare la figura materna nella gestione quotidiana dei figli rappresenta uno degli aspetti più discussi. Un orientamento che, secondo i critici, viene applicato spesso in modo automatico, senza una valutazione approfondita delle specificità del caso concreto.
Il risultato è un sistema che rischia di replicare modelli tradizionali anche in un contesto sociale profondamente cambiato, in cui il ruolo paterno ha assunto nel tempo una dimensione più attiva e partecipativa.
Il vero interesse del minore: principio o criterio concreto?
Al centro di ogni decisione in materia di affidamento dovrebbe esserci l’interesse del minore. Ma cosa significa, nella pratica, garantire questo interesse?
Se la bigenitorialità viene ridotta a una formula formale, senza un’effettiva condivisione delle responsabilità e dei tempi, il rischio è quello di compromettere proprio quell’equilibrio relazionale che la legge intende tutelare.
Una crescita armonica richiede stabilità, continuità e la possibilità di mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori. Quando uno dei due viene progressivamente escluso dalla quotidianità, anche in presenza di un affido condiviso formale, si crea una frattura che può avere conseguenze nel lungo periodo.
Una questione sistemica, non episodica
L’aspetto forse più rilevante emerso da questa vicenda è il carattere non isolato del fenomeno. Le criticità segnalate sembrano inserirsi in una dinamica più ampia, che riguarda il modo in cui vengono interpretate e applicate le norme sulla genitorialità.
Secondo l’associazione Codici, è necessario un ripensamento dell’approccio adottato nei tribunali, con una maggiore attenzione all’equilibrio reale tra i genitori e una verifica più puntuale delle condizioni concrete.
Non si tratta di mettere in discussione il principio dell’affido condiviso, ma di garantirne un’applicazione effettiva, capace di tradursi in una reale partecipazione di entrambi i genitori alla vita dei figli.
Oltre la sentenza: una riflessione sul cambiamento sociale
Il tema della bigenitorialità si colloca oggi all’interno di una trasformazione più ampia delle relazioni familiari. Le separazioni sono sempre più frequenti, i modelli genitoriali evolvono e le aspettative rispetto ai ruoli di madre e padre non sono più quelle di un tempo.
In questo scenario, il diritto è chiamato a interpretare e accompagnare il cambiamento, evitando di rimanere ancorato a schemi che non riflettono più la realtà sociale.
La questione non riguarda solo i singoli casi, ma il modo in cui il sistema giudiziario riesce — o fatica — ad adattarsi a una nuova idea di famiglia, fondata su una responsabilità condivisa e su un equilibrio che non può essere solo dichiarato.