Mare verde a Nicotera: il principio di precauzione può davvero cedere il passo alla stagione turistica? Da oltre trent’anni cittadini, comitati e operatori denunciano anomalie che continuano a ripresentarsi. Tra rassicurazioni, controlli e spiegazioni ufficiali, resta una domanda: è sufficiente dire “sono solo alghe” quando in gioco ci sono la salute dei bagnanti, la tutela dell’ambiente e il diritto dei cittadini a ricevere risposte complete e trasparenti?
Ci sono domande che ritornano ogni estate con la stessa puntualità delle vacanze. A Nicotera Marina, una di queste accompagna ormai intere generazioni: che cosa sta succedendo al nostro mare?
Non è una polemica nata sui social né l’allarmismo di qualche bagnante impressionato da un’acqua torbida. È una vicenda che dura da oltre trent’anni e che ha attraversato amministrazioni comunali, commissioni prefettizie, comitati civici, controlli dell’ARPACAL, interventi della Guardia Costiera, denunce, esposti e promesse di soluzione definitiva. Una storia troppo lunga per essere liquidata come una semplice suggestione collettiva e troppo complessa per essere spiegata con una sola frase.
La spiaggia di Nicotera Marina in passato
Chi è cresciuto su questa costa conserva un ricordo completamente diverso. Nicotera era sinonimo di mare limpido, fondali trasparenti, praterie di posidonia, stelle marine, cavallucci e una biodiversità che rappresentava il vero patrimonio del territorio. Quel mare aveva attirato investimenti importanti e contribuito a fare della località una delle mete più apprezzate del Tirreno calabrese. Oggi quello stesso mare continua a rappresentare la principale ricchezza economica della città, ma anche la sua maggiore fragilità.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati articoli e dichiarazioni che parlano di una stagione diversa dalle precedenti. Si racconta di un mare finalmente rinato, di una lunga battaglia vinta contro l’inquinamento, di una qualità delle acque mai così elevata. È un messaggio che tutti vorrebbero poter condividere, perché nessuno più dei cittadini di Nicotera desidera lasciarsi alle spalle una vicenda che ha pesato per decenni sull’immagine del territorio.
Ma la realtà, qualche volta, costringe a fermarsi un momento prima di archiviare definitivamente una storia.
La spiaggia di Nicotera Marina oggi
Chi frequenta oggi la spiaggia osserva infatti un fenomeno che continua a generare interrogativi. In alcune fasce orarie della giornata l’acqua assume una marcata colorazione verde, compaiono schiume persistenti, piccole bolle e materiale galleggiante di colore brunastro che si concentra in prossimità della battigia. Non si tratta di immagini recuperate dagli archivi né di fotografie scattate anni fa. Sono immagini attuali, documentate da numerosi cittadini e facilmente osservabili a occhio nudo e direttamente da chiunque frequenti la spiaggia.
Naturalmente sarebbe scorretto trasformare quelle fotografie nella prova di un inquinamento. Un’immagine non sostituisce un’analisi scientifica e nessuno può attribuire responsabilità semplicemente osservando il colore del mare. Ma esiste un errore uguale e contrario: ritenere che ogni dubbio possa essere superato con una spiegazione tanto sintetica quanto rassicurante.
Secondo gli enti che monitorano la qualità delle acque, il fenomeno osservato lungo il Tirreno è riconducibile a una fioritura di microalghe favorita dalle elevate temperature, dal forte irraggiamento solare e dalle particolari condizioni meteomarine di queste settimane. È una spiegazione plausibile, coerente con quanto la letteratura scientifica descrive da tempo e che nessuno ha motivo di mettere in discussione.
Il punto, però, è un altro.
Una fioritura algale è un effetto. Non è automaticamente la spiegazione di tutto.
Le foto

Quali sono le condizioni del fenomeno?
La vera domanda che molti cittadini continuano a porsi riguarda le condizioni che permettono a quell’effetto di manifestarsi con tale intensità proprio davanti a Nicotera. Perché, se è vero che fenomeni simili possono interessare vaste porzioni del Tirreno, è altrettanto vero che su questo tratto di costa il dibattito si ripresenta con una regolarità che dura da decenni. È difficile pensare che una storia così lunga possa essere liquidata esclusivamente come il risultato di qualche giornata particolarmente calda o di una corrente favorevole.
La stessa spiegazione scientifica, del resto, insegna che le microalghe non proliferano per un’unica ragione. Temperature elevate, scarso ricambio delle acque, disponibilità di nutrienti, conformazione della costa, correnti marine e apporti provenienti dall’entroterra sono tutti fattori che possono concorrere alla formazione del fenomeno. Cercare una sola causa rischia quindi di essere l’approccio meno corretto proprio dal punto di vista scientifico.
È qui che, probabilmente, si annida l’equivoco. La discussione pubblica continua a concentrarsi quasi esclusivamente sul colore del mare, mentre il mare rappresenta soltanto l’ultimo tratto di una storia che inizia molto più lontano. L’acqua che arriva davanti alla spiaggia di Nicotera non nasce certo sulla battigia. Prima attraversa fiumi, canali, aree agricole, reti fognarie, impianti di depurazione, centri abitati, infrastrutture e territori profondamente trasformati dall’uomo. Soltanto alla fine raggiunge il mare e restituisce, in superficie, il risultato di un equilibrio ambientale estremamente complesso.
Forse è proprio da lì che bisognerebbe ricominciare a guardare.
Cambiare prospettiva
Se davvero si vuole comprendere ciò che accade davanti alla costa di Nicotera, occorre allora cambiare prospettiva. Il mare è l’ultimo anello di una catena molto più lunga e molto più complessa. Limitarsi a osservare ciò che affiora in superficie significa raccontare soltanto la conclusione di una storia che comincia decine di chilometri più a monte.
In quella storia entrano inevitabilmente il Mesima, uno dei principali corsi d’acqua della provincia di Vibo Valentia, il Petrace, che attraversa gran parte della Piana di Gioia Tauro, e una rete di torrenti e canali minori tra cui il fosso San Giovanni, protagonista negli anni di controlli, interventi e monitoraggi. Tutti questi corsi d’acqua sfociano in un tratto di mare relativamente ristretto, contribuendo a costruire un equilibrio ambientale estremamente delicato.
Ma questo territorio è anche fortemente caratterizzato da un’intensa attività agricola. Uliveti, agrumeti e altre colture occupano vaste superfici dell’entroterra e, proprio durante la stagione estiva, vengono sottoposti a trattamenti fitosanitari e fertilizzazioni per la produzione agricola. Nessuno può affermare, in assenza di dati specifici, che tali pratiche abbiano un ruolo diretto nel fenomeno osservato davanti alla costa. Tuttavia, un’analisi realmente completa dell’ecosistema non può prescindere neppure da questo elemento, verificando se e in quale misura il ruscellamento delle acque, il trasporto attraverso i corsi d’acqua o altri fattori possano contribuire all’apporto di nutrienti o di altre sostanze verso il mare.
Sarebbe intellettualmente disonesto indicare uno qualsiasi di questi fattori come responsabile di quanto si osserva davanti alla spiaggia. Ma sarebbe altrettanto superficiale escluderli a priori da un’analisi complessiva del territorio.
Le stesse spiegazioni scientifiche richiamano l’importanza dei nutrienti presenti nelle acque. Azoto e fosforo rappresentano elementi fondamentali per lo sviluppo delle microalghe. È un principio biologico noto. La domanda, tuttavia, non riguarda l’esistenza di questi nutrienti, bensì la loro origine, la loro concentrazione e le ragioni per cui sembrano favorire fenomeni tanto evidenti proprio in questo tratto di costa. È qui che il dibattito pubblico dovrebbe probabilmente fare un salto di qualità, spostando l’attenzione dal semplice effetto alle condizioni che lo determinano. Il punto, infatti, non è individuare un colpevole, ma verificare se tutti i possibili fattori di pressione ambientale vengano realmente monitorati con la stessa attenzione con cui viene osservato il mare.
La questione della depurazione
Lo stesso ragionamento vale per la depurazione. Su questo territorio insiste una delle principali infrastrutture calabresi dedicate al trattamento dei reflui civili, l’impianto IAM di Gioia Tauro. La sua presenza rappresenta una garanzia importante per l’intera area e nessuno mette in discussione il ruolo strategico che svolge. Proprio per questo, però, sarebbe utile conoscere con sempre maggiore trasparenza quale pressione l’impianto è chiamato a sostenere durante i mesi estivi, quando la popolazione effettivamente presente lungo la costa cresce in maniera esponenziale rispetto a quella residente.
Ed è qui che emerge un’altra particolarità di questo territorio. Le statistiche ufficiali raccontano soltanto una parte della realtà. Migliaia di seconde case, appartamenti utilizzati esclusivamente nei mesi estivi, campeggi, residence e piccole strutture ricettive trasformano per alcune settimane l’intera fascia costiera in una città molto più popolosa di quanto dicano i numeri anagrafici. È un fenomeno comune a molte località balneari del Mezzogiorno, dove la presenza reale durante l’estate supera di gran lunga quella registrata ufficialmente. Ogni presenza, naturalmente, produce consumi idrici e reflui. È una semplice conseguenza della presenza umana. Da qui nasce una domanda che non dovrebbe essere interpretata come una provocazione, ma come un’esigenza di trasparenza: le infrastrutture esistenti sono dimensionate per sostenere questo carico aggiuntivo? E in che modo viene monitorato il loro funzionamento proprio nel periodo di massimo afflusso?
Urbanizzazione costiera
Lo stesso interrogativo riguarda l’urbanizzazione costiera. Per decenni questo tratto di litorale è cresciuto in maniera spesso disordinata. I numerosi sequestri di manufatti e strutture abusive sul demanio marittimo dimostrano che il fenomeno dell’abusivismo edilizio non rappresenta una suggestione giornalistica, ma una realtà che negli anni ha richiesto l’intervento delle autorità competenti. Anche in questo caso nessuno può affermare che esista un collegamento diretto tra tali vicende e il fenomeno osservato in mare. Tuttavia, ogni edificio, ogni insediamento, ogni campeggio, ogni struttura ricettiva pone inevitabilmente una questione elementare: come vengono raccolti e trattati i reflui che produce? Tutti gli immobili sono regolarmente allacciati alla rete fognaria? Esistono impianti autonomi? Sono tutti autorizzati e sottoposti ai controlli previsti? Sono domande che non accusano nessuno, ma che un territorio con una storia tanto complessa dovrebbe considerare del tutto naturali.
Presi singolarmente, nessuno di questi elementi è sufficiente a spiegare il mare verde di Nicotera. Ed è forse proprio questo l’errore che si continua a commettere: cercare una sola causa in un territorio dove, con ogni probabilità, i fattori che incidono sull’equilibrio ambientale sono molteplici e interagiscono tra loro. Correnti marine, apporti dei corsi d’acqua, pressione antropica, conformazione della costa, disponibilità di nutrienti, efficienza delle reti di raccolta e depurazione, trasformazioni urbanistiche: ciascuno di questi elementi, preso da solo, dice poco. Considerati nel loro insieme raccontano invece la complessità di un ecosistema che non può essere ridotto a uno slogan.
Ed è proprio questa complessità che dovrebbe spingere tutti, istituzioni comprese, a evitare spiegazioni troppo semplici. Perché un territorio si difende affrontando i dubbi, non chiedendo ai cittadini di accantonarli. Il silenzio, quando si parla di ambiente e salute pubblica, non ha mai migliorato la qualità delle acque. La trasparenza, invece, sì.
I campionamenti dell’ARPACAL
Nei giorni scorsi, sulla spiaggia di Nicotera, si è svolta una scena che probabilmente racconta questa vicenda meglio di qualsiasi comunicato ufficiale. Al largo, una piccola imbarcazione dell’ARPACAL effettuava i consueti campionamenti. Sulla battigia, decine di bagnanti seguivano quelle operazioni con evidente attenzione. Non c’erano proteste, né tensioni. C’era semplicemente il desiderio di capire.
Alcune persone si sono avvicinate all’imbarcazione chiedendo spiegazioni. Volevano sapere se quell’acqua verde fosse sicura, se quelle schiume e quei residui galleggianti rappresentassero un rischio, se fosse prudente fare il bagno con i propri figli. La risposta ricevuta è stata rassicurante: il mare è balneabile, non vi sarebbero rischi per la salute e il fenomeno osservato è riconducibile alla presenza di microalghe.
È giusto raccontarlo con onestà. I controlli vengono effettuati e rappresentano un presidio fondamentale per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Sarebbe scorretto ignorare il lavoro dei tecnici che, anche nelle giornate più difficili, continuano a monitorare lo stato delle acque e a fornire indicazioni ai cittadini.
Ma proprio quella scena lascia emergere una riflessione che va oltre il singolo episodio.
Proviamo per un momento a metterci nei panni di una famiglia arrivata a Nicotera per trascorrere una giornata di mare. Non conosce la storia di questo territorio, non ha letto le relazioni tecniche, non distingue una microalga da un’alga superiore e non possiede competenze di biologia marina. Arriva in spiaggia, osserva un’acqua intensamente colorata di verde, nota schiume persistenti e materiale galleggiante, vede altre persone discutere tra loro e, inevitabilmente, si pone una domanda molto semplice: possiamo entrare in acqua con tranquillità?
È una domanda che nessuno dovrebbe considerare irragionevole.
È la stessa domanda che qualunque genitore si porrebbe trovandosi in quella situazione. Ed è una domanda alla quale le istituzioni hanno il dovere di rispondere nel modo più completo possibile.
Il principio di precauzione
Per questo motivo il punto non è stabilire se la spiegazione scientifica della fioritura algale sia corretta oppure no. È probabile che lo sia. Il punto è un altro. Quando un fenomeno così evidente continua a manifestarsi in un territorio che convive da decenni con polemiche ambientali, il principio di precauzione dovrebbe suggerire un livello ancora più elevato di attenzione, di trasparenza e di approfondimento.
Il principio di precauzione costituisce uno dei cardini del diritto ambientale europeo. Non nasce per alimentare allarmismi, né tantomeno per bloccare il turismo o ostacolare l’economia locale. Nasce per ricordare che, quando esistono dubbi ragionevoli su fenomeni che possono incidere sull’ambiente o sulla salute delle persone, le istituzioni sono chiamate a fare un passo in più. Servono monitoraggi più frequenti, analisi più approfondite, dati pubblici facilmente accessibili e una comunicazione capace di spiegare, non soltanto di rassicurare. In altre parole, non basta dire ai cittadini di stare tranquilli. Occorre metterli nelle condizioni di comprendere perché possono stare tranquilli.
Ed è forse proprio qui che la vicenda di Nicotera continua a mostrare il proprio punto più fragile. Da una parte esistono spiegazioni scientifiche, controlli e rassicurazioni. Dall’altra rimangono fotografie, testimonianze, dubbi che si ripresentano estate dopo estate e una storia lunga oltre trent’anni che rende difficile chiedere ai cittadini un atto di fiducia incondizionata.
Chi scrive non pretende di sostituirsi ai biologi marini, ai tecnici dell’ARPACAL o agli enti competenti. Non dispone delle competenze necessarie e non avrebbe alcun titolo per farlo. Ma il giornalismo ha un altro compito: osservare, raccontare e porre domande quando le risposte appaiono ancora insufficienti.
Ed è esattamente ciò che accade oggi a Nicotera.
Una questione da non affrontare con leggerezza
Le immagini di questi giorni non autorizzano nessuno a parlare con leggerezza di mare inquinato. Allo stesso tempo, però, non possono essere archiviate con altrettanta leggerezza limitandosi a dire che si tratta di “solo alghe”. In mezzo tra queste due posizioni esiste uno spazio enorme che merita di essere riempito con conoscenza, dati, verifiche e trasparenza.
Perché il vero problema non è stabilire se quel colore verde dipenda esclusivamente dalle microalghe, dalle correnti, dai nutrienti o dalla combinazione di più fattori. Il vero problema è comprendere se tutto ciò che poteva essere verificato sia stato realmente verificato e se tutto ciò che può essere spiegato venga spiegato con la chiarezza che cittadini e turisti hanno il diritto di pretendere.
La salute pubblica non può essere considerata un argomento secondario rispetto alla stagione turistica. Al contrario, è proprio la certezza di un ambiente controllato, monitorato e pienamente trasparente a rappresentare il più importante investimento sul futuro turistico di un territorio. La fiducia non nasce dalle rassicurazioni. Nasce dalla credibilità delle istituzioni e dalla loro capacità di affrontare ogni dubbio senza minimizzarlo. Perché la vera ricchezza di Nicotera non è soltanto il suo mare. È la fiducia con cui cittadini e turisti decidono di entrarci. E quella fiducia non si difende chiedendo un atto di fede, ma offrendo informazioni sempre più complete, controlli sempre più rigorosi e una trasparenza che non lasci spazio a dubbi.
Forse è proprio questa la vera sfida che attende Nicotera. Non dimostrare che il proprio mare è più pulito di ieri, ma convincere definitivamente cittadini e visitatori che ogni domanda legittima riceve una risposta altrettanto rigorosa. Perché dopo oltre trent’anni di discussioni, controlli e promesse, il problema non è più soltanto il colore dell’acqua. Il problema è restituire fiducia a una comunità che del suo mare continua a vivere e che proprio per questo ha il diritto di pretendere il massimo livello di tutela, trasparenza e precauzione possibile.