Il Boeing precipita, lui afferra i comandi: il caso incredibile del volo Flydubai

Il Boeing precipita, lui afferra i comandi: il caso incredibile del volo Flydubai

Il volo Flydubai dirottato tra Dubai e Tel Aviv ha prodotto una di quelle storie che sembrano scritte per la televisione e che, invece, dalla televisione hanno finito per prendere qualcosa in prestito.

Nel momento più critico dell’emergenza, mentre il Boeing 737 MAX perdeva rapidamente quota e all’interno della cabina di pilotaggio si era consumata una violenta aggressione, uno dei passeggeri intervenuti ha afferrato i comandi dell’aereo. Non era un pilota. Non aveva frequentato corsi di volo. Sapeva soltanto, come avrebbe raccontato in seguito, di aver visto Indagini ad alta quota.

La frase pronunciata da Yaniv Hayoun dopo essere tornato in Israele ha inevitabilmente conquistato l’attenzione. Ma dietro la battuta, quasi surreale se confrontata con la gravità dell’accaduto, si nasconde una vicenda molto più complessa. Il caso del volo Flydubai FZ1073 apre infatti almeno tre questioni: quanto possono essere vulnerabili sistemi progettati per essere estremamente sicuri, cosa accade quando il pericolo arriva da una persona già autorizzata a trovarsi nel luogo più protetto dell’aereo e, infine, fino a che punto informazioni assorbite passivamente attraverso documentari e programmi televisivi possano riemergere durante un’emergenza reale.

Volo Flydubai dirottato, il caos comincia dentro il cockpit

Il 30 settembre il volo FZ1073 era partito da Dubai ed era diretto a Tel Aviv. La situazione è precipitata quando, secondo le ricostruzioni finora emerse, il copilota avrebbe aggredito con un’arma da taglio il comandante Smit Machchhar, cittadino indiano, all’interno della cabina di pilotaggio.

Il comandante, nonostante le ferite, sarebbe riuscito a consentire l’apertura del cockpit. È probabilmente uno dei passaggi decisivi dell’intera vicenda. Da quel momento ciò che fino a pochi istanti prima era confinato nella parte più protetta dell’aereo diventa visibile agli altri occupanti del velivolo.

Alcuni passeggeri accorrono. Tra loro c’è Hayoun. Il copilota viene trascinato lontano dai comandi e immobilizzato con l’aiuto di altre persone presenti a bordo. Nel frattempo l’aereo sta attraversando una fase estremamente critica: i dati disponibili indicano una perdita di quota di circa 14.000 piedi in meno di trenta secondi.

Non si tratta dunque soltanto di una colluttazione avvenuta durante un volo commerciale. Per alcuni interminabili istanti, la stabilità stessa del velivolo entra nell’emergenza.

È qui che il racconto assume il tratto che lo renderà globale.

“Guardo Mayday”: quando un ricordo televisivo entra nella realtà

Hayoun racconta di essere tornato nel cockpit dopo aver contribuito a bloccare l’uomo. Davanti a lui c’erano i comandi di un Boeing in una situazione che nessun normale passeggero dovrebbe mai trovarsi ad affrontare.

Il suo gesto, descritto successivamente alle autorità e ai media israeliani, è elementare: afferrare la cloche e tirarla verso di sé. Nel suo racconto, l’aereo avrebbe cominciato a recuperare una condizione più stabile prima che personale qualificato assumesse il controllo.

Quando gli viene chiesto come sapesse cosa fare, Hayoun cita Mayday, conosciuto in Italia come Indagini ad alta quota. La serie documentaristica ricostruisce da anni incidenti e quasi incidenti dell’aviazione civile, combinando testimonianze, simulazioni e analisi delle inchieste tecniche.

Naturalmente guardare un documentario non trasforma uno spettatore in pilota. Sarebbe persino pericoloso ricavare da questa storia l’idea che una cabina di pilotaggio possa essere gestita attraverso nozioni apprese davanti alla televisione. Un aeromobile commerciale è un sistema enormemente complesso e il comportamento corretto varia in funzione di velocità, assetto, quota, configurazione e numerosi altri parametri.

Il punto interessante è un altro: in una situazione estrema il cervello ha recuperato un’informazione precedentemente osservata. Non una competenza professionale, ma un frammento di conoscenza che, in quel particolare momento, ha suggerito al passeggero un’azione invece della completa paralisi.

La vera vulnerabilità era già nella zona più sicura dell’aereo

La parte più inquietante della storia del volo Flydubai non riguarda però la televisione. Riguarda una porta.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’aviazione civile ha radicalmente rafforzato la protezione delle cabine di pilotaggio. L’obiettivo era impedire che un passeggero ostile potesse raggiungere i piloti, assumere il controllo di un velivolo e trasformarlo in un’arma.

Quel modello di sicurezza parte da un presupposto intuitivo: la minaccia è fuori dal cockpit e le persone affidabili sono dentro.

Ma cosa accade quando questa divisione viene meno?

È il problema dell’insider threat, la minaccia interna. Philip Baum, docente ed esperto di aviation security, ha sottolineato proprio questa contraddizione: una porta fortificata, essenziale per impedire un’irruzione dall’esterno, può diventare un ostacolo quando bisogna invece raggiungere qualcuno che rappresenta un pericolo ed è già dall’altra parte.

Non è la prima volta che l’aviazione civile è costretta a confrontarsi con questo dilemma. Il disastro Germanwings del 2015 aveva già mostrato in modo tragico come la separazione fisica della cabina potesse assumere una funzione opposta rispetto a quella per la quale era stata progettata quando un membro dell’equipaggio rimaneva solo all’interno.

Controllare i passeggeri non basta più

Il caso FZ1073 porta inevitabilmente l’attenzione anche su un altro elemento: chi controlla chi è già autorizzato a superare i controlli?

Per decenni gran parte dell’architettura della sicurezza aeroportuale è stata costruita attorno al passeggero. Metal detector, scanner, restrizioni sui liquidi, controlli del bagaglio, profilazione del rischio e limitazioni sugli oggetti trasportabili sono diventati parte dell’esperienza quotidiana di milioni di viaggiatori.

Il personale dell’aviazione viene naturalmente sottoposto a procedure specifiche, ma il volo Flydubai riporta al centro la necessità di valutare con attenzione anche chi dispone di accessi privilegiati e conosce dall’interno procedure, infrastrutture e vulnerabilità.

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Eyal Hulata ha osservato che tradizionalmente gli apparati di controllo hanno dedicato molta più attenzione ai passeggeri e ai loro bagagli rispetto all’eventualità che la minaccia possa provenire dall’equipaggio stesso.

È un cambio di prospettiva rilevante. Un sistema può essere tecnicamente molto sofisticato e rimanere vulnerabile proprio nel punto in cui è obbligato a concedere fiducia. Un pilota non può essere trattato come un intruso nel proprio cockpit: deve poter entrare, deve conoscere i sistemi e deve poterli utilizzare. La stessa autorizzazione necessaria al funzionamento dell’aviazione diventa quindi, in circostanze eccezionali, una potenziale vulnerabilità.

Il ruolo decisivo del comandante e dei piloti fuori servizio

La spettacolarità del racconto di Hayoun rischia però di mettere in secondo piano le persone che hanno reso possibile l’esito finale.

Il comandante Machchhar, se la ricostruzione verrà integralmente confermata dalle indagini, ha avuto un ruolo cruciale. Pur ferito, è riuscito a rendere accessibile il cockpit. Senza quel passaggio, l’intervento esterno sarebbe potuto diventare enormemente più difficile.

A bordo si trovavano inoltre altri piloti Flydubai che non stavano conducendo quel volo. Una volta contenuta l’emergenza, personale professionalmente preparato ha potuto assumere i comandi e portare l’aereo verso Tabuk, in Arabia Saudita, dove il Boeing è atterrato senza una catastrofe.

È quindi fuorviante condensare l’intera vicenda nella formula “un passeggero ha salvato l’aereo grazie a una serie TV”. Funziona come titolo, molto meno come ricostruzione.

Quello che emerge è piuttosto una catena di reazioni complementari: un comandante ferito che riesce ad aprire la cabina, persone che intervengono fisicamente, altri passeggeri che trattengono l’aggressore, conoscenze frammentarie utilizzate nei primissimi secondi e, infine, professionisti dell’aviazione capaci di prendere il controllo e completare l’atterraggio.

Il movente resta il punto che non può essere riempito con le supposizioni

C’è poi una parte della vicenda sulla quale la prudenza rimane indispensabile: perché è accaduto?

Le autorità israeliane hanno inizialmente trattato l’episodio come un possibile atto terroristico e nei giorni successivi sono state avanzate valutazioni sulla possibile radicalizzazione del copilota. Gli Emirati Arabi Uniti hanno però aperto una propria inchiesta giudiziaria proprio per stabilire circostanze, motivazioni, eventuale pianificazione e possibili legami con attività terroristiche.

La distinzione è importante. Un’ipotesi investigativa, anche quando viene espressa da un capo di governo, non equivale ancora a una conclusione giudiziaria.

Flydubai ha mantenuto pubblicamente una formulazione molto più prudente, parlando di un alterco avvenuto nella cabina di pilotaggio e chiedendo di evitare conclusioni premature fino al completamento degli accertamenti.

La nazionalità omanita attribuita al copilota ha inoltre alimentato interrogativi perché Oman e Israele non intrattengono relazioni diplomatiche formali. Anche questo aspetto, tuttavia, riguarda procedure di sicurezza e verifiche che dovranno essere ricostruite documentalmente, non conclusioni automatiche sull’identità o sulle intenzioni di una persona.

Flydubai FZ1073 e la lezione che va oltre l’eroismo

Tra tutte le immagini lasciate dal tentato dirottamento Flydubai, quella più potente resta probabilmente quella di un uomo senza esperienza di pilotaggio che entra in una cabina insanguinata e tenta di ricordare qualcosa visto anni prima su uno schermo.

È una storia perfetta per l’epoca delle narrazioni istantanee: l’uomo comune, la serie televisiva, pochi secondi per decidere, un aereo che precipita e poi torna sotto controllo. Ma fermarsi a questa versione significherebbe perdere ciò che l’episodio racconta davvero.

La sicurezza moderna è costruita su livelli successivi di protezione. Identità, procedure, tecnologie, porte blindate, addestramento, controlli e protocolli servono affinché l’imprevisto venga intercettato prima di trasformarsi in disastro. Eppure nessuna architettura può eliminare completamente la variabile umana.

A volte è proprio l’essere umano a creare la falla. Altre volte è quello che la chiude.

Sul volo FZ1073 le due dimensioni sembrano essersi manifestate contemporaneamente: una persona autorizzata a stare nel luogo più protetto dell’aereo sarebbe diventata la fonte del pericolo, mentre persone che non avrebbero mai dovuto mettere piede in quel luogo hanno contribuito a neutralizzarlo.

E in mezzo a tutto questo c’è una frase pronunciata quasi con leggerezza dopo essere sopravvissuti: “Guardo Mayday”.

Non dimostra che la televisione insegni a pilotare un Boeing. Dimostra qualcosa di forse più interessante: quando una crisi cancella in pochi secondi tutte le condizioni normali, la mente cerca disperatamente qualcosa che conosce. Una procedura, un volto, un gesto visto altrove. Talvolta persino una scena di un documentario.

Nel caso del volo Flydubai, quel frammento di memoria è entrato per qualche istante nella realtà. Ma la storia più importante comincia proprio dopo: capire perché un sistema progettato per rendere il cockpit quasi inaccessibile abbia dovuto essere salvato da chi, secondo quel sistema, avrebbe dovuto restarne fuori.

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