C’è una cosa curiosa che succede quando facciamo rifornimento. Noi arriviamo alla pompa pensando di comprare benzina o gasolio. Ingenui. Teneri. Quasi commoventi. In realtà stiamo entrando in una piccola cattedrale fiscale con pistola erogatrice, display luminoso e un rito molto antico: pagare il carburante, pagare l’accisa sul carburante, e poi pagare l’IVA anche sull’accisa.
È un po’ come ordinare un caffè, scoprire che c’è una tassa sul caffè, e poi una tassa sulla tassa, perché evidentemente il cucchiaino ha manifestato maggiore capacità contributiva.
Petrolio e carburanti: il confronto tra 2008 e oggi
Partiamo dai numeri.
Nel 2008 il Brent, cioè il petrolio di riferimento europeo, ebbe una media annua di circa 96,94 dollari al barile, con un picco storico intorno ai 147 dollari. Oggi prendiamo come riferimento un Brent intorno a 97,44 dollari al barile. A prima vista sembrerebbe quasi lo stesso film, solo con attori più stanchi.
Ma il cambio cambia la trama. Nel 2008 l’euro era molto più forte: circa 1 euro per 1,47 dollari in media, e addirittura vicino a 1,60 nel picco estivo. Oggi siamo intorno a 1,14 dollari per euro. Tradotto: nel 2008 quei 96,94 dollari valevano circa 65,91 euro al barile; oggi 97,44 dollari valgono circa 85,45 euro al barile. Un barile contiene circa 159 litri, quindi il petrolio grezzo “pesa” circa 0,415 euro al litro nel 2008 e circa 0,537 euro al litro oggi.
Il petrolio in euro è dunque aumentato, certo. Ma non abbastanza da spiegare da solo il prezzo alla pompa.
Accise carburanti: quanto sono cambiate dal 2008
Nel 2008 l’accisa era circa 0,564 euro al litro sulla benzina e 0,423 euro sul gasolio. Oggi siamo a 0,6729 euro al litro per entrambi. Già qui il gasolio fa un salto importante: circa 25 centesimi in più al litro solo di accisa rispetto al 2008.
Poi arriva l’IVA.
IVA sulle accise carburanti: come funziona la tassa sulla tassa
L’IVA non si calcola solo sul carburante. Si calcola anche sull’accisa. La formula è semplice:
prezzo industriale + accisa = base imponibile IVA.
Quindi l’accisa, che è già un’imposta, diventa a sua volta materia prima per un’altra imposta.
Nel 2008 l’IVA era al 20%. Oggi è al 22%. Questo significa che sulla sola accisa pagavamo circa 11,3 centesimi di IVA per litro sulla benzina e circa 8,5 centesimi sul gasolio. Oggi, con accisa a 0,6729 euro e IVA al 22%, paghiamo circa 14,8 centesimi di IVA per litro solo perché esiste l’accisa.
Non è IVA sul carburante. È IVA sulla tassa.
Dov’è il valore aggiunto?
Qui sta il nodo più delicato. L’IVA si chiama Imposta sul Valore Aggiunto. In teoria dovrebbe colpire il valore che si aggiunge lungo la filiera: produzione, raffinazione, trasporto, distribuzione, vendita. Ogni passaggio aggiunge qualcosa al bene o al servizio, e su quel valore aggiunto lo Stato applica l’imposta.
Ma l’accisa non aggiunge valore al carburante. Non lo raffina, non lo trasporta, non lo rende più efficiente, non gli mette una cravatta e lo manda a un colloquio. L’accisa è una tassa. È una componente fiscale decisa dallo Stato. Quando l’IVA viene calcolata anche sull’accisa, non sta colpendo un valore aggiunto reale: sta colpendo un’imposta precedente.
Ed è qui che la logica traballa. Se il litro di carburante resta lo stesso, se il prodotto non migliora, se il consumatore non riceve nulla in più, dov’è il valore aggiunto? L’unica cosa che è aumentata è la tassazione. Ma se l’aumento della tassazione diventa a sua volta base per altra tassazione, allora non siamo più davanti a un’imposta sul valore aggiunto. Siamo davanti a un’imposta sul prelievo aggiunto.
È una differenza sottile solo finché non la si paga. Poi diventa chiarissima.
E se l’accisa aumenta, aumenta automaticamente anche l’IVA. Senza che il carburante sia migliorato. Senza che nel serbatoio arrivi un litro più raffinato, più profumato o capace di recitare Shakespeare. Il bene è lo stesso. Il consumo è lo stesso. Il cittadino non riceve nulla in più. Eppure, paga di più anche di IVA.
Quando l’aumento dell’accisa trascina con sé anche l’IVA
Allora la domanda non è solo contabile. È politica.
Se il bene è lo stesso, quale maggiore capacità contributiva si manifesta quando aumenta l’accisa? Se lo Stato decide di tassare di più quel consumo, questa è una scelta fiscale. Può piacere o no, ma è una scelta leggibile. Ma perché quella scelta deve generare automaticamente un secondo prelievo? Perché l’aumento di un’imposta deve produrre altra imposta?
Nel confronto semplificato tra 2008 e 2026, isolando petrolio, accisa e IVA, il “totale teorico” per la benzina passa da circa 1,17 euro al litro a circa 1,48 euro. Per il gasolio passa da circa 1,01 euro a circa 1,48 euro. Eppure, alla pompa oggi vediamo prezzi indicativi ben più alti: circa 2,20 euro per la benzina e fino a 2,40 euro per il diesel in alcune rilevazioni recenti.
Per un mese il costo viene ridotto con la benzina a 1,99 euro e il diesel a 2,19. Comunque, con un prezzo sempre più caro al confronto con il 2008, considerando cambio valuta, accisa, iva, ecc. Ma un mese passa velocemente.
Certo, il prezzo finale non è fatto solo di petrolio, accise e IVA. Ci sono raffinazione, trasporto, distribuzione, margini, tensioni internazionali, scarsità di prodotto, costi industriali. Nessuno pretende che il carburante esca dal pozzo, attraversi il Mediterraneo, si raffini da solo e arrivi alla pompa per spirito civico.
Ma proprio per questo il confronto è utile. Perché mostra che una parte consistente del prezzo finale non dipende dal petrolio in sé. Dipende dalla struttura del prezzo. E dentro quella struttura c’è un meccanismo poco discusso: l’IVA applicata sull’accisa.
Un moltiplicatore fiscale nascosto nel prezzo del pieno
Non è necessario gridare al complotto. Il complotto è una cosa troppo faticosa. Qui basta un foglio Excel o una calcolatrice. È tutto alla luce del sole, che è il posto migliore per nascondere le cose evidenti.
La questione è questa: tassare il consumo di carburante può essere una scelta politica, ambientale, di bilancio. Ma tassare automaticamente una tassa solo perché quella tassa è stata aumentata è un’altra cosa. È un moltiplicatore fiscale. Ogni aumento di accisa trascina con sé un aumento di IVA. Il cittadino paga due volte l’effetto della stessa decisione.
Una proposta ragionevole sarebbe aprire una discussione, anche a livello europeo, sull’esclusione delle accise dalla base imponibile IVA. Non per abolire le imposte. Non per fingere che lo Stato si finanzi con buoni sentimenti e francobolli commemorativi. Ma per separare ciò che è prezzo del bene da ciò che è prelievo fiscale.
Se lo Stato vuole aumentare l’accisa, lo dica. Se vuole aumentare l’IVA, lo dica. Ma l’una non dovrebbe crescere di nascosto sulle spalle dell’altra, come un passeggero abusivo nel bagagliaio.
La benzina non diventa più benzina perché sopra ci mettiamo più accisa. Il diesel non diventa più diesel perché lo tassiamo due volte. E il cittadino non diventa più ricco solo perché il legislatore ha trovato una base imponibile più comoda.
La domanda finale: è giusto tassare una tassa?
La domanda, alla fine, è semplice: è giusto tassare una tassa?
Se la risposta è sì, almeno si abbia il coraggio di dirlo chiaramente al distributore. Magari sul display, accanto al prezzo al litro: “Carburante: incluso. Accisa: inclusa. IVA sull’accisa: inclusa. Senso dell’umorismo: obbligatorio.”
Perché quando la fiscalità diventa così contorta che per fare il pieno serve anche un corso di logica tributaria, forse non siamo più davanti a una normale politica fiscale. Siamo davanti a un numero di teatro. Solo che il biglietto lo paghiamo ogni volta che si accende la spia della riserva.