All’alba di martedì 28 aprile, poco dopo le 7, il Laurentino 38 si è svegliato con un’immagine destinata a segnare un passaggio simbolico: l’intervento delle forze dell’ordine per liberare gli spazi occupati del centro sociale noto come L38 Squat, situato al sesto ponte in via Domenico Giuliotti. Un’operazione attesa da mesi, ma che ha immediatamente acceso tensioni, narrazioni opposte e interrogativi sul futuro dell’intero quadrante urbano.
Un intervento pianificato nei dettagli
Il dispositivo messo in campo è stato imponente e coordinato a livello operativo. Sul posto sono intervenuti gli agenti del commissariato di zona, supportati dalla squadra mobile e dalla Digos, sotto la supervisione del dirigente del IX distretto Esposizione. Le unità si sono presentate in assetto antisommossa, segnale chiaro della delicatezza dell’operazione.
A rafforzare il presidio anche il Gruppo IX Eur, insieme alle unità specialistiche della polizia locale di Roma Capitale, tra cui il nucleo per la sicurezza urbana e quello dedicato alle emergenze. Presente persino un reparto a cavallo della Questura, utilizzato per controllare l’area verde circostante.
Nonostante l’apparato, all’interno degli immobili non sono state trovate persone. Una parte degli attivisti legati all’occupazione ha però scelto una forma di protesta visibile: circa dieci individui si sono arrampicati sul tetto, raggiunti nel corso della mattinata da altri gruppi fino a formare un presidio più ampio distribuito anche sui ballatoi.
L’abbattimento interno e la messa in sicurezza
Parallelamente all’azione di sgombero, gli operai incaricati dall’Ater hanno avviato interventi strutturali mirati a impedire nuove occupazioni. Le demolizioni interne hanno riguardato tramezzi e componenti murarie, rendendo di fatto inutilizzabili gli ambienti.
L’intero perimetro è stato poi dotato di sistemi anti-intrusione, mentre Acea e Areti hanno curato la disattivazione e la messa in sicurezza degli impianti idrici ed elettrici. Si tratta di una fase tecnica cruciale che anticipa un progetto più ampio di riqualificazione, destinato a cambiare la funzione degli spazi.
La protesta: tra diritto alla casa e identità collettiva
La reazione degli attivisti non si è limitata alla presenza simbolica sui tetti. Attraverso i social e i canali locali, è stata diffusa una narrazione fortemente critica dell’intervento. In particolare, si contesta la scelta di demolire unità abitative in un contesto già segnato da carenze strutturali e disagio diffuso.
Secondo i gruppi vicini all’occupazione, nel quartiere esisterebbero numerosi appartamenti inutilizzati o in condizioni precarie, mentre molte famiglie convivono con problemi come infiltrazioni, assenza di riscaldamento e guasti agli ascensori. In questo scenario, la distruzione degli spazi occupati viene interpretata come un paradosso sociale prima ancora che urbanistico.
Il nodo abitativo: il caso simbolo di Susanna
Nel corso della mattinata, gli occupanti hanno avanzato una richiesta precisa per interrompere la protesta: una soluzione temporanea per una residente, rimasta senza casa dopo un incendio avvenuto nei mesi precedenti, attribuito a un malfunzionamento di una stufa utilizzata per supplire alla mancanza di riscaldamento.
La vicenda ha assunto un valore emblematico nel racconto degli attivisti, diventando il simbolo di un sistema abitativo percepito come fragile. Secondo quanto emerso, una sistemazione alternativa sarebbe stata individuata dalla sala operativa sociale di Roma Capitale, contribuendo a ridurre la tensione sul posto.
Il presidio del pomeriggio e la mobilitazione cittadina
Nel pomeriggio, la protesta si è trasformata in una mobilitazione più ampia. Diverse realtà antagoniste della Capitale hanno lanciato un appello per un presidio di solidarietà proprio al Laurentino 38.
L’iniziativa ha richiamato decine di persone, con l’obiettivo dichiarato di difendere non solo uno spazio fisico, ma un’esperienza collettiva costruita negli anni. Nei messaggi diffusi si parla di luoghi vissuti, attraversati da persone provenienti da contesti diversi e percepiti come parte integrante dell’identità del quartiere.
Un progetto di riqualificazione bloccato da anni
Lo sgombero si inserisce in una strategia più ampia che riguarda il recupero degli immobili di proprietà regionale gestiti da Ater. Il sesto ponte, insieme ad altre strutture del Laurentino 38, è al centro di un piano che prevede la realizzazione di nuovi alloggi, spazi condivisi e residenze per studenti.
Un progetto rimasto a lungo fermo anche a causa della presenza dell’occupazione, considerata un ostacolo operativo. Già a inizio marzo era stato notificato un ultimatum agli occupanti, con l’intimazione a lasciare i locali per evitare l’intervento della forza pubblica. Una scadenza rimasta senza effetti concreti fino all’azione del 28 aprile.
La lettura politica: sicurezza e legalità contro uso sociale degli spazi
Dal fronte politico, l’operazione è stata rivendicata come un segnale di ripristino della legalità. Esponenti istituzionali hanno sottolineato come la fine dell’occupazione rappresenti una condizione necessaria per avviare finalmente i lavori di riqualificazione.
Secondo questa linea interpretativa, lo sgombero non è solo un atto amministrativo, ma un passaggio strategico per restituire funzionalità a un’area che da anni attende interventi strutturali. Il riferimento è anche a precedenti operazioni urbanistiche nella zona, utilizzate come paradigma di trasformazione.
Oltre lo sgombero: il Laurentino come laboratorio urbano
Al di là della cronaca, ciò che emerge con forza è la natura profondamente ambivalente di questo episodio. Da un lato, la necessità di garantire il rispetto delle regole e sbloccare investimenti pubblici; dall’altro, la presenza di comunità informali che hanno occupato spazi vuoti trasformandoli in luoghi di aggregazione.
Il Laurentino 38 torna così a essere un caso emblematico delle contraddizioni urbane contemporanee: periferie progettate con ambizioni moderne, ma spesso lasciate in sospeso tra degrado e tentativi di rigenerazione.
La domanda che resta aperta riguarda proprio il modello di città che si intende costruire. Se la riqualificazione riuscirà davvero a rispondere ai bisogni reali degli abitanti o se, al contrario, rischierà di cancellare esperienze sociali senza offrire alternative concrete.
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