C’è una Roma che sfugge alle narrazioni più consolidate, lontana dai circuiti turistici e dalle grandi opere, ma capace di costruire valore reale partendo da ciò che già esiste. Una Roma che coltiva, letteralmente, relazioni e risorse. È in questo scenario che prende forma un’esperienza che intreccia agricoltura urbana, solidarietà concreta e gestione condivisa dei beni pubblici: nel quadrante sud-est della Capitale, tra Torre Spaccata e il Parco dei Romanisti, l’olio d’oliva diventa strumento di inclusione e presidio territoriale.
Un patrimonio nascosto tra cemento e verde urbano
Quando si parla di Roma, difficilmente si pensa a un tessuto agricolo diffuso. Eppure, la città conserva un patrimonio verde che, se osservato con attenzione, racconta una storia diversa: quella di alberi produttivi, spazi residuali trasformati in risorse e comunità che si riappropriano del territorio.
Nel VII Municipio, questo patrimonio prende la forma di un uliveto urbano che negli anni ha smesso di essere semplice arredo vegetale per diventare un elemento attivo nella vita del quartiere. Qui, le piante di olivo non sono solo testimonianze paesaggistiche, ma veri e propri generatori di valore sociale ed economico.
Un progetto dal basso che dura da oltre un decennio
All’origine di questa trasformazione c’è l’impegno costante di un’associazione di promozione sociale radicata nel territorio, Gaspar8. Nata dall’esperienza dei gruppi di acquisto solidale già a metà degli anni Duemila e formalizzata poco dopo, l’associazione ha progressivamente costruito un modello operativo basato su cura del verde, partecipazione civica e redistribuzione delle risorse.
Da oltre dodici anni, i volontari si occupano della manutenzione degli olivi: potatura, irrigazione, monitoraggio dello stato delle piante e, naturalmente, raccolta delle olive. Un lavoro silenzioso, spesso invisibile, ma fondamentale per trasformare un’area pubblica in uno spazio produttivo e condiviso.
Il risultato di questo impegno è tangibile: le olive raccolte vengono lavorate e trasformate in olio extravergine, che prende il nome di “Olio Bene Comune”. Una denominazione che non è solo simbolica, ma riflette un’idea precisa di economia: quella che mette al centro la comunità.
L’istituzionalizzazione di un modello civico
Se per anni l’iniziativa è rimasta confinata nella dimensione del volontariato, il 2025 segna un passaggio decisivo. Con la sottoscrizione di un accordo formale tra l’associazione e Roma Capitale, il progetto entra a pieno titolo nel quadro delle politiche pubbliche urbane.
L’intesa, sostenuta dagli assessorati competenti e dal Municipio VII, si inserisce nel solco del “Regolamento per l’Amministrazione Condivisa dei Beni Comuni”, approvato nel 2023. Un dispositivo normativo che consente ai cittadini organizzati di prendersi cura di spazi pubblici attraverso patti di collaborazione con l’amministrazione.
In questo caso, l’accordo non si limita alla gestione delle piante di olivo, ma riguarda l’intera area verde di via Cornelio Sisenna. Si tratta di un patto triennale che riconosce formalmente il ruolo dei volontari, semplifica gli aspetti burocratici e legittima una pratica già consolidata sul territorio.
Il passaggio non è secondario: istituzionalizzare significa dare stabilità, continuità e replicabilità a un’esperienza che, altrimenti, rischierebbe di restare episodica.
Un uliveto in espansione: numeri e prospettive
Nel tempo, il progetto ha conosciuto una crescita significativa anche dal punto di vista quantitativo. Alle piante originarie se ne sono aggiunte progressivamente altre, fino a costruire un vero e proprio sistema olivicolo urbano.
Un momento particolarmente rilevante si registra nel 2025, quando tredici olivi vengono trasferiti da un’altra zona della città, il quartiere Prati. Qui, interventi di riqualificazione urbana legati al Giubileo avevano reso necessario lo spostamento delle alberature. Invece di essere semplicemente ricollocate, le piante trovano una nuova funzione all’interno del progetto di Torre Spaccata.
L’operazione non è priva di criticità: il trapianto avviene in un periodo climaticamente sfavorevole, con temperature elevate e condizioni non ideali per l’attecchimento. Nonostante ciò, grazie alla cura costante dei volontari, gli alberi riescono ad adattarsi e a entrare nel ciclo produttivo.
A inizio 2026, il patrimonio arboreo si arricchisce ulteriormente con l’arrivo di nuove piante, portando il totale a circa 65 olivi. Un dato che testimonia non solo la crescita del progetto, ma anche la sua capacità di attrarre risorse e attenzione.
Dall’uliveto alla tavola: una filiera solidale
Il cuore dell’iniziativa resta però la destinazione finale del prodotto. L’olio ottenuto dalla lavorazione delle olive non viene commercializzato, ma distribuito gratuitamente alle famiglie del quartiere che si trovano in condizioni di difficoltà economica.
La selezione dei beneficiari avviene in collaborazione con i servizi sociali municipali e con le realtà assistenziali locali, garantendo che il sostegno raggiunga chi ne ha realmente bisogno. In questo modo, il progetto si inserisce in una rete più ampia di welfare territoriale, rafforzandola.
Non si tratta di una semplice donazione alimentare, ma di un meccanismo che combina produzione locale, partecipazione civica e redistribuzione equa. L’olio diventa così un veicolo di coesione sociale, oltre che un bene di consumo.
Comunità, partecipazione e cultura del cibo
Accanto alla dimensione produttiva, il progetto mantiene una forte componente comunitaria. I volontari continuano a coinvolgere i residenti nelle attività legate alla cura degli olivi: dalla raccolta autunnale alle operazioni di irrigazione, fino agli interventi di manutenzione ordinaria.
Questi momenti rappresentano occasioni di incontro e condivisione, contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza al territorio. In un contesto urbano spesso segnato da frammentazione sociale, iniziative di questo tipo assumono un valore strategico.
Non a caso, l’uliveto di Torre Spaccata è stato inserito anche nel programma del primo Festival dell’olio di Roma IGP. Durante la manifestazione, lo spazio diventa luogo di aggregazione aperto alla cittadinanza, con eventi dedicati alla cultura alimentare e alla valorizzazione delle produzioni locali.
Oltre il caso locale: un modello replicabile?
L’esperienza del Parco dei Romanisti pone una questione più ampia: è possibile immaginare un modello di gestione urbana che integri produzione agricola, welfare e partecipazione civica?
La risposta, almeno in questo caso, sembra essere positiva. Il progetto dimostra che anche in contesti urbani complessi è possibile attivare filiere corte, valorizzare risorse esistenti e costruire reti di solidarietà.
Ciò che rende questa esperienza particolarmente interessante è la sua natura ibrida: non è un’iniziativa esclusivamente pubblica né un’azione privata, ma una forma di collaborazione strutturata tra cittadini e istituzioni. Un approccio che potrebbe trovare applicazione anche in altri contesti urbani, contribuendo a ripensare il rapporto tra città e produzione.
Un nuovo modo di leggere la città
Guardare a questa realtà significa, in definitiva, cambiare prospettiva. Non più una città divisa tra centro e periferia, tra consumo e produzione, ma un organismo complesso in cui anche gli spazi marginali possono diventare generatori di valore.
L’“Olio Bene Comune” non è solo un prodotto, ma il simbolo di un processo più ampio: quello che trasforma un bene pubblico in un’opportunità condivisa. In un’epoca in cui le città sono chiamate a reinventarsi, esperienze come questa suggeriscono che le risposte potrebbero trovarsi proprio dove meno ce lo aspettiamo: tra gli alberi di un parco di quartiere, coltivati con pazienza da una comunità che ha deciso di non restare spettatrice.