Riforma dello sport dilettantistico: proposte con più ombre che luci?

Riforma dello sport dilettantistico: proposte con più ombre che luci?

Sport dilettantistico, il Senato esamina la riforma del Cnel: inclusione e partecipazione al centro, ma senza nuove risorse la sfida resta aperta.

Lo sport come infrastruttura sociale: la proposta del Cnel guarda oltre il campo di gioco.

In Italia lo sport dilettantistico rappresenta molto più di un insieme di competizioni locali o di attività ricreative. Migliaia di associazioni e società sportive costituiscono ogni giorno uno dei principali punti di riferimento per bambini, adolescenti, famiglie, anziani e persone in condizioni di fragilità. In molti territori, soprattutto nelle aree periferiche e nei piccoli comuni, sono proprio queste realtà a garantire occasioni di aggregazione, educazione e partecipazione civica.

È da questa consapevolezza che nasce il disegno di legge S.1834, presentato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) e ora all’esame della Commissione Cultura del Senato. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il ruolo sociale dello sport dilettantistico, incentivando la partecipazione dei cittadini alla vita delle associazioni sportive dilettantistiche (Asd) e delle società sportive dilettantistiche (Ssd), valorizzandone la funzione educativa, inclusiva e comunitaria.

L’impostazione del provvedimento si inserisce in una riflessione sempre più ampia sul valore dello sport come strumento di prevenzione del disagio sociale, promozione della salute e costruzione di relazioni nei quartieri. Un tema che negli ultimi anni è stato spesso richiamato anche dalle istituzioni europee e dalle organizzazioni internazionali, secondo cui investire nello sport di base significa investire nella qualità della vita delle comunità.

Partecipazione, trasparenza e radicamento nei territori

Il testo punta a rafforzare la dimensione democratica delle organizzazioni sportive dilettantistiche. L’idea è quella di favorire una partecipazione più ampia degli associati, migliorare i livelli di trasparenza nella gestione e consolidare il rapporto tra le realtà sportive e il territorio in cui operano.

L’impianto della proposta riconosce implicitamente che le associazioni sportive non svolgono soltanto attività agonistiche. In molti casi rappresentano veri e propri presìdi sociali, capaci di intercettare fenomeni di dispersione scolastica, isolamento, disagio economico e marginalità.

In numerose città italiane i centri sportivi sono spesso gli ultimi luoghi di aggregazione rimasti aperti nei quartieri periferici. Qui allenatori, dirigenti e volontari finiscono per svolgere anche un ruolo educativo, diventando punti di riferimento per ragazzi che altrimenti rischierebbero di non avere spazi di crescita condivisa.

Per questo motivo il disegno di legge propone di riconoscere in maniera più esplicita il valore pubblico dello sport dilettantistico, pur mantenendone la natura privata e associativa.

Lo sport come antidoto all’emarginazione

Tra gli elementi più significativi della proposta emerge la volontà di utilizzare l’attività sportiva come leva di inclusione sociale.

L’esperienza dimostra infatti che praticare sport contribuisce non soltanto al benessere fisico, ma favorisce anche l’integrazione culturale, il rispetto delle regole, la collaborazione tra persone provenienti da contesti differenti e la costruzione di reti relazionali.

Non è un caso che molte amministrazioni locali abbiano negli ultimi anni sostenuto progetti sportivi rivolti a giovani a rischio, persone con disabilità, famiglie economicamente fragili e cittadini di origine straniera.

Il ddl prova quindi a rafforzare questa visione, riconoscendo alle organizzazioni sportive un ruolo che supera la semplice dimensione agonistica.

L’articolo 8 cambia la prospettiva: nessun nuovo finanziamento previsto

Accanto alle finalità condivisibili del provvedimento, però, compare un passaggio destinato inevitabilmente ad alimentare il dibattito.

L’articolo 8 introduce infatti la tradizionale clausola di invarianza finanziaria, stabilendo che dall’attuazione della legge non dovranno derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Le amministrazioni interessate dovranno quindi dare attuazione alle nuove disposizioni utilizzando esclusivamente le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili.

È una formula ormai frequente nella legislazione italiana, adottata per evitare nuovi impegni di spesa. Tuttavia, nel caso dello sport dilettantistico, questa scelta rischia di incidere direttamente sull’efficacia concreta della riforma.

Se il legislatore attribuisce nuove funzioni, promuove ulteriori obiettivi sociali e amplia il ruolo delle associazioni, ma non accompagna tali ambizioni con strumenti economici dedicati, il rischio è che molte delle innovazioni restino soltanto sulla carta.

Il nodo delle risorse: la vera criticità dello sport di base italiano

È proprio questo l’aspetto che merita una riflessione più ampia.

Lo sport dilettantistico italiano vive da anni una situazione paradossale. Da un lato viene continuamente celebrato come presidio educativo, sanitario e sociale; dall’altro continua a reggersi prevalentemente sul lavoro volontario di dirigenti, tecnici e famiglie.

Le associazioni sportive affrontano quotidianamente costi crescenti per la gestione degli impianti, le utenze energetiche, la manutenzione delle strutture, gli adempimenti amministrativi, gli obblighi fiscali e le nuove disposizioni introdotte dalla riforma dello sport.

A questo si aggiungono le difficoltà legate all’accessibilità economica. Sempre più famiglie faticano infatti a sostenere le quote di iscrizione, mentre numerose realtà locali cercano di evitare aumenti che rischierebbero di escludere proprio i soggetti più fragili.

In questo contesto, immaginare che il sistema possa assorbire nuove responsabilità senza alcun rafforzamento finanziario appare una scelta che suscita più di un interrogativo.

Il problema non riguarda soltanto la disponibilità di fondi. Riguarda anche la coerenza delle politiche pubbliche.

Se si considera davvero lo sport uno strumento di prevenzione del disagio giovanile, di contrasto alla sedentarietà, di promozione della salute e di inclusione sociale, allora dovrebbe essere trattato come un investimento e non soltanto come una voce da contenere sotto il profilo della spesa.

Le lacune strutturali ancora irrisolte

Le criticità dello sport dilettantistico italiano non si limitano alla disponibilità economica.

Molti impianti comunali presentano problemi di manutenzione o risultano energeticamente inefficienti. In diversi territori persistono liste d’attesa per accedere alle strutture sportive, mentre nelle aree interne il numero delle associazioni continua progressivamente a diminuire.

Anche il ricambio generazionale rappresenta una questione aperta. Molte Asd faticano a trovare nuovi dirigenti disponibili ad assumere responsabilità amministrative sempre più complesse. Gli adempimenti burocratici sono aumentati nel tempo e richiedono competenze che spesso il volontariato fatica a garantire.

Esiste poi il tema dell’inclusione delle persone con disabilità, che continua a dipendere in larga misura dalla sensibilità delle singole realtà territoriali e dalla disponibilità di strutture adeguate, piuttosto che da un sistema stabile di sostegno.

In questo scenario, una riforma che punta ad ampliare la funzione sociale dello sport avrebbe probabilmente bisogno anche di affrontare questi nodi strutturali con interventi specifici e risorse dedicate.

Una riforma condivisibile nelle finalità, ma il banco di prova sarà l’attuazione

Il disegno di legge del Cnel propone una visione dello sport che molti osservatori condividono: non soltanto competizione e attività motoria, ma uno spazio di cittadinanza, partecipazione e crescita collettiva.

L’impostazione culturale del provvedimento appare in linea con l’evoluzione che lo sport ha assunto negli ultimi decenni, diventando uno strumento sempre più importante per costruire coesione sociale e rafforzare le comunità locali.

Resta però una domanda di fondo: è possibile chiedere al mondo dello sport dilettantistico di svolgere un ruolo ancora più ampio senza prevedere strumenti economici aggiuntivi?

La risposta dipenderà anche dal percorso parlamentare del ddl e dagli eventuali emendamenti che potranno essere presentati durante l’esame al Senato. Se la clausola di invarianza finanziaria dovesse rimanere invariata, il rischio è che molte delle finalità più ambiziose della riforma restino affidate esclusivamente alla buona volontà di migliaia di volontari e dirigenti che già oggi sostengono gran parte dello sport di base italiano.

In definitiva, il provvedimento apre una discussione importante sul ruolo dello sport nella società contemporanea. Ma perché questa visione possa tradursi in risultati concreti sarà necessario affrontare anche il tema delle risorse, delle infrastrutture e del sostegno organizzativo. Altrimenti, il pericolo è quello già visto in molte altre riforme: principi condivisibili, obiettivi ambiziosi, ma effetti limitati dalla mancanza degli strumenti necessari per renderli realmente operativi.

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