Quattro ospedali italiani entrano nella top ten mondiale delle rispettive specialità. Non tre, come riportato in diverse ricostruzioni circolate nelle ultime ore. A rileggere fino in fondo la nuova edizione della World’s Best Specialized Hospitals, la graduatoria elaborata da Newsweek insieme a Statista, il conto porta infatti a quattro: il Policlinico Gemelli di Roma, il Bambino Gesù, l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano e l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.
Ma ridurre tutto a una gara tra ospedali rischia di far perdere la parte più interessante della fotografia. La classifica dei migliori ospedali italiani racconta infatti almeno tre cose contemporaneamente: la capacità di alcune strutture di competere ai massimi livelli internazionali, la presenza dell’Italia in tutte le aree cliniche esaminate e, sullo sfondo, una geografia dell’eccellenza sanitaria tutt’altro che uniforme.
Sono 42 le strutture italiane che compaiono almeno una volta nelle tredici specialità considerate. Un risultato consistente, soprattutto perché non riguarda un singolo settore nel quale il Paese possiede una tradizione consolidata, ma un ventaglio che va dalla cardiologia alla pediatria, dall’oncologia alla neurochirurgia, fino alla nefrologia. E proprio qui si trova una prima indicazione interessante: più che un’unica “sanità italiana” premiata in blocco, emergono poli ad altissima specializzazione capaci di costruire reputazione, ricerca e competenze riconosciute anche fuori dai confini nazionali.
Migliori ospedali italiani: i quattro centri nella top 10
Il risultato più immediato riguarda le prime dieci posizioni mondiali. Il Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma conquista il terzo posto nella graduatoria dedicata a ostetricia e ginecologia. Nella pediatria, invece, il Bambino Gesù di Roma raggiunge la quarta posizione fra 250 strutture selezionate.
A Milano, la Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta si colloca all’ottavo posto mondiale per la neurologia e sfiora un altro ingresso nella top ten con l’undicesimo posto in neurochirurgia. A questi tre risultati bisogna aggiungere quello dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, nono nella graduatoria internazionale dell’ortopedia.
È proprio il Rizzoli a modificare il titolo con cui la notizia è stata inizialmente raccontata: se si considerano tutte le specialità pubblicate, le presenze italiane fra le prime dieci sono quattro. Un dettaglio apparentemente numerico che, però, restituisce una rappresentazione più completa del risultato ottenuto dal sistema dell’alta specializzazione italiana.
Subito fuori dalle primissime posizioni compaiono altri centri di primo piano. L’Istituto Europeo di Oncologia di Milano raggiunge il quattordicesimo posto mondiale nell’oncologia; il Gemelli arriva all’undicesimo in gastroenterologia, mentre il Besta replica l’ottima performance con l’undicesima posizione in neurochirurgia.
È un quadro che impedisce di leggere il ranking come la celebrazione di quattro casi isolati. Il dato più significativo, semmai, è la ripetizione delle presenze italiane nelle diverse discipline: alcuni ospedali riescono cioè a comparire ad alto livello in più campi contemporaneamente, mentre altri hanno costruito una vocazione estremamente verticale in una specifica area della medicina.
Non esiste “il miglior ospedale”: la classifica misura le specialità
C’è poi un equivoco da evitare. Una graduatoria come quella di Newsweek non stabilisce quale sia, in assoluto, l’ospedale migliore del pianeta. Il criterio è differente: vengono confrontate strutture e reparti sulla base delle singole specializzazioni. Ed è una distinzione sostanziale.
Un grande policlinico può ottenere risultati molto diversi passando, per esempio, dall’oncologia alla cardiologia o dalla gastroenterologia alla neurologia. Allo stesso tempo, un istituto fortemente specializzato può raggiungere una posizione eccezionale nel proprio settore senza essere confrontabile con un ospedale generalista.
La metodologia prende in considerazione soprattutto le valutazioni provenienti dalla comunità medica internazionale, affiancandole a elementi legati alla qualità, agli accreditamenti e alle misure di assistenza orientate al paziente. Tra queste assumono rilievo anche i cosiddetti PROMs, gli strumenti attraverso i quali vengono raccolte informazioni sugli esiti delle cure direttamente dal punto di vista delle persone assistite.
Questo significa che il ranking ha un valore preciso, ma non va trasformato in qualcosa che non è. La posizione in classifica non equivale automaticamente alla qualità di ogni singola prestazione, né può sostituire la valutazione clinica necessaria per scegliere dove curare una determinata patologia. Serve piuttosto a individuare centri che, all’interno di specifici campi, hanno raggiunto un’elevata riconoscibilità professionale e organizzativa.
La differenza è importante anche per un altro motivo. La reputazione internazionale tende inevitabilmente a premiare istituzioni che dispongono di reti scientifiche solide, attività di ricerca, pubblicazioni, collaborazioni e capacità di attrarre professionisti e pazienti da territori molto ampi. Il ranking fotografa dunque anche la forza di questi ecosistemi, non soltanto ciò che accade in una sala operatoria o in un ambulatorio.
Cardiologia, oncologia e pediatria: quanto pesa l’Italia
Allargando lo sguardo oltre le prime dieci posizioni, la presenza italiana diventa ancora più significativa. In cardiologia figurano 21 strutture nazionali fra le 300 selezionate a livello mondiale. Nell’oncologia gli ospedali italiani presenti sono 15, mentre in pediatria se ne contano 11 fra i 250 inclusi nella graduatoria.
La gastroenterologia vede dieci centri italiani; cardiochirurgia ed endocrinologia ne contano nove ciascuna. In ortopedia e pneumologia le strutture sono otto, mentre sei ospedali italiani compaiono nell’area di ostetricia e ginecologia.
Più ristretto, ma comunque significativo, il gruppo relativo all’urologia, con cinque strutture. Neurologia e neurochirurgia vedono quattro presenze italiane ciascuna. La nefrologia, inserita tra le discipline considerate, registra invece due centri nazionali nelle posizioni selezionate.
La lettura interessante è quindi quella della continuità. Se il dato fosse limitato a uno o due ospedali particolarmente prestigiosi, si potrebbe parlare semplicemente di eccellenze isolate. La distribuzione fra numerose discipline suggerisce invece l’esistenza di una fascia della sanità italiana ad alta specializzazione che riesce a competere con grandi istituzioni europee, nordamericane e asiatiche.
Non significa, naturalmente, che una graduatoria internazionale possa essere trasformata in una pagella dell’intero Servizio sanitario nazionale. Sarebbe un salto logico improprio. I grandi IRCCS, i policlinici universitari e gli istituti specialistici operano in condizioni, missioni e bacini di utenza differenti rispetto alla rete ordinaria degli ospedali territoriali. L’eccellenza della punta non descrive automaticamente lo stato dell’intera piramide.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più utile da tenere presente quando si legge una classifica del genere: un Paese può disporre di centri capaci di competere ai vertici mondiali e, contemporaneamente, continuare ad avere bisogno di una rete sanitaria capace di garantire qualità, accessibilità e continuità delle cure anche molto lontano da quei centri.
La geografia delle eccellenze rivela un’Italia molto concentrata
C’è infine la mappa. Ed è forse la parte che dice più cose dell’ennesimo podio internazionale. Dei 42 ospedali italiani presenti nel ranking, 15 si trovano in Lombardia e sette nel Lazio. Da sole, quindi, queste due regioni raccolgono 22 delle strutture censite: più della metà del totale nazionale.
Il Piemonte segue con cinque presenze, mentre Campania, Toscana e Veneto partecipano con un numero inferiore di centri. Al di là delle differenze puntuali fra le diverse ricostruzioni regionali, la tendenza è evidente: la capacità di produrre strutture sanitarie altamente riconoscibili a livello internazionale rimane concentrata in alcuni grandi poli.
Non è soltanto una questione geografica. Dietro un ospedale capace di raggiungere stabilmente i vertici di una specialità esiste in genere una rete fatta di università, ricerca biomedica, finanziamenti, professionisti, tecnologie, casistiche cliniche numerose e capacità di attrarre pazienti anche da altre regioni. È un processo cumulativo: dove esistono competenze forti diventa più semplice alimentarne di nuove.
La classifica Newsweek letta da questo punto di vista, racconta dunque qualcosa di più complesso della corsa al podio. Dice che l’Italia dispone di centri specialistici che possiedono una reputazione internazionale concreta. Dice che alcune eccellenze non sono occasionali, perché ricompaiono in discipline differenti. Ma mostra anche quanto queste risorse siano territorialmente concentrate.
E forse il dato più interessante non è stabilire se un ospedale sia terzo, quarto, ottavo o nono. È capire come competenze maturate in pochi grandi centri possano diventare patrimonio di un sistema più ampio. Perché una classifica internazionale può premiare il vertice della medicina italiana; la sfida vera, per la sanità, resta fare in modo che la distanza tra eccellenza e normalità si riduca.
Il risultato resta comunque considerevole: 42 ospedali italiani, tredici specialità rappresentate e quattro strutture nelle prime dieci posizioni mondiali. Non una medaglia collettiva da appuntare automaticamente al Servizio sanitario nazionale, ma nemmeno una semplice curiosità statistica. È la fotografia di una medicina italiana che, quando riesce a concentrare ricerca, competenze e organizzazione, può ancora sedersi al tavolo dei migliori.