Hanno superato la Prima Repubblica. Restano da superarne i risultati

Hanno superato la Prima Repubblica. Restano da superarne i risultati

Sette leader, una campagna elettorale senza fine e un Paese chiamato a scegliere chi lo deluderà. La proposta più scandalosa? Copiare ciò che funzionava prima di chiamare progresso il suo smantellamento. Il confronto con la Prima Repubblica dovrebbe cominciare qui.

L’Italia ha cambiato partiti, simboli, sistemi elettorali e formule di governo. Ha rottamato dirigenti, inaugurato generazioni, annunciato rivoluzioni. A ogni passaggio le è stato spiegato che il problema era finalmente risolto: bastava mandare a casa quelli di prima. Quelli di prima sono ormai una folla. Il problema gode di ottima salute.

Andreotti, Craxi, Berlinguer e Almirante erano avversari, portatori di idee incompatibili su molti aspetti della società. Avevano però un terreno sul quale misurarsi: organizzazioni, interessi rappresentati, scelte, rapporti di forza. Oggi troppo spesso la qualità di un dirigente si misura dalla capacità di occupare la conversazione. Governare il Paese è diventato un impegno accessorio, da incastrare fra due dichiarazioni.

Il risultato è una classe politica che sa raccontare perfettamente perché non può fare ciò che aveva promesso e molto meno bene che cosa intenda fare al suo posto.

Giorgia Meloni ha portato al governo il linguaggio della rottura

Alla rottura ha spiegato che, per il momento, deve aspettare fuori. Il caso delle accise resta esemplare: l’abolizione progressiva reclamata nel 2019 lascia spazio, nel 2023, alla difesa della scelta di non prolungare lo sconto, destinando le risorse ad altri interventi. Una decisione discutibile nel merito come qualsiasi altra. Ma è il cambio di rappresentazione a colpire: all’opposizione il vincolo dimostra l’incapacità altrui; al governo certifica il proprio realismo. Il carattere forte prende il posto della differenza politica. Occupare la scena, però, non significa aver risolto il problema che vi si rappresenta.

Giuseppe Conte è l’avvocato che riesce a difendere l’accusa, la difesa e la permanenza dell’avvocato

Ha guidato un governo con la Lega e uno con il PD; sotto la sua presidenza sono stati approvati il decreto sicurezza bis nel 2019 e le modifiche ai decreti sicurezza nel 2020. Cambiare alleanza può essere necessario. Correggere una legge può essere giusto. Ma chi guida deve spiegare quale scelta consideri sbagliata e perché. Se ogni stagione viene presentata come l’espressione più autentica dello stesso capo, il rendiconto politico si trasforma in una dimostrazione permanente della sua innocenza. Cambia la causa, resta il patrocinatore.

Elly Schlein allarga il campo, ma perde l’orizzonte

La sua formula del 2024, «Con i progressisti uniti le destre si battono», chiarisce l’obiettivo elettorale. Non basta a chiarire quello di governo. Una coalizione deve accordarsi su ciò che farà dopo la fotografia. E la coerenza personale, come quella di Schlein nell’opposizione al Jobs Act, non sostituisce la capacità di rendere riconoscibile la direzione di un partito. Il lavoro non torna al centro perché lo dichiari centrale. Occorre organizzare chi lavora, scegliere quali interessi difendere e sostenere il conflitto che ne deriva. Altrimenti la segreteria diventa il servizio stampa delle proprie intenzioni.

Matteo Renzi ha certamente cambiato il significato di “me ne vado”

Prima del referendum del 2016 promise il ritiro dalla politica in caso di sconfitta. Le dimissioni da presidente del Consiglio arrivarono; il ritiro no. La questione supera quella promessa. È la tendenza a trasformare ogni passaggio istituzionale in una verifica dell’indispensabilità personale. La riforma diventa biografia, il partito diventa veicolo, la prossima mossa diventa una ragione sufficiente per restare al centro. La rottamazione aveva una clausola comprensibile soltanto dopo: non riguardava il rottamatore.

Matteo Salvini trova sempre la direzione: basta indicargli dov’è la telecamera

Nel febbraio 2021, interrogato sull’irreversibilità dell’euro, rispondeva che soltanto la morte era irreversibile; nello stesso mese la Lega sosteneva il governo Draghi, che sull’irreversibilità dell’euro era stato esplicito. Le svolte sono consentite. La spiegazione dovrebbe essere obbligatoria almeno politicamente. Invece la fermezza viene misurata spesso sul volume della dichiarazione. Il ministro continua a parlare come se dovesse ancora ottenere il numero del ministro. Un’infrastruttura richiede anni; annunciarla richiede pochi secondi. Il rischio è diventare specialisti nell’inaugurazione dell’intenzione, con nastro riutilizzabile.

Antonio Tajani è politicamente inconsistente e gerarchicamente impeccabile

Equilibrio, responsabilità, moderazione: un repertorio che può accompagnare quasi qualunque decisione, purché sia stata presa da chi comanda. La mediazione dovrebbe avvicinare posizioni diverse attraverso concessioni riconoscibili. Aspettare il risultato e illustrarne il buon senso è un’altra attività. Il vuoto di contenuto non è neutrale: lascia agire i rapporti di forza e ne presenta l’esito come ragionevolezza. L’obbedienza si mette la cravatta della moderazione. Se il superiore cambia direzione, resta soltanto da spiegare che quella nuova era sempre stata la direzione giusta.

Carlo Calenda vuole governare l’Italia

Per adesso cerca un’Italia con la quale andare d’accordo. L’accordo con il PD del 2 agosto 2022, la rottura cinque giorni dopo, l’intesa con Renzi e il progetto di partito unico arenatosi nel 2023 offrono una sintesi del problema. La competenza dovrebbe comprendere anche la valutazione degli alleati e la costruzione degli accordi. Non tutti i dissensi dipendono da un documento letto male. Esistono interessi diversi, che un dirigente deve saper organizzare. Dichiararsi il migliore della stanza serve a poco se, alla fine, la stanza è vuota.

Questi comportamenti trovano nel bipolarismo la loro assicurazione sulla vita

Per ottenere il voto non occorre sempre meritare fiducia: può bastare rendere insopportabile l’avversario. Le differenze interne alle coalizioni spariscono durante la campagna e ricompaiono quando si deve decidere. Il sistema ha perfezionato la selezione del vincitore senza garantire la qualità della vittoria. Il governo cambia; la campagna elettorale ha il posto fisso.

La Prima Repubblica viene convocata soltanto quando serve ricordarne le colpe

Debito, corruzione, clientelismo diventano così un certificato di buona condotta rilasciato automaticamente a chi è venuto dopo. È un ragionamento comodo: noi abbiamo commesso errori, dunque voi avete ragione. Nessun revisore serio accetterebbe una contabilità del genere.

Nel 1991 una stima di Business International, annunciata da De Michelis, collocava l’Italia al quarto posto fra le economie mondiali. Non era una graduatoria condivisa da ogni metodo di misurazione, ma quel Paese industriale esisteva. Aveva fabbriche, competenze, organizzazioni politiche e sociali; aveva costruito la scuola media unica e il Servizio sanitario nazionale. Il merito apparteneva anche a lavoratori, imprenditori, insegnanti, tecnici e amministratori: persone alle quali la politica aveva dato strumenti, oltre che chiesto voti.

Il confronto con la crescita dello 0,5 per cento del 2025 e con retribuzioni contrattuali che, alla fine dello stesso anno, conservavano una perdita di potere d’acquisto dell’8,6 per cento rispetto al 2019 dovrebbe almeno raffreddare l’autocompiacimento dei modernizzatori. A chi chiama inevitabile questo impoverimento delle prospettive si può chiedere una spiegazione migliore del calendario.

Anche la fine della Prima Repubblica merita un giudizio meno rituale

Perseguire reati era necessario. Attribuire alle inchieste una funzione di rigenerazione nazionale è stato, a mio giudizio, un errore politico devastante. La magistratura non riceve dalla propria indipendenza una rappresentanza popolare. E le violazioni delle garanzie non diventano irrilevanti quando riguardano imputati impopolari: Strasburgo riconobbe violazioni della vita privata di Craxi nel trattamento delle intercettazioni, senza per questo cancellarne le condanne. La corruzione andava combattuta per liberare la politica, non per accreditare l’idea che la democrazia potesse farne a meno.

Nemmeno gli elettori possono dichiararsi tutti semplici passanti. Chi chiedeva favori, applaudiva la demolizione dei partiti e poi cercava il nuovo salvatore deve rispondere almeno del proprio giudizio. Essere sovrani comprende la possibilità di sbagliare. Non comprende il privilegio di essere sempre stati altrove.

La conclusione: hanno voluto superare la Prima Repubblica

La conclusione è meno originale di quanto richiederebbe un consulente di comunicazione: copiare. Riprendere le politiche che costruivano industria, servizi, sicurezza sociale e capacità amministrativa. Revocare le scelte successive che hanno smontato strumenti utili; rimettere la formazione dei dirigenti, la rappresentanza del lavoro e la responsabilità delle decisioni al centro dell’attività politica. Le condizioni storiche sono cambiate: proprio per questo servirebbe recuperare quella capacità di governo, invece di limitarsi a celebrarne il superamento.

Prima di liquidarle come ricette vecchie, si confrontino i risultati. Anche mangiare è un’abitudine antica. Eppure il conto arriva aggiornato.

Hanno voluto superare la Prima Repubblica. Adesso superino i risultati, prima di festeggiare la distruzione degli strumenti. Nel frattempo, possono cominciare a copiare il lavoro.

Prima Repubblica e politica italiana contemporanea, confronto tra i leader storici e gli esponenti politici di oggi

 

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