Le elezioni presidenziali francesi del 2027 sono ancora lontane, ma il quadro politico ha già assunto contorni molto netti: al centro c’è Marine Le Pen, che nei sondaggi figura davanti a tutti gli altri potenziali concorrenti e, soprattutto, sembra oggi in grado di intercettare un consenso più largo rispetto alle precedenti campagne. Non è soltanto una sfida personale: il voto del 18 aprile 2027 può trasformarsi in un passaggio decisivo per la Francia e per l’intera Europa.
La leader del Rassemblement national arriva a questa fase dopo anni di opposizione, tentativi falliti e una lunga strategia di radicamento. La sua candidatura, confermata all’inizio di luglio dopo la riduzione in appello del periodo di ineleggibilità legato alla vicenda dei fondi europei, ha modificato gli equilibri della corsa all’Eliseo. Per il partito della destra nazionalista, la presenza di Le Pen al posto di Jordan Bardella rappresenta un vantaggio politico: il suo volto è noto, la sua esperienza è consolidata e il messaggio elettorale punta a parlare anche a fasce di elettorato tradizionalmente distanti dall’estrema destra.
Un vantaggio nei sondaggi che cambia la campagna
Le rilevazioni più recenti attribuiscono a Marine Le Pen una percentuale compresa tra il 35 e il 38 per cento delle intenzioni di voto al primo turno. Un margine che, se confermato nei prossimi mesi, la metterebbe in una posizione di forza raramente vista nelle sue precedenti candidature.
Lo scenario più citato dai sondaggisti prevede al ballottaggio una sfida tra Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, guida della sinistra radicale di La France insoumise. In quella eventualità, la leader del Rassemblement national partirebbe con un distacco molto ampio: 64 per cento contro 36. Anche nel confronto con l’ex primo ministro Édouard Philippe, indicato come una delle figure più competitive dell’area centrista, Le Pen risulterebbe avanti, pur con una distanza più contenuta.
Le cifre, naturalmente, non sono una sentenza. Mancano ancora mesi di dibattiti, candidature ufficiali e campagne sul territorio. Tuttavia raccontano un elemento politico difficilmente ignorabile: una quota consistente di cittadini francesi sembra pronta a considerare il Rassemblement national non più solo una forza di protesta, ma una possibile guida del paese.
La sinistra francese si presenta divisa
Uno dei fattori che rafforzano la posizione di Le Pen è la frammentazione del fronte progressista. Mélenchon ha aperto la sua campagna puntando sulla crisi climatica, sull’energia e sulle disuguaglianze, con l’obiettivo di riunire l’elettorato più radicale e una parte dei giovani. Ma la sua linea incontra la concorrenza di Raphaël Glucksmann, eurodeputato socialdemocratico ed esponente di Place publique.
Glucksmann cerca di costruire un’offerta diversa: europeista, severa verso la Russia e più vicina alla tradizione riformista. La sua proposta economica include un aumento del reddito netto dei lavoratori attraverso una riduzione dei contributi sociali, compensata da una maggiore tassazione delle grandi eredità. Nei sondaggi si muove intorno al 10-11 per cento, un risultato che gli consente di rivendicare un ruolo centrale nel campo moderato della sinistra, ma non ancora sufficiente per competere con i due candidati in testa.
In mezzo ci sono gli ambientalisti, corteggiati sia da Mélenchon sia da Glucksmann. La loro leader, Marine Tondelier, non ha escluso una candidatura autonoma e rivendica la necessità di fare della transizione ecologica il cuore della proposta politica. Anche il Partito comunista, guidato da Fabien Roussel, potrebbe presentarsi con un proprio candidato.
Il rischio è evidente: più candidature possono rendere difficile raggiungere il secondo turno. In Francia il sistema a doppia votazione ha spesso favorito la formazione di un argine contro l’estrema destra, ma quel meccanismo funziona solo quando le altre forze riescono a convergere su una scelta credibile e condivisa.
Il centro senza Macron e la corsa alla successione
Emmanuel Macron non potrà correre per un terzo mandato consecutivo. La sua uscita di scena apre una partita complessa per l’area centrista, che finora aveva trovato nel presidente il proprio principale punto di riferimento.
Due ex premier, Édouard Philippe e Gabriel Attal, sono pronti a raccogliere quella eredità, ma parlano a segmenti non del tutto sovrapponibili dell’elettorato. Philippe viene considerato più solido e più adatto a rivolgersi ai moderati; Attal conserva invece una forte riconoscibilità mediatica e potrebbe tentare di mobilitare un elettorato più giovane. A destra, Bruno Retailleau rappresenta l’alternativa conservatrice tradizionale.
Questa pluralità di nomi, però, può trasformarsi in un problema. L’assenza di un candidato dominante rischia di dividere voti decisivi e di rendere più semplice l’accesso al ballottaggio per chi dispone già di una base elettorale compatta. È proprio qui che Marine Le Pen prova a costruire il suo vantaggio: presentarsi come l’unica candidata capace di offrire una direzione chiara in un panorama affollato e instabile.
Economia, debito pubblico e punti deboli del Rassemblement national
La campagna non si giocherà soltanto su immigrazione, sicurezza e identità nazionale. L’economia potrebbe diventare il vero terreno di scontro. Le Pen ha già pagato, nelle precedenti sfide con Macron, alcune difficoltà nei confronti televisivi dedicati a bilanci pubblici, moneta e politiche industriali.
Il suo programma viene spesso criticato perché mette insieme promesse di spesa sociale, riduzioni fiscali, protezionismo e maggiore intervento dello Stato. Una combinazione che può risultare popolare, ma che solleva interrogativi sulla sostenibilità finanziaria. La Francia, con un debito pubblico superiore ai 3.500 miliardi di euro, resta esposta alle pressioni dei mercati e alle discussioni europee sui conti.
Per una parte degli elettori più anziani, dei professionisti e delle fasce economicamente più protette, l’incertezza sui conti potrebbe pesare quanto le promesse di cambiamento. Dall’altra parte, Le Pen potrà replicare facendo leva sulla delusione accumulata negli anni: salari fermi, servizi pubblici sotto pressione, periferie in difficoltà e sfiducia verso i partiti tradizionali.
Nato e Unione europea: la posta in gioco oltre Parigi
La presidenziale francese interessa direttamente anche Bruxelles e gli alleati occidentali. La Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione europea e ha un ruolo essenziale nella Nato, nella difesa continentale e nelle missioni militari sul fianco orientale.
Marine Le Pen propone di allontanare Parigi dal comando integrato dell’Alleanza atlantica. Mélenchon sostiene posizioni ancora più radicali e ha più volte evocato l’uscita dalla Nato. Se uno dei due arrivasse all’Eliseo, il rapporto tra Francia, Stati Uniti ed Europa sarebbe inevitabilmente sottoposto a una forte revisione.
Il punto non riguarda solo la diplomazia. Una modifica della collocazione francese inciderebbe sul coordinamento militare, sulla presenza delle truppe in paesi come Romania ed Estonia e sulla capacità europea di rispondere a crisi internazionali sempre più imprevedibili. In una fase segnata dalla guerra in Ucraina e dai dubbi sull’impegno americano nella difesa del continente, il voto francese assume quindi una dimensione che supera i confini nazionali.
Marine Le Pen è favorita, ma non ha ancora vinto. La sua corsa dipenderà dalla tenuta dei sondaggi, dalla capacità degli avversari di evitare una dispersione dei consensi e dalla credibilità delle risposte offerte su economia, sicurezza e politica estera. Il 2027, per la Francia, potrebbe segnare una semplice alternanza. Oppure l’inizio di un cambiamento molto più profondo.