Centrali a carbone, il ritorno che l’Italia sperava di evitare: perché Civitavecchia e Brindisi tornano al centro del dibattito energetico.
Le grandi centrali a carbone sembravano destinate a diventare un capitolo chiuso della storia energetica italiana. La transizione verso fonti più sostenibili, gli obiettivi climatici europei e i programmi di dismissione avevano tracciato una direzione precisa. Oggi, però, lo scenario internazionale sta rimettendo tutto in discussione. L’inasprimento delle tensioni geopolitiche e le nuove incertezze sugli approvvigionamenti di gas e petrolio stanno spingendo Governo, operatori del settore ed esperti a rivalutare strumenti che fino a poco tempo fa apparivano superati.
Tra questi figurano le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, due impianti strategici che potrebbero essere mantenuti in una particolare condizione di standby, pronti a essere riattivati qualora il sistema elettrico nazionale dovesse affrontare una situazione di emergenza.
Il carbone torna a essere una garanzia di sicurezza energetica
L’ipotesi non nasce da una volontà di invertire il percorso della decarbonizzazione, bensì dalla necessità di prepararsi a eventuali crisi. Il conflitto in Medio Oriente, l’instabilità dei mercati energetici e la persistente dipendenza italiana dalle importazioni hanno riportato al centro un concetto spesso trascurato negli ultimi anni: la sicurezza energetica.
Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e tra i principali analisti italiani del settore, il Paese dovrebbe prepararsi anche agli scenari peggiori. In un’intervista rilasciata a La Repubblica, l’economista ha dichiarato di augurarsi che non sia necessario riaccendere gli impianti di Civitavecchia e Brindisi, pur ritenendo concreta questa possibilità qualora la situazione internazionale dovesse ulteriormente deteriorarsi.
Il timore riguarda soprattutto il prossimo inverno. Un’eventuale interruzione delle forniture o un forte aumento della domanda potrebbero mettere sotto pressione un sistema che continua a dipendere in misura significativa dall’energia importata.
Perché l’Italia resta uno dei Paesi più vulnerabili d’Europa
La fragilità italiana deriva da una caratteristica strutturale: il Paese produce soltanto una parte limitata dell’energia che consuma. La maggior parte del fabbisogno viene soddisfatta attraverso importazioni di gas naturale, petrolio ed energia elettrica proveniente dall’estero.
Negli ultimi anni la diversificazione delle fonti e dei fornitori ha certamente ridotto alcuni rischi emersi dopo la crisi energetica del 2022, ma l’Italia continua a essere tra gli Stati membri dell’Unione Europea con il minore grado di autosufficienza energetica.
In questo contesto, mantenere disponibili alcune centrali tradizionali rappresenta una forma di assicurazione contro eventi eccezionali. Non si tratta necessariamente di produrre energia con il carbone in condizioni ordinarie, bensì di avere una capacità produttiva immediatamente utilizzabile nel caso in cui altre fonti dovessero risultare insufficienti.
La proposta della “riserva fredda”: impianti spenti ma pronti all’uso
L’ipotesi attualmente sul tavolo prevede che le centrali vengano collocate in quella che tecnicamente viene definita “riserva fredda”. Gli impianti resterebbero spenti, senza produrre energia, ma conserverebbero tutte le condizioni operative necessarie per essere riavviati in tempi relativamente rapidi qualora il sistema elettrico ne avesse bisogno.
Questa soluzione consentirebbe di non perdere definitivamente una capacità produttiva considerata strategica, pur evitando le emissioni derivanti dal normale esercizio delle centrali.
Il futuro dell’operazione dipenderà però anche dalle istituzioni europee. Bruxelles dovrà infatti valutare la compatibilità dell’eventuale sostegno economico con la disciplina sugli aiuti di Stato e con le politiche comunitarie di decarbonizzazione.
Quanto costerebbe mantenere operative le centrali
Se il Governo decidesse di mantenere gli impianti sotto la gestione di Enel, sarebbe necessario compensare economicamente il gruppo per il rinvio della chiusura definitiva. Le stime attualmente circolate parlano di un costo compreso tra 60 e 70 milioni di euro all’anno per entrambe le centrali.
Si tratta di una spesa che verrebbe sostenuta non per produrre energia, ma per garantire la disponibilità degli impianti in caso di emergenze internazionali o di improvvise criticità nel mercato energetico.
È una logica che ricorda quella delle riserve strategiche presenti in altri settori: strutture che rimangono inattive per lunghi periodi ma che diventano fondamentali quando si verificano situazioni straordinarie.
Le preoccupazioni sul prezzo di gas e carburanti
Secondo Tabarelli, l’evoluzione della crisi internazionale potrebbe avere effetti rilevanti anche sui prezzi dell’energia. Petrolio e gas hanno già mostrato forti oscillazioni, mentre il mercato resta particolarmente sensibile agli sviluppi geopolitici.
L’analista ritiene che l’Italia debba incrementare il più possibile le proprie scorte di gas in vista della stagione fredda, così da affrontare eventuali interruzioni delle forniture con maggiori margini di sicurezza.
Resta inoltre aperto il tema del costo dei carburanti. Pur senza segnali di panico sui mercati, lo scenario di una benzina vicina ai tre euro al litro non viene escluso qualora le tensioni internazionali dovessero aggravarsi ulteriormente.
Le critiche sulle politiche energetiche e sulla mobilità
Nel suo intervento, Tabarelli ha espresso anche alcune valutazioni sulle scelte adottate negli ultimi anni. Tra queste figura la proroga del taglio delle accise sui carburanti, misura che, secondo l’economista, avrebbe attenuato la percezione della gravità della crisi energetica, limitando l’incentivo per cittadini e imprese a ridurre i consumi.
L’esperto ha inoltre manifestato perplessità sull’approccio europeo alla transizione della mobilità, osservando come il parco automobilistico italiano sia ancora composto in larghissima parte da veicoli con motori tradizionali. Per questo motivo suggerisce interventi che puntino anche al cambiamento delle abitudini quotidiane, come un utilizzo più contenuto dell’automobile privata e una guida più moderata, capace di ridurre sia i consumi sia le emissioni.
Il vero nodo: sicurezza energetica e transizione devono convivere
Il dibattito sulle centrali a carbone evidenzia una delle principali contraddizioni della politica energetica contemporanea. Da un lato esiste l’esigenza, ormai condivisa a livello internazionale, di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti e accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili. Dall’altro rimane la necessità di garantire continuità nell’approvvigionamento elettrico anche durante le crisi.
Le energie rinnovabili stanno aumentando rapidamente il loro contributo alla produzione nazionale, ma la loro natura intermittente rende ancora indispensabile disporre di sistemi capaci di intervenire quando sole e vento non sono sufficienti a soddisfare la domanda. In prospettiva questo ruolo potrebbe essere svolto sempre più da sistemi di accumulo, reti intelligenti, impianti a gas a basse emissioni, idrogeno e nuove tecnologie. Tuttavia la loro diffusione richiederà ancora tempo e ingenti investimenti.
È proprio questo intervallo temporale che alimenta il confronto sulle centrali tradizionali. Per molti esperti esse rappresentano una soluzione temporanea da utilizzare soltanto in casi eccezionali; per altri, invece, il loro mantenimento rischia di rallentare il percorso verso un sistema energetico completamente decarbonizzato.
Il futuro di Civitavecchia e Brindisi diventa così il simbolo di una questione più ampia: trovare un equilibrio tra la tutela del clima e la necessità di garantire energia sicura, continua e accessibile. Una scelta che non riguarda soltanto l’Italia, ma coinvolge l’intera Europa in un momento storico caratterizzato da instabilità geopolitica e profonde trasformazioni del mercato energetico.