Personalizzare le targhe è un’arma di distrazione di massa?

Personalizzare le targhe è un’arma di distrazione di massa?

Le targhe personalizzate entrano nel dibattito sulla manovra 2027. Seicento euro per scegliere lettere e numeri, mentre sulle strade italiane continuano a morire migliaia di persone. Il problema non è la libertà di personalizzare un’auto, ma la facilità con cui una curiosità diventa una notizia politica.

Le targhe personalizzate sono l’ultima novità con cui il Governo ha deciso di sorprendere gli automobilisti italiani. Potremo scegliere lettere e numeri da esibire sulla nostra vettura, purché disposti a pagare. Una piccola concessione alla fantasia nazionale, presentata nel momento in cui il Paese avrebbe forse bisogno di discutere soprattutto di salari, servizi pubblici e sicurezza. Perché, quando si parla di politica, anche decidere quali argomenti mettere sotto i riflettori è una forma di esercizio del potere.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inserito l’annuncio nella conferenza stampa del 28 ottobre dedicata alla manovra economica per il 2027. Lo ha fatto con leggerezza, invitando gli italiani a dare prova della propria creatività. E la notizia, naturalmente, ha funzionato: curiosità, battute, meme, discussioni sui social e titoli sui giornali.

Resta una domanda meno divertente. È davvero questa la novità che meritava tanta attenzione?

Targhe personalizzate: quando la politica scopre il potere delle curiosità

Ogni Governo ha bisogno di comunicare le proprie decisioni. Non tutte possono essere rivoluzionarie e non sarebbe ragionevole pretendere che una legge finanziaria contenga soltanto provvedimenti capaci di cambiare la vita dei cittadini. Il problema nasce quando la comunicazione finisce per modificare la percezione delle priorità.

La scelta delle targhe personalizzate in Italia appartiene a quella categoria di iniziative facili da raccontare e ancora più semplici da trasformare in intrattenimento. Non richiede particolari competenze per essere compresa, suscita immediatamente curiosità e permette a chiunque di immaginare quale combinazione utilizzare.

Il risultato è un argomento perfetto per la circolazione digitale. Pochi secondi per spiegarlo, un numero da ricordare e abbastanza spazio per scatenare l’ironia collettiva.

È qui che si inserisce il sospetto di una distrazione di massa. Non necessariamente un piano deliberato per nascondere qualcos’altro, circostanza che richiederebbe prove, ma un meccanismo comunicativo estremamente conveniente: mettere in evidenza una misura gradevole o bizzarra mentre questioni assai più complesse restano confinate nelle pagine economiche.

Una targa con le proprie iniziali si racconta in un titolo. La distribuzione delle risorse pubbliche, le condizioni dei lavoratori o l’efficacia degli investimenti richiedono invece dati, confronti e spiegazioni. Nella competizione per l’attenzione, la prima parte avvantaggiata.

Seicento euro per l’auto: la fantasia ha un tariffario

La proposta contenuta nello schema del nuovo Codice della strada prevede un corrispettivo di 600 euro per personalizzare la targa di un’automobile e di 360 euro per quella di un motociclo. Importi che riguardano il servizio aggiuntivo e ai quali potranno sommarsi gli ordinari costi amministrativi della pratica.

Non si tratterebbe, dunque, di un regalo dello Stato. L’automobilista pagherebbe per ottenere una combinazione alfanumerica scelta personalmente, entro limiti e modalità ancora da definire compiutamente.

La libertà di scelta, del resto, non è illimitata. Una targa deve continuare a identificare il veicolo, essere leggibile dagli strumenti di controllo e non confondersi con un’altra già assegnata. Le regole definitive dovranno stabilire quali caratteri utilizzare e quali combinazioni escludere.

C’è però un dettaglio economico che merita maggiore attenzione del possibile contenuto delle targhe: quanto prevede di incassare lo Stato?

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, un funzionario del Tesoro non ha fornito una stima delle entrate attese. Ed è una mancanza significativa, almeno sul piano della comunicazione pubblica.

Se il provvedimento viene presentato anche come opportunità per generare risorse, sarebbe utile conoscere le previsioni sulla domanda, i costi amministrativi e il saldo effettivo per le casse pubbliche.

Altrimenti il rischio è di discutere per giorni del prezzo di un privilegio facoltativo senza sapere quale beneficio collettivo possa produrre.

La novità del 2026 che la legge conosceva già da vent’anni

La storia delle targhe su misura contiene un particolare piuttosto istruttivo: l’idea non nasce con l’annuncio di Meloni.

L’articolo 100 del Codice della strada contempla già la possibilità di richiedere una specifica combinazione alfanumerica, rispettando la sequenza stabilita dalle disposizioni vigenti. Una previsione introdotta oltre vent’anni fa e rimasta sostanzialmente senza applicazione pratica per l’assenza dei necessari strumenti attuativi.

Il Governo è intervenuto sul tema attraverso il nuovo Codice della strada, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2026. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha presentato la personalizzazione come una delle novità del provvedimento.

Ma annunciare una possibilità non significa renderla immediatamente disponibile.

Al 30 ottobre 2026, lo schema risulta ancora all’esame parlamentare come atto del Governo numero 448. Il termine per l’espressione dei pareri delle commissioni competenti è fissato al 12 gennaio 2027.

Il calendario normativo prospetta un’applicazione non prima del 2028, subordinata anche alle disposizioni regolamentari. Non esiste quindi una data certa per presentarsi allo sportello e ordinare la propria combinazione.

In altre parole, mentre il dibattito pubblico si interroga su quali parole scrivere sulle targhe, la possibilità concreta di acquistarle resta ancora da organizzare.

Il modello britannico dimostra che il mercato esiste. Ma non risolve tutto

Le targhe personalizzate non sono un’invenzione italiana. Nel Regno Unito rappresentano da tempo un mercato consolidato, nel quale determinate combinazioni possono assumere anche un valore commerciale rilevante.

Il rapporto annuale 2025-2026 della Driver and Vehicle Licensing Agency, l’agenzia britannica responsabile dei servizi relativi a conducenti e veicoli, registra oltre 301 milioni di sterline di entrate lorde derivanti dalle registrazioni personalizzate e dai trasferimenti delle targhe particolari.

È un dato interessante perché dimostra come un servizio apparentemente frivolo possa trasformarsi in un’attività economicamente significativa. Ma attenzione alle conclusioni affrettate: si parla di ricavi lordi, non di utile netto, e il mercato britannico ha una storia diversa da quello italiano.

Non sarebbe quindi corretto utilizzare quella cifra per prevedere automaticamente gli incassi della nostra Motorizzazione.

Esiste, tuttavia, una riflessione più ampia. Quando lo Stato vende la possibilità di distinguersi attraverso un bene amministrativo, trasforma un elemento dell’identificazione pubblica in un prodotto di consumo.

Non è necessariamente un male. Se un cittadino desidera pagare per una combinazione particolare e il servizio funziona, non esiste una ragione evidente per impedirglielo.

Ma un mercato potenzialmente redditizio non diventa, per questo solo motivo, una priorità politica. Soprattutto quando altre esigenze legate alla mobilità coinvolgono quotidianamente milioni di persone, indipendentemente dalla loro disponibilità a spendere.

Targhe personalizzate e sicurezza: i numeri che non fanno sorridere

Nel 2025 sulle strade italiane sono morte 2.868 persone. I feriti sono stati 237.822, mentre gli incidenti con lesioni hanno raggiunto quota 177.207.

Sono dati ufficiali ISTAT e ACI. Rispetto all’anno precedente le vittime risultano diminuite del 5,3%, ma gli incidenti e i feriti sono aumentati. Inoltre, il miglioramento registrato resta insufficiente rispetto all’obiettivo europeo di dimezzare la mortalità stradale entro il 2030.

Il presidente dell’ISTAT, Francesco Maria Chelli, ha sottolineato proprio questa distanza dagli obiettivi: la riduzione delle vittime rispetto al 2019 è del 9,6%, decisamente inferiore al percorso necessario.

C’è poi il costo economico. L’ISTAT stima che nel 2025 gli incidenti con lesioni abbiano generato un costo sociale superiore ai 18 miliardi di euro, che sale a circa 22,6 miliardi considerando anche i sinistri con soli danni materiali.

Numeri che raccontano una questione di sicurezza, ma anche di sanità pubblica, produttività, infrastrutture e qualità della vita.

Nessuno sostiene seriamente che rinunciare alle targhe personalizzate farebbe diminuire automaticamente gli incidenti. Sarebbe un collegamento privo di fondamento.

La questione riguarda piuttosto il peso attribuito ai diversi problemi. Perché il cittadino dovrebbe entusiasmarsi maggiormente per la possibilità di scegliere sette caratteri anziché per un piano verificabile di riduzione delle vittime?

Il confronto non è tra due provvedimenti che si escludono, ma tra due temi che competono per l’attenzione politica. E le conseguenze di questa differenza sono tutt’altro che simboliche.

La politica dell’intrattenimento e il vantaggio di cambiare argomento

Le reazioni all’annuncio mostrano quanto una misura del genere riesca a occupare velocemente la scena.

Reuters ha raccontato le battute circolate sui social, le critiche delle opposizioni e anche le valutazioni favorevoli provenienti dal mondo dei tassisti, dove una maggiore riconoscibilità dei veicoli autorizzati viene considerata potenzialmente utile contro l’abusivismo.

Esistono quindi argomenti legittimi per discutere il provvedimento. Ridurlo a una semplice assurdità sarebbe superficiale quanto trasformarlo in una conquista epocale.

Il punto politico, però, è un altro. La comunicazione contemporanea premia ciò che genera una reazione immediata, non necessariamente ciò che produce il maggiore effetto sulla società.

Una misura può diventare popolare perché fa parlare, indipendentemente dall’impatto economico o sociale. Anzi, la sua marginalità può renderla particolarmente efficace: non obbliga a entrare nei dettagli di una riforma complessa e permette al Governo di presentarsi con un’immagine informale, vicina alle piccole passioni quotidiane.

Anche le opposizioni possono cadere nella stessa dinamica. Contestare con una battuta una proposta curiosa garantisce visibilità, ma contribuisce a prolungare il ciclo della notizia. Nel frattempo, gli aspetti più impegnativi della manovra rischiano di ricevere meno spazio.

Il meccanismo non richiede una regia occulta. Funziona perché politica, media e piattaforme digitali condividono spesso il medesimo incentivo: catturare l’attenzione prima che lo faccia qualcun altro.

La domanda da rivolgere alle istituzioni non è dunque soltanto perché abbiano proposto le targhe su misura, ma quale spazio intendano dedicare alle questioni che non si prestano altrettanto facilmente a diventare virali.

Il diritto di scegliere una targa e quello di conoscere le priorità

C’è anche una questione di trasparenza. La personalizzazione dovrà convivere con le esigenze di identificazione dei veicoli, con i controlli automatizzati e con le regole sulla protezione dei dati.

Una combinazione riconoscibile può infatti rendere un’automobile più facilmente individuabile anche da persone estranee ai sistemi ufficiali. Non significa che il servizio costituisca automaticamente una violazione della privacy, ma è un aspetto da valutare nella definizione delle modalità operative.

Allo stesso modo, andrà chiarito che cosa accadrà in caso di vendita del mezzo, sostituzione della targa o richiesta di una combinazione già utilizzata. Questioni concrete che interessano gli automobilisti più delle battute sulle possibili sigle.

Una proposta ragionevole dovrebbe essere accompagnata da informazioni altrettanto ragionevoli: tempi realistici, procedure semplici, costi effettivi e criteri di utilizzo delle eventuali entrate.

Il cittadino che paga per un servizio aggiuntivo ha diritto di sapere che cosa acquista. Quello che non intende acquistarlo dovrebbe poter capire perché la politica lo considera degno di attenzione.

È una distinzione fondamentale: la libertà individuale di personalizzare un’automobile non dovrebbe sostituire il dovere pubblico di spiegare le proprie scelte.

Il Paese delle targhe su misura e delle domande senza risposta

Forse le targhe personalizzate avranno successo. Gli italiani potrebbero dimostrare davvero quella creatività evocata dalla presidente del Consiglio, riempiendo le strade di iniziali, numeri fortunati e combinazioni stravaganti.

Se il servizio sarà ben regolato, non provocherà problemi e genererà entrate aggiuntive, ben venga. Non ogni decisione pubblica deve possedere una grandezza storica per essere legittima.

Ma la misura continuerà a raccontare qualcosa del rapporto tra politica e cittadini. In un Paese attraversato da difficoltà economiche, servizi diseguali e problemi strutturali irrisolti, la scelta di che cosa comunicare ha un significato che supera il contenuto del singolo annuncio.

La vera arma di distrazione di massa, semmai, non è la targa personalizzata. È la capacità di trasformare un dettaglio in protagonista, relegando questioni molto più importanti al ruolo di comparse.

E forse l’ironia più amara è proprio questa: presto potremmo avere una possibilità in più per decidere che cosa scrivere sulla nostra automobile, mentre continuiamo ad avere ben poca voce sulle decisioni che determinano il costo della vita, la qualità dei trasporti e la sicurezza delle nostre strade.

Ci lasciano scegliere le lettere. Sarebbe interessante poter discutere con la stessa libertà delle priorità.

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