Perché uccidiamo ancora per legge? Il lato oscuro della pena di morte

Perché uccidiamo ancora per legge? Il lato oscuro della pena di morte

La pena di morte nel mondo sta scomparendo o sta tornando? Dipende da quale numero si osserva. Se si contano gli Stati che hanno rinunciato al boia, la direzione sembra ormai segnata. Se invece si guardano le persone effettivamente messe a morte, il quadro cambia bruscamente. Nel 2025 sono state documentate almeno 2.707 esecuzioni in 17 Paesi, il 78% in più rispetto all’anno precedente. E il dato reale è certamente superiore, perché una parte consistente delle condanne eseguite rimane nascosta dietro il segreto di Stato.

È questo il paradosso da cui partire per capire perché la pena capitale sopravviva nel XXI secolo. Non siamo davanti a una pratica uniformemente diffusa sul pianeta. Al contrario, le esecuzioni sono concentrate in un numero relativamente piccolo di Stati. Proprio questa concentrazione suggerisce che la spiegazione non possa essere cercata soltanto nel diritto penale o nella necessità dichiarata di punire i crimini più gravi. Bisogna guardare anche al rapporto tra potere, sicurezza, consenso e controllo sociale.

La pena di morte aumenta, ma il club dei boia si restringe

Il dato più impressionante arriva dal rapporto globale relativo al 2025: almeno 2.707 persone sono state giustiziate, contro 1.518 nel 2024. È il livello più alto registrato da Amnesty International dal 1981, escludendo la Cina dalle cifre complessive.

Ma c’è un dettaglio decisivo. Quelle esecuzioni sono state effettuate in appena 17 Paesi. Alla fine del 2025, invece, 113 Stati avevano eliminato completamente la pena capitale dalla legislazione e complessivamente 145 l’avevano abolita nella legge o nella pratica.

Il fenomeno, dunque, non si sta espandendo geograficamente. Si sta piuttosto intensificando in alcuni punti della mappa.

La Cina continua a essere considerata il principale Paese esecutore, ma i numeri sono coperti dal segreto di Stato. Amnesty ritiene che ogni anno vi vengano eseguite migliaia di persone. Tra i dati verificabili emerge soprattutto l’Iran: almeno 2.159 esecuzioni nel solo 2025. Seguono Arabia Saudita, con almeno 356, Yemen, con almeno 51, e Stati Uniti, con 47.

Questo cambia radicalmente la prospettiva. Parlare genericamente di una “pena di morte ancora diffusa nel mondo” rischia di nascondere il dato politicamente più significativo: una minoranza di governi concentra una parte enorme delle esecuzioni mondiali.

Quando la condanna capitale diventa una dimostrazione di potere

Per comprendere la persistenza della pena capitale bisogna allora chiedersi che cosa offra allo Stato che una lunga pena detentiva non può offrire.

Una prima risposta è evidente: la sua forza simbolica.

Il carcere sottrae una persona alla società. L’esecuzione comunica invece qualcosa alla società. Mostra il limite estremo oltre il quale il potere pubblico è disposto ad arrivare. È una differenza fondamentale, soprattutto nei sistemi nei quali la giustizia penale viene utilizzata anche come strumento di disciplina politica.

Nel caso iraniano, organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno collegato l’aumento delle esecuzioni non soltanto alla repressione della criminalità, ma anche al controllo del dissenso politico. In alcuni procedimenti sono state denunciate confessioni ottenute con coercizione, limitazioni nell’accesso alla difesa e processi gravemente carenti sul piano delle garanzie.

La pena di morte assume così una seconda funzione. Non serve esclusivamente a punire chi è stato condannato: può diventare un messaggio rivolto a chi resta fuori dal carcere.

La guerra alla droga ha riportato il boia al centro della scena

C’è poi un elemento meno conosciuto e fondamentale per comprendere l’impennata recente: la repressione dei reati legati agli stupefacenti.

Nel 2025 almeno 1.257 esecuzioni conosciute sono state collegate a reati di droga. Significa circa il 46% di tutte quelle documentate a livello mondiale. Iran e Arabia Saudita hanno avuto un peso enorme in questa statistica, mentre condanne sono state eseguite anche in Cina, Kuwait e Singapore.

Qui emerge uno dei contrasti più evidenti con gli standard internazionali. Secondo l’interpretazione delle norme sui diritti umani delle Nazioni Unite, nei Paesi che ancora mantengono la pena capitale essa dovrebbe essere limitata ai “crimini più gravi”, concetto riferito ai delitti di estrema gravità che comportano un’uccisione intenzionale. I reati di droga non soddisfano questo criterio.

Eppure proprio gli stupefacenti consentono ai governi di costruire una narrazione particolarmente potente: lo Stato che reagisce con la massima durezza a una minaccia presentata come esistenziale. La condanna capitale diventa allora parte di una politica della sicurezza nella quale la severità della pena possiede anche un valore comunicativo.

Ma la pena di morte serve davvero a ridurre i crimini?

È probabilmente la domanda più importante, perché l’argomento della deterrenza accompagna da sempre la difesa della pena capitale: se il possibile assassino sa che potrebbe essere giustiziato, dovrebbe essere meno disposto a uccidere.

Il problema è dimostrarlo.

Una delle più importanti revisioni scientifiche sul tema, condotta negli Stati Uniti dal National Research Council, ha concluso che gli studi disponibili non permettono di stabilire se la pena di morte riduca, aumenti o non modifichi i tassi di omicidio. Le difficoltà metodologiche sono enormi: criminalità, condizioni economiche, attività della polizia, caratteristiche demografiche, diffusione delle armi, sistemi giudiziari e molti altri fattori cambiano contemporaneamente.

Questo non significa poter dimostrare matematicamente che l’esecuzione non produca mai alcun effetto deterrente. Significa qualcosa di più preciso: non esiste una base empirica sufficientemente solida per trattare la maggiore efficacia deterrente della pena capitale come un fatto acquisito.

Ed è proprio qui che il problema smette di essere esclusivamente criminologico. Se il vantaggio in termini di sicurezza non è dimostrato, perché alcuni governi continuano a investire politicamente nella pena estrema?

Il consenso: quando la sicurezza diventa politica

La risposta passa anche dall’opinione pubblica. Davanti a omicidi particolarmente efferati, terrorismo, violenze sui bambini o grandi traffici criminali, la richiesta di una punizione definitiva può diventare molto forte.

Per un governo, promettere pene durissime consente di presentarsi come garante dell’ordine contro il caos. La pena capitale possiede da questo punto di vista una caratteristica che nessun’altra sanzione ha: non ammette gradazioni. È la massima espressione possibile della punizione statale.

Gli Stati Uniti offrono però un interessante controesempio. Nel 2025 le esecuzioni sono salite a 47, il livello più alto dal 2009. Nello stesso periodo, secondo i dati Gallup riportati dal Death Penalty Information Center, il sostegno degli americani alla pena capitale è sceso al 52%, il minimo da circa mezzo secolo. Nel 1994 era arrivato all’80%.

Più esecuzioni, dunque, non significano necessariamente maggiore consenso sociale. Possono dipendere dalle scelte di un numero limitato di governi, autorità o territori.

L’errore giudiziario cambia tutto: una morte non può essere annullata

C’è infine una debolezza che distingue la pena capitale da qualunque altra sanzione: l’irreversibilità dell’errore.

Negli Stati Uniti, nel dicembre 2025, Elwood Jones è diventato la 202ª persona scagionata dopo essere stata condannata a morte dal 1973. Aveva trascorso 27 anni nel braccio della morte. Il suo caso non dimostra che ogni condannato sia innocente, naturalmente. Dimostra però che anche sistemi giudiziari strutturati possono sbagliare in procedimenti nei quali la conseguenza finale non permette correzioni.

Ed è precisamente questo elemento a rendere diverso il rischio. Una condanna detentiva ingiusta può essere interrotta, per quanto nessuno possa restituire gli anni perduti. Un’esecuzione sbagliata non può essere riparata.

Il vero paradosso della pena di morte nel mondo

Alla fine, la fotografia globale è molto meno lineare di quanto suggeriscano i numeri presi isolatamente. Nel dicembre 2024, 130 Stati hanno votato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a favore della risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni; 32 hanno votato contro e 22 si sono astenuti. La direzione internazionale di lungo periodo continua quindi a muoversi verso l’abolizione.

Contemporaneamente, nel 2025 il numero documentato di persone messe a morte è esploso.

Non sono due fenomeni incompatibili. Sono le due facce della stessa trasformazione. La pena capitale perde territorio ma, dove sopravvive, in alcuni casi viene utilizzata con intensità crescente.

Ed è forse questa la risposta più utile alla domanda iniziale. La pena di morte non resiste soltanto perché una parte delle società continua a considerarla una punizione proporzionata per determinati crimini. Sopravvive anche perché può svolgere funzioni ulteriori: rappresentare la forza dello Stato, alimentare una politica di sicurezza, rispondere alla domanda di punizione dopo fatti particolarmente traumatici, sostenere campagne antidroga e, nei sistemi più repressivi, trasformarsi in uno strumento di controllo.

Il punto non è quindi soltanto chiedersi quanti Paesi abbiano ancora la pena capitale nel codice. Bisogna domandarsi perché alcuni Stati continuino ad averne bisogno.

Perché dietro ogni patibolo esistono certamente un reato, una sentenza e un condannato. Ma dietro la decisione di uno Stato di conservare il potere di uccidere c’è qualcosa di più grande: un’idea di giustizia, di sicurezza e, soprattutto, del rapporto tra il potere e l’individuo.

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