L’onda anomala nel Pacifico che nel novembre 2020 raggiunse un’altezza di 17,6 metri continua a interrogare gli scienziati. Non soltanto per le sue dimensioni eccezionali, ma soprattutto perché ha messo in evidenza un problema che riguarda la sicurezza della navigazione mondiale.
Gli strumenti utilizzati per prevedere le condizioni del mare potrebbero infatti non rappresentare adeguatamente le onde più pericolose. Una ricerca pubblicata nel 2026 ha individuato nuovi elementi per riconoscere le situazioni a rischio, aprendo prospettive interessanti per il monitoraggio degli oceani.
La scoperta arriva mentre il trasporto marittimo resta fondamentale per l’economia internazionale. Secondo l’UNCTAD, circa l’80% delle merci scambiate nel mondo, considerando il loro volume, viaggia via mare. Comprendere questi fenomeni estremi, dunque, non significa soltanto risolvere un enigma scientifico: vuol dire migliorare la protezione degli equipaggi, delle infrastrutture offshore e delle rotte commerciali.
Onda anomala nel Pacifico: cosa accadde al largo del Canada
Per ricostruire l’episodio bisogna tornare al 17 novembre 2020, quando una piccola boa oceanografica installata vicino a Ucluelet, sulla costa occidentale dell’isola di Vancouver, registrò un movimento della superficie marina fuori dal comune.
Il dispositivo, appartenente alla rete di monitoraggio della società canadese MarineLabs, era stato posizionato ad Amphitrite Bank, a circa sette chilometri dalla terraferma, in una zona dove il fondale raggiunge una profondità di 45 metri.
Non si trattava di uno strumento particolarmente imponente. La boa misurava appena 90 centimetri, ma era dotata di sensori capaci di rilevare le variazioni della superficie dell’acqua cinque volte al secondo.
Durante una giornata caratterizzata da condizioni marine impegnative, gli strumenti registrarono improvvisamente un’onda alta 17,6 metri, inserita in una successione di circa dieci movimenti ondosi.
Il dato più sorprendente non riguardava soltanto l’altezza raggiunta. In quel momento, infatti, l’altezza significativa delle onde era di circa 6,05 metri. La formazione eccezionale risultava quindi quasi tre volte superiore al parametro utilizzato per descrivere lo stato del mare.
L’analisi, condotta dai ricercatori Johannes Gemmrich e Leah Cicon dell’Università di Victoria, venne pubblicata nel febbraio 2022 sulla rivista scientifica Scientific Reports.
Perché non era semplicemente un’onda molto alta
Per comprendere la portata della misurazione bisogna distinguere due concetti che spesso vengono confusi: l’altezza assoluta di un’onda e la sua eccezionalità rispetto alle condizioni circostanti.
Gli oceanografi utilizzano il termine inglese rogue wave per indicare un’onda isolata che supera nettamente le dimensioni normalmente osservate nello stesso tratto di mare. Un criterio frequentemente adottato considera anomala una formazione alta almeno il doppio dell’altezza significativa.
Quest’ultima grandezza corrisponde, in termini semplificati, alla media del terzo più alto delle onde rilevate durante un determinato intervallo.
È proprio questa proporzione a rendere straordinario l’episodio canadese. La cresta arrivò a quasi dodici metri sopra il livello medio dell’acqua, mentre quelle immediatamente vicine raggiungevano altezze decisamente inferiori.
Un confronto particolarmente interessante riguarda la celebre onda Draupner, osservata il 1° gennaio 1995 presso una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord.
In quell’occasione venne misurata una formazione alta 25,6 metri, dunque superiore in termini assoluti a quella canadese. Tuttavia, il rapporto tra la sua altezza e quella significativa del mare era di circa 2,15, contro 2,9 nel caso di Ucluelet.
Secondo Gemmrich e Cicon, l’onda anomala nel Pacifico rappresenta perciò uno degli episodi proporzionalmente più estremi documentati attraverso osservazioni strumentali dirette.
Occorre però precisare che il primato non equivale a un record universale e indiscutibile: nella letteratura scientifica esistono segnalazioni di eventi con rapporti superiori, ma ottenute anche attraverso testimonianze o ricostruzioni meno direttamente confrontabili.
Un fenomeno che potrebbe verificarsi una volta ogni 1.300 anni
Un altro elemento ha contribuito ad attirare l’attenzione internazionale: la frequenza teorica attribuita a una formazione di quelle proporzioni.
Applicando un modello statistico basato sulla teoria delle onde del secondo ordine, i ricercatori hanno calcolato che un evento con caratteristiche simili potrebbe avere un tempo di ritorno di circa 1.300 anni.
Il significato di questa stima merita una spiegazione. Non vuol dire che nell’Oceano Pacifico si formi un’onda del genere puntualmente una volta ogni tredici secoli, né che dopo l’episodio del 2020 si debba attendere un altro millennio.
Si tratta piuttosto del risultato probabilistico prodotto da uno specifico modello teorico, applicato alle condizioni esaminate.
La differenza è sostanziale. Gli eventi naturali estremi non seguono un calendario e, soprattutto, le probabilità possono cambiare in funzione delle ipotesi utilizzate per descriverli.
Il caso di Vancouver dimostra anche quanto sia importante la disponibilità di osservazioni continue. Un episodio eccezionale può verificarsi senza essere documentato, specialmente nelle vaste aree oceaniche prive di strumenti sufficientemente vicini.
Per questa ragione, il numero di eventi registrati non coincide necessariamente con quello reale.
Come si forma un muro d’acqua improvviso in mare aperto
Una delle domande più interessanti riguarda il meccanismo responsabile della comparsa di onde tanto sproporzionate.
Quando si parla di una massa d’acqua gigantesca, il primo collegamento è spesso con gli tsunami. In realtà, i due fenomeni hanno origini molto diverse.
Gli tsunami sono generalmente provocati da grandi spostamenti d’acqua, spesso conseguenti a terremoti sottomarini, frane o altri eventi geologici. Le onde anomale legate al normale moto ondoso nascono invece dalle complesse interazioni tra le onde generate principalmente dal vento.
Nel caso canadese, lo studio del 2022 ha individuato una spiegazione convincente nella sovrapposizione di movimenti ondosi differenti.
Immaginiamo più successioni di onde che attraversano contemporaneamente la stessa porzione di oceano. Quando alcune creste si incontrano nel momento opportuno, le rispettive oscillazioni possono sommarsi, dando origine per un breve intervallo a una formazione molto più alta delle altre.
È il fenomeno dell’interferenza costruttiva, che può coinvolgere componenti ondose con frequenze e caratteristiche differenti.
I ricercatori hanno inoltre esaminato un altro possibile meccanismo, conosciuto come instabilità modulazionale. Questo processo può amplificare fortemente determinate onde ed è stato osservato anche attraverso esperimenti di laboratorio.
Le condizioni rilevate vicino a Ucluelet, però, non indicavano un suo contributo significativo. L’indice utilizzato per valutarne la rilevanza, denominato Benjamin-Feir Index, presentava un valore pari a 0,13.
Le simulazioni fondate sulla sovrapposizione di onde ripide hanno invece riprodotto in maniera soddisfacente le caratteristiche statistiche osservate durante i dieci mesi di registrazioni analizzati.
I modelli oceanici possono sottovalutare le onde più pericolose
La questione è tornata di attualità nel febbraio 2026 grazie a una ricerca coordinata da Laura Azevedo, del College of Marine Science dell’Università della Florida del Sud, insieme a Gabriel Marcon, Steven Meyers e Mark Luther.
Il lavoro, pubblicato su Ocean Science, ha messo a confronto le informazioni raccolte dalle boe con due importanti sistemi utilizzati nello studio delle condizioni marine: la rianalisi climatica ERA5 e una ricostruzione numerica ad alta risoluzione del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, identificata come ECMWF CY47R1.
Gli studiosi hanno utilizzato osservazioni comprese tra il 2015 e il 2021, cercando di capire quanto fedelmente i modelli rappresentassero gli episodi più intensi.
Il risultato evidenzia un limite significativo: i sistemi numerici riescono a descrivere abbastanza bene le condizioni ordinarie, ma tendono a rappresentare in modo insufficiente gli estremi della distribuzione.
Il motivo dipende anche dal loro funzionamento. Per descrivere aree oceaniche molto estese, questi strumenti elaborano informazioni mediate nello spazio e nel tempo.
Una singola onda eccezionale, concentrata in una porzione limitata di mare e destinata a esaurirsi rapidamente, può quindi risultare attenuata nella rappresentazione statistica.
Questo non significa che le previsioni marine siano inutili o complessivamente inaffidabili. Il problema riguarda soprattutto la capacità di descrivere le manifestazioni più rare e localizzate.
Ed è una distinzione fondamentale per chi deve valutare il rischio di navigare in condizioni già difficili.
La scoperta del 2026: un possibile segnale prima dell’evento
La parte più promettente della nuova ricerca riguarda un parametro chiamato correlazione cresta-cavo, utilizzato per descrivere alcune caratteristiche dell’organizzazione del moto ondoso.
Gli scienziati hanno osservato che, prima di numerose onde anomale, questo indicatore subiva una variazione particolare.
Inizialmente scendeva fino a valori pari o inferiori a 0,5, per poi risalire rapidamente, spesso oltre 0,6.
Per verificare la ricorrenza del fenomeno, il gruppo ha esaminato 81 onde anomale rilevate presso quattro stazioni oceanografiche, situate nelle aree delle Hawaii, del Rhode Island, dell’Oregon e della stazione oceanica Papa, nel Pacifico settentrionale.
In 61 episodi, corrispondenti a circa il 75% del campione, è stata identificata una sequenza compatibile con l’ipotesi degli studiosi, analizzando anche l’evoluzione del parametro nelle 36 ore precedenti all’evento.
La novità non consiste quindi nell’avere individuato una soglia numerica universalmente pericolosa, ma nell’aver riconosciuto una particolare evoluzione temporale che potrebbe contenere informazioni utili sul rischio.
In prospettiva, il cambiamento della correlazione potrebbe essere integrato in sistemi capaci di valutare in maniera dinamica le condizioni oceaniche.
È importante, tuttavia, non trasformare questo risultato in una promessa di previsioni certe.
Perché il 75% non significa poter prevedere tre onde su quattro
Il dato emerso dalla ricerca è incoraggiante, ma presenta limiti che non possono essere ignorati.
Il primo riguarda gli eventi che non rispettavano lo schema individuato. Circa un quarto delle onde esaminate, infatti, non mostrava il comportamento atteso.
Il secondo problema è ancora più rilevante per un eventuale sistema di allerta: non è stato calcolato quante volte lo stesso segnale compaia senza essere seguito da un’onda anomala.
Questa informazione è indispensabile per distinguere un indicatore scientificamente interessante da uno strumento realmente utilizzabile nella navigazione.
Un sistema che riconoscesse molti episodi pericolosi, ma producesse continuamente falsi allarmi, potrebbe risultare poco efficace nelle decisioni operative.
Inoltre, l’analisi si concentra su un insieme specifico di osservazioni e sulle condizioni di mare profondo. Non dimostra automaticamente che i risultati possano essere trasferiti a ogni regione del pianeta o alle acque costiere poco profonde.
Per il momento, quindi, non esiste un metodo convalidato da questo studio che garantisca di prevedere con 36 ore di anticipo il verificarsi di una singola onda gigantesca.
Gli autori indicano la necessità di estendere le verifiche, misurare i falsi positivi e migliorare l’integrazione tra osservazioni e modelli numerici.
Pacifico e Atlantico: quali aree risultano maggiormente esposte
La ricerca del 2026 contiene anche informazioni sulla distribuzione geografica e stagionale degli episodi osservati.
Le concentrazioni più elevate sono state individuate lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, con una presenza importante anche nel Nord Atlantico.
Dal punto di vista stagionale, i mesi invernali e, in misura differente, quelli autunnali mostrano condizioni più favorevoli alla comparsa di episodi estremi.
Il collegamento con l’attività delle grandi perturbazioni extratropicali è particolarmente significativo. Questi sistemi meteorologici possono generare successioni di onde provenienti da direzioni diverse, aumentando la complessità del moto ondoso.
Ciò non significa che le altre regioni oceaniche siano al riparo. Il fenomeno può manifestarsi in contesti differenti e il numero delle osservazioni dipende anche dalla distribuzione geografica degli strumenti.
L’onda anomala nel Pacifico del 2020 costituisce un esempio emblematico di quanto una singola misurazione possa modificare la conoscenza di un rischio che, fino a pochi decenni fa, veniva spesso associato soprattutto ai racconti dei marinai.
Un rischio economico per navi, piattaforme e infrastrutture offshore
Oltre alla dimensione scientifica, esiste un problema concreto di gestione del rischio.
Una grande nave mercantile è progettata per affrontare condizioni marine difficili, ma l’impatto di un’onda particolarmente ripida può generare sollecitazioni strutturali molto intense, soprattutto quando arriva con un orientamento sfavorevole rispetto allo scafo.
Le conseguenze possibili comprendono danni alle sovrastrutture, problemi al carico, situazioni di instabilità e rischi per le persone presenti a bordo.
La questione interessa anche piattaforme energetiche, installazioni per la produzione eolica in mare aperto, pescherecci e unità impegnate nelle attività di ricerca.
Secondo l’UNCTAD, il trasporto marittimo movimenta circa quattro quinti del commercio internazionale di merci in termini di volume. Un settore di queste dimensioni ha bisogno di informazioni sempre più precise sulle condizioni che potrebbero compromettere la sicurezza delle operazioni.
Le conoscenze sviluppate attraverso il monitoraggio oceanografico possono quindi contribuire a migliorare le valutazioni tecniche impiegate nella progettazione delle strutture, nella programmazione delle rotte e nelle procedure di prevenzione.
Non si tratta necessariamente di individuare in anticipo il punto esatto nel quale comparirà un’onda. Potrebbe essere già utile sapere che una determinata area presenta, in quel momento, caratteristiche associate a un rischio statistico superiore.
Il cambiamento climatico può rendere più frequenti questi fenomeni?
Il rapporto tra riscaldamento globale e condizioni estreme degli oceani rappresenta un ulteriore campo di ricerca, ma richiede particolare cautela.
Il cambiamento del clima può modificare la circolazione atmosferica, le traiettorie delle perturbazioni e le caratteristiche del moto ondoso in diverse regioni del pianeta.
Tuttavia, non è scientificamente corretto attribuire automaticamente una singola onda anomala al riscaldamento globale, né affermare che episodi come quello di Ucluelet stiano certamente aumentando ovunque.
Le valutazioni dell’IPCC indicano infatti un livello di fiducia limitato nelle proiezioni globali relative ai cambiamenti delle condizioni ondose più estreme, anche a causa delle difficoltà di osservazione e delle incertezze dei modelli.
Alcune aree potrebbero registrare variazioni importanti dell’altezza delle onde, mentre altre potrebbero seguire dinamiche differenti.
Il vero punto, per la sicurezza marittima, è che un oceano in trasformazione richiede strumenti capaci di aggiornare continuamente le valutazioni del rischio, senza fare affidamento esclusivamente sulle statistiche del passato.
Dalla scoperta scientifica alle nuove strategie di prevenzione
L’onda registrata vicino all’isola di Vancouver non ha provocato una catastrofe. Eppure, il suo valore scientifico va ben oltre il record attribuito alla misurazione.
Ha mostrato quanto possa essere ampio lo scarto tra le condizioni generali del mare e un singolo evento estremo, offrendo ai ricercatori dati preziosi per mettere alla prova le teorie sulla formazione delle onde.
Lo studio pubblicato nel 2026 aggiunge un ulteriore tassello: osservare come cambia nel tempo l’organizzazione del moto ondoso potrebbe essere più utile che limitarsi a conoscere l’altezza media delle onde previste.
Il passaggio decisivo, però, deve ancora essere compiuto. Bisognerà verificare la solidità degli indicatori su periodi più lunghi, in aree differenti e attraverso sistemi di monitoraggio sufficientemente dettagliati.
La vera sfida non è impedire all’oceano di produrre onde eccezionali, ma ridurre la probabilità che una nave o un’infrastruttura vengano colte impreparate.
È questa la prospettiva che rende attuali, anche a distanza di anni, i dati dell’onda anomala nel Pacifico: trasformare un evento straordinario in informazioni capaci di migliorare concretamente la sicurezza delle attività umane in mare.