Il documentario NAZA sbanca il botteghino italiano

Il documentario NAZA sbanca il botteghino italiano

In scena la ipertecnologia al servizio dell’annientamento di un popolo. Chi sperava che il film avrebbe registrato poco interesse al botteghino ha sbagliato i propri calcoli di molto. È notizia di questi giorni che il documentario sul genocidio a Gaza “NAZA”, ha guidato la classifica del box office italiano nei suoi primi due giorni in sala, con incassi complessivi vicini a 1,1 milioni di euro.

Il servizio di rilevazione dei dati del botteghino italiano, CINETEL, ha diffuso i dati rilevando come lunedì 28/9 il film abbia debuttato al primo posto con 451.872 euro di incasso e 60.467 presenze, più del doppio dei 179.612 euro realizzati nello stesso giorno dalla riedizione di Avengers: Endgame, stando ai dati Cinetel. Martedì ha mantenuto la vetta, aggiungendo 623.164 euro e oltre 83.000 spettatori. Il totale cumulato è di 1.096.816 euro, con 146.720 ingressi.

Il documentario NAZA e il successo nelle sale italiane

Questo imponente successo di pubblico ha fatto scegliere a numerose sale cinematografiche di prorogare l’evento, non lasciandolo più in programmazione delle sole tre giornate, dal 28 al 30 settembre che erano state individuate come evento cinematografico di, in 515 sale in tutta Italia, molte delle quali esaurite. Visto il forte richiamo, le proiezioni continueranno oltre il periodo previsto.

Siamo andati a vedere il film, dopo il premio speciale per la giuria a Venezia e la mezz’ora di standing ovation del pubblico intervenuto alla proiezione. Da qualsiasi parte siano le nostre idee e con qualsiasi spirito si entri al cinema, in molti hanno descritto come la visione di Naza crei un groppo in gola che non si scioglie nemmeno dopo diverse ore dall’uscita dalla sala.

La sala del cinema romano è pienissima, non si vedono sedili vuoti. Ma non c’è la stessa confusione di inizio film che vedo di solito. Tante persone di tutte le età, ma più di tutti ci sono giovani, 17-20 anni a vederli così, arrivano a gruppetti e si siedono in silenzio.

Le 24 interviste al centro del documentario NAZA

Stiamo per vedere 24 interviste montate in 80 minuti di film, girate in segreto nell’arco di tre anni sui tetti di Tel Aviv, raccoglie le voci di 24 persone interne agli apparati militari e di sicurezza. Parzialmente queste interviste sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti. una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili.

Diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, il documentario Naza è interamente girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv dal quale si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico e troneggi l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano.

Cosa significa il termine “Naza”

Sebbene il termine ‘Naza’ abbia una assonanza per noi occidentali con la parola ‘Nazi’, quasi una crasi tra il richiamo al nazismo e a Gaza in realtà il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che possono rimanere uccise solo perchè si trovano in un dato luogo, nel momento sbagliato.

Il lungometraggio è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor.“Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile.”

Ma la domanda che serpeggia per tutto il film è più profonda e inquietante e se la pone anche il regista, facendo un parallelo proprio con i crimini dell’olocausto. “Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

Le testimonianze degli operatori dell’IDF

A un certo punto il regista Abraham che invece l’unico volto riconoscibile come intervistatore, chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. In un giorno chiede Abraham….”no, in un’ora“. Ed ancora tra le risposte più inquietanti si può annoverare quella dell’operatore dell’intelligence che vede mappe tridimensionali e segnala come bombardare gli edifici:

D:E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”. Nessuno si sente responsabile, si sente di obbedire a degli ordini. Nessuno degli intervistati è un cecchino o un soldato sul campo. Abbiamo di fronte come più volte gli intervistati ripetono parlando di se stessi, all’elite dei corpi speciali, le menti più brillanti dell’esercito, addetti allso spionaggio, alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”.

La tecnologia e il sistema di sorveglianza raccontato da NAZA

Secondo questi testimoni, il sistema messo in piedi controlla tutti i telefoni cellulari attivi a Gaza. Loro possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi, ma anche accendere le telecamere e gli audio in tempo reale. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona venga annoverata tra i potenziali terroristi. Ovviamente i telefoni sono localizzati in ogni momento e le operazioni di bombardamento coi droni arrivano di notte, quando “è più facile” e le bombe arrivano quando si sentono alcune “frasi chiave” come quando una bambina dice ‘papà, è a casa’.

Un documentario “glaciale” senza immagini di violenza

Guardando Naza non si vedono cadaveri, se non proprio nell’ultima scena, non si vede sangue nè uccisioni ne altre scene di violenza. Si vede una città Tel Aviv che va avanti come se nulla fosse, mentre a soli 60km di distanza i propri concittadini sterminano famiglie intere scelte da un algoritmo, affamano e distruggono una città che era molto simile a quella nella quale si svolgono le riprese, col mare e i grattacieli.

È un film terribile e spaventoso perché è “glaciale”. Non mostra soldati che si sentono in colpa o che piangono raccontando questi orrori. È il loro lavoro. E proprio a fianco della domanda come facessero i tedeschi a non sapere, a non vedere, a non ribellarsi, la domanda che oggi sorge è “come è possibile che stia succedendo ancora?” E proprio ad opera di chi l’ha subito. E come possiamo far finta di non vedere ora, che pure sappiamo e vediamo con chiarezza come non è mai accaduto e lo ascoltiamo direttamente dalle voci dei carnefici?”

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