Multe per pubblicità del gioco d’azzardo: interviene la Consulta

Multe per pubblicità del gioco d’azzardo: interviene la Consulta

Le multe per pubblicità del gioco d’azzardo possono raggiungere cifre enormi anche quando la promozione avviene attraverso video guardati da poche decine di persone. È accaduto a un giovane lavoratore che, dopo aver guadagnato circa mille euro pubblicando contenuti dedicati alle scommesse online, si è ritrovato destinatario di una sanzione amministrativa da 157mila euro. Una vicenda apparentemente marginale, diventata invece l’occasione per affrontare una questione costituzionale: fino a che punto lo Stato può spingersi per scoraggiare un comportamento vietato, senza trasformare la punizione in una misura economicamente devastante?

La risposta arriva dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 172/2026, depositata il 20 ottobre. Il divieto di promuovere giochi e scommesse con vincite in denaro resta pienamente operativo. Cambia, però, il meccanismo delle sanzioni, che dovranno poter essere ridotte nei casi di manifesta sproporzione. La decisione interessa gli utenti dei social network, i creatori di contenuti, le imprese digitali e le grandi piattaforme, ma apre anche una riflessione più ampia sul rapporto tra interessi economici, libertà di comunicazione e salute pubblica.

Un guadagno di mille euro e una sanzione da 157mila: il caso che ha cambiato le regole

All’origine della controversia c’è un ventottenne impiegato come aiuto magazziniere, con uno stipendio mensile di circa 1.300 euro. Parallelamente alla sua attività lavorativa, aveva diffuso video promozionali relativi a giochi e scommesse attraverso due canali YouTube e uno Twitch. La visibilità era limitata: i tre profili contavano rispettivamente 64, 2.010 e 2.504 follower, mentre i filmati esaminati avevano registrato appena 53, 202 e 112 visualizzazioni.

Nonostante numeri tanto contenuti, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni aveva applicato una sanzione complessiva di 157mila euro, suddivisa in tre importi da 55mila, 51mila e 51mila euro. Il giovane aveva percepito circa mille euro dal canale Twitch e nessun ricavo dagli altri due.

La sproporzione economica è evidente: la multa corrispondeva a oltre 150 volte il guadagno ricavato dall’attività contestata. La vicenda è arrivata davanti al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale della normativa applicata.

Il punto, tuttavia, non riguardava la liceità dei messaggi pubblicitari. La promozione del gioco a pagamento rimane vietata. Il dubbio investiva piuttosto l’impossibilità di distinguere, nella determinazione della pena pecuniaria, tra comportamenti profondamente diversi per diffusione, gravità e capacità economica di chi li realizza.

Multe per pubblicità del gioco d’azzardo: cosa stabilisce la Consulta

Per comprendere la portata della decisione bisogna tornare al 2018, quando il cosiddetto Decreto Dignità introdusse un divieto generalizzato di pubblicità, anche indiretta, dei giochi e delle scommesse con vincite in denaro. La misura interessava ogni mezzo di comunicazione, comprese sponsorizzazioni e altre iniziative promozionali.

Il sistema sanzionatorio prevedeva una multa pari al 20% del valore della pubblicità o della sponsorizzazione, stabilendo però un minimo inderogabile di 50mila euro per ciascuna violazione. Questo meccanismo aveva un effetto preciso: anche quando il valore economico dell’attività contestata risultava insignificante, l’importo non poteva scendere sotto quella soglia.

La Consulta ha riconosciuto che una simile rigidità può entrare in contrasto con i principi costituzionali di ragionevolezza, proporzionalità e tutela del patrimonio individuale. Una sanzione amministrativa con finalità punitive deve infatti tenere conto delle caratteristiche concrete dell’illecito e delle condizioni del responsabile.

Non è stata però cancellata la soglia minima. I giudici hanno scelto una soluzione più circoscritta: i 50mila euro rimangono il riferimento ordinario, ma è ora possibile applicare una cifra inferiore quando quella prevista dalla legge risulti manifestamente sproporzionata.

Nella valutazione devono entrare la gravità della condotta, gli eventuali interventi compiuti per attenuarne le conseguenze, la personalità del trasgressore e la sua situazione economica. Non si tratta di un condono e nemmeno di una liberalizzazione della pubblicità delle scommesse. La violazione continua a essere punibile, ma la risposta dello Stato deve risultare adeguata alle circostanze.

Perché le grandi piattaforme digitali non possono essere trattate come un piccolo creator

Uno degli aspetti più interessanti della pronuncia riguarda la differenza tra la responsabilità di un singolo autore di contenuti e quella delle società che gestiscono le piattaforme online.

Nella ricostruzione della Corte compaiono infatti anche due sanzioni inflitte da AGCOM a grandi operatori digitali: 2,25 milioni di euro a Google Ireland Limited e 900mila euro a Twitch Interactive Germany, attraverso provvedimenti collegati alla diffusione di contenuti promozionali sulle rispettive piattaforme.

Questi importi mostrano perché i giudici abbiano evitato di eliminare completamente il minimo previsto dalla legge. Nei confronti di soggetti economicamente molto strutturati, una sanzione calcolata soltanto sui ricavi direttamente associati a una singola pubblicazione potrebbe rivelarsi insufficiente a scoraggiare nuove violazioni.

Il problema è accentuato dalle caratteristiche del mercato digitale. Un messaggio può essere pubblicato senza generare compensi immediati e raggiungere comunque persone vulnerabili. Il profitto dell’autore, quindi, non coincide necessariamente con la pericolosità della comunicazione.

La sentenza introduce così un criterio che va oltre la singola controversia: la tutela dei consumatori richiede sanzioni efficaci, ma l’efficacia non può essere confusa con l’applicazione indistinta degli stessi importi a soggetti profondamente differenti.

Resta peraltro un punto delicato. Misurare la reale capacità di diffusione di un contenuto digitale non è sempre semplice. Visualizzazioni, durata della pubblicazione, ripetizione dei messaggi e caratteristiche del pubblico possono offrire indicazioni utili, ma nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, descrive l’intero rischio.

Il paradosso italiano: 165 miliardi giocati mentre la pubblicità resta vietata

La vicenda assume un significato ancora più ampio se viene osservata attraverso le dimensioni economiche del settore. Secondo la prima Relazione sul comparto dei giochi pubblici, riferita al 2025 e trasmessa al Parlamento nell’aprile 2026, in Italia il volume complessivo delle giocate ha raggiunto 165,3 miliardi di euro.

Il dato necessita di una precisazione: la raccolta rappresenta l’ammontare delle puntate, non la perdita effettiva sostenuta dai cittadini. Considerando le vincite restituite, pari a circa 143,4 miliardi, la spesa netta dei giocatori è risultata di 21,9 miliardi. Le entrate erariali del settore sono state pari a circa 11,47 miliardi.

Sono numeri che raccontano una contraddizione strutturale. Da una parte, lo Stato organizza e controlla un mercato legale dal quale ricava risorse fiscali considerevoli. Dall’altra, deve contenere i danni sanitari, familiari e sociali che possono derivare dai comportamenti di gioco problematici.

La stessa Corte costituzionale richiama questa tensione. Nella sentenza viene sottolineato come ai benefici economici dell’azzardo si accompagnino costi collettivi difficili da quantificare: percorsi di cura, sovraindebitamento, difficoltà nelle relazioni familiari, conseguenze occupazionali e rischi di coinvolgimento in attività illegali.

Un ulteriore elemento emerge dal richiamo ai dati della Corte dei conti: nel 2025, a fronte di un incremento della raccolta lorda del 4,8%, il gettito delle imposte indirette sui giochi ha registrato una diminuzione dello 0,7%. Un mercato che movimenta più denaro non garantisce automaticamente maggiori entrate fiscali, mentre l’esposizione ai rischi sociali resta un problema concreto.

È in questo scenario che il divieto di pubblicità assume il proprio significato. Non impedisce l’esistenza del settore legale, ma cerca di limitarne la capacità di attrarre nuovi consumatori attraverso messaggi commerciali, specialmente quando raggiungono persone vulnerabili o predisposte a sviluppare una dipendenza.

La nuova frontiera del gioco online: quando la promozione si confonde con l’informazione

La crescita dei servizi digitali ha modificato profondamente anche le modalità con cui il gioco può essere presentato al pubblico. Accanto agli annunci tradizionali esistono dirette streaming, video dimostrativi, collaborazioni commerciali e comunicazioni che mescolano intrattenimento e finalità promozionali.

Il confine può diventare particolarmente delicato quando l’attenzione si sposta sul cosiddetto gioco responsabile. Il decreto legislativo n. 41 del 2024 ha infatti previsto iniziative informative destinate alla prevenzione delle dipendenze e alla tutela dei giocatori. L’esigenza è condivisibile, ma impone di distinguere tra un messaggio autenticamente educativo e una comunicazione che, presentandosi come prevenzione, finisce per incentivare il consumo.

Proprio su questo terreno è intervenuta AGCOM. Dopo una consultazione avviata nell’aprile 2026, l’Autorità ha adottato, con la delibera n. 200/26/CONS, pubblicata il 10 agosto, un atto integrativo delle linee guida dedicate alle campagne contro i disturbi da gioco d’azzardo.

La questione centrale è impedire che iniziative apparentemente informative diventino un modo per aggirare i limiti imposti alla pubblicità commerciale. Un obiettivo che richiede attenzione non soltanto ai contenuti dichiarati, ma anche al linguaggio, alle modalità di presentazione e all’effetto promozionale eventualmente prodotto.

È qui che emerge una delle sfide più importanti per il sistema dei controlli: riconoscere la sostanza pubblicitaria di un messaggio indipendentemente dalla forma utilizzata, senza penalizzare indiscriminatamente informazioni legittime, attività giornalistiche e iniziative effettivamente rivolte alla prevenzione.

La posizione di Codici: difendere i consumatori senza rinunciare alla proporzionalità

Sulla decisione della Consulta è intervenuta anche l’associazione dei consumatori Codici, che considera la pronuncia una conferma della validità del divieto introdotto nel 2018.

L’avvocato Marcello Padovani ha evidenziato come la Corte abbia mantenuto fermo l’impianto di tutela previsto dal Decreto Dignità, introducendo però la necessità di commisurare le sanzioni alla gravità delle condotte accertate.

Per Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici, la disciplina conserva una funzione essenziale nella protezione dei cittadini, soprattutto rispetto alle conseguenze del gioco problematico e al rischio di sovraindebitamento. L’associazione richiama l’attenzione sulle persone più esposte, compresi i minori e i soggetti che manifestano condizioni di vulnerabilità.

La lettura proposta da Codici individua dunque due esigenze complementari: impedire che la comunicazione commerciale alimenti comportamenti dannosi e garantire che l’apparato sanzionatorio non produca effetti irragionevoli.

In questa prospettiva, ridurre una multa eccessiva non equivale ad attenuare la protezione dei consumatori. Una disciplina equilibrata può conservare la propria capacità deterrente e, nello stesso tempo, risultare più solida sul piano giuridico.

Cosa cambia adesso per influencer, imprese e cittadini

La sentenza n. 172/2026 non rende automaticamente leciti i contenuti che promuovono scommesse o giochi con vincite in denaro. Chi utilizza social network, piattaforme video o altri canali per diffondere pubblicità vietata continua a esporsi all’intervento dell’autorità competente.

La novità è nella possibilità di valutare diversamente gli episodi marginali rispetto alle attività promozionali più gravi. Per le multe per pubblicità del gioco d’azzardo, il minimo di 50mila euro continua a rappresentare la regola, mentre una riduzione richiede una sproporzione manifesta e una valutazione delle circostanze concrete.

La decisione non annulla automaticamente neppure la sanzione da 157mila euro che ha dato origine alla controversia: gli effetti della pronuncia sul caso individuale dovranno essere valutati nell’ambito del procedimento davanti alla giustizia amministrativa.

Rimane inoltre al legislatore la possibilità di intervenire nuovamente sulla disciplina, definendo criteri più articolati per graduare le conseguenze economiche delle violazioni.

Il tema riguarda direttamente anche i cittadini. La pubblicità dell’azzardo non è una comunicazione commerciale come le altre, perché può incidere su comportamenti che coinvolgono salute, disponibilità finanziarie e stabilità familiare. Per questo la sua regolamentazione continua a rappresentare un interesse pubblico, indipendentemente dalle dimensioni del mercato.

La vicenda del giovane sanzionato per tre canali poco seguiti lascia infine una domanda che supera i confini del diritto amministrativo: quanto deve essere severa una legge per proteggere davvero le persone? La risposta della Consulta suggerisce che non basta prevedere punizioni elevate. Occorre applicarle in modo da distinguere il piccolo trasgressore dall’operatore capace di raggiungere milioni di utenti, senza perdere di vista il danno che anche una comunicazione apparentemente innocua può contribuire a generare.

Perché una multa sproporzionata rischia di trasformarsi in un problema di giustizia. Ma una sanzione troppo debole può diventare, per chi dispone di grandi risorse economiche, soltanto un costo da mettere a bilancio.

Lascia un commento

Inserisci il risultato.