A quasi sei anni dalla morte di Diego Maradona, il processo che si sta celebrando a San Isidro continua a restituire immagini sempre più dure delle ultime settimane di vita del campione argentino. Non è soltanto una vicenda giudiziaria. È una storia che intreccia medicina, responsabilità, potere, isolamento e il rapporto spesso ambiguo tra celebrità e fragilità umana.
Nell’aula del tribunale, tra tensioni, lacrime e accuse incrociate, una frase pronunciata da un medico ha finito per diventare il simbolo dell’intero procedimento: “Con un semplice diuretico, in 48 ore sarebbe migliorato sensibilmente”. Parole che pesano come un macigno e che alimentano l’ipotesi dell’accusa secondo cui la morte del Pibe de Oro non sarebbe stata inevitabile.
Un processo destinato a lasciare il segno
Alla sbarra siedono sette professionisti sanitari accusati di omicidio con dolo eventuale per la gestione clinica dell’ex numero 10 argentino negli ultimi giorni della sua vita. Secondo i magistrati, il personale medico avrebbe sottovalutato segnali evidenti di un aggravamento progressivo, scegliendo un monitoraggio domestico ritenuto oggi inadeguato rispetto alle reali condizioni del paziente.
Il procedimento sta assumendo contorni sempre più drammatici perché non riguarda soltanto eventuali errori tecnici. L’impressione che emerge dalle udienze è quella di una macchina sanitaria disorganizzata, incapace di prendere decisioni tempestive mentre le condizioni fisiche di Maradona peggioravano visibilmente.
Il punto centrale del dibattimento ruota attorno a una domanda tanto semplice quanto devastante: Diego poteva essere salvato?
Il cuore di Maradona pesava il doppio del normale
I dettagli emersi dall’autopsia hanno contribuito ad alimentare lo shock dell’opinione pubblica. Quando morì, il 25 novembre 2020, il cuore di Maradona pesava oltre 500 grammi, circa il doppio rispetto ai parametri considerati normali per un uomo adulto.
Gli esami medico-legali parlarono di edema polmonare acuto causato da insufficienza cardiaca. Ma il dato che continua a colpire maggiormente è la quantità di liquidi accumulati nel corpo.
Secondo le testimonianze ascoltate in aula, il quadro clinico era gravemente compromesso già da giorni. Non si sarebbe trattato quindi di un peggioramento improvviso, bensì di un deterioramento lento e progressivo che avrebbe mostrato segnali evidenti.
Uno dei medici intervenuti nel processo ha descritto una situazione estrema: liquidi nei polmoni, negli organi e in numerose aree del corpo. Una condizione che, secondo diversi specialisti ascoltati dai giudici, avrebbe richiesto un trattamento ospedaliero immediato.
La terapia domiciliare finita sotto accusa
Uno degli aspetti più controversi riguarda la scelta di trasferire Maradona in una casa privata a Tigre, nella periferia di Buenos Aires, dopo un precedente ricovero ospedaliero.
Per l’accusa, quella decisione si sarebbe trasformata in un errore fatale. La procura sostiene infatti che il campione argentino non fosse nelle condizioni di affrontare un percorso di recupero lontano da una struttura attrezzata.
Nel corso delle udienze è emerso che alcuni professionisti avrebbero espresso dubbi sulla possibilità di seguire il paziente adeguatamente in ambito domestico. Nonostante ciò, si optò comunque per la permanenza nella residenza privata dove Diego trascorse i suoi ultimi giorni.
Ed è proprio qui che il processo assume una dimensione ancora più ampia. Perché la morte di Maradona sembra raccontare qualcosa che riguarda molte altre storie contemporanee: la tendenza a medicalizzare tutto senza garantire davvero assistenza continua, controllo clinico e coordinamento efficace tra specialisti.
“Aveva acqua ovunque”: la testimonianza che scuote il tribunale
Tra i passaggi più forti del procedimento c’è stata la deposizione del dottor Mario Schiter, medico che aveva seguito Maradona nei primi anni Duemila e che partecipò anche all’autopsia.
Il professionista ha spiegato davanti ai giudici che una terapia diuretica avrebbe potuto alleggerire rapidamente il quadro clinico. Nella sua esperienza, ha raccontato, pazienti con insufficienza cardiaca congestizia vengono trattati ogni giorno con risultati spesso rapidi.
La sua testimonianza ha rafforzato la tesi secondo cui i sintomi sarebbero stati visibili e trattabili con strumenti terapeutici di base.
Anche altri specialisti hanno insistito sul fatto che il gonfiore corporeo non potesse essere sfuggito a un’équipe esperta. Secondo quanto riferito durante il processo, l’accumulo di liquidi si sarebbe sviluppato nell’arco di diversi giorni.
Un dettaglio che rende ancora più pesante il sospetto di omissioni o sottovalutazioni.
WhatsApp, audio e messaggi vocali: il processo entra nella vita privata dello staff medico
Uno degli elementi più delicati del procedimento riguarda il materiale estratto dai telefoni cellulari dei professionisti coinvolti. Messaggi WhatsApp, conversazioni vocali e comunicazioni interne sono diventati prove centrali per ricostruire ciò che accadde nelle ore precedenti alla morte del campione.
Secondo l’accusa, quelle chat dimostrerebbero la piena consapevolezza del peggioramento delle condizioni di salute di Maradona.
Tra i contenuti più discussi figura un messaggio vocale attribuito al neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale dell’ex calciatore. In quel momento, mentre la situazione precipitava, il professionista avrebbe commentato in modo freddo e distaccato quanto stava accadendo.
Proprio questi elementi stanno contribuendo a trasformare il processo in un caso mediatico enorme in Argentina, dove la figura di Maradona continua ad avere un valore quasi religioso.
Il dolore della famiglia esplode in aula
L’udienza degli ultimi giorni è stata segnata anche da un episodio di forte tensione emotiva. Durante la proiezione di alcune immagini autoptiche, una delle figlie di Maradona, Gianinna, ha lasciato improvvisamente l’aula tra urla e lacrime.
La scena ha mostrato quanto il processo resti una ferita aperta per la famiglia del campione. Ma ha anche evidenziato il clima pesantissimo che accompagna ogni udienza.
Per milioni di argentini, infatti, Diego non rappresenta soltanto un ex calciatore. È un simbolo nazionale, un riferimento culturale, politico e sociale che continua a dividere e commuovere.
Oltre il mito: la fragilità di un uomo lasciato solo
La vicenda giudiziaria sta lentamente demolendo la narrazione romantica costruita attorno agli ultimi anni di Maradona. Dietro l’icona mondiale emerge il ritratto di un uomo profondamente vulnerabile, circondato da professionisti, collaboratori e interessi spesso incapaci di proteggerlo davvero.
Ed è forse questo l’aspetto più potente del processo in corso: non si sta discutendo soltanto della morte di una leggenda dello sport, ma del fallimento di un intero sistema di assistenza attorno a una persona fragile.
Le prossime udienze potrebbero chiarire ulteriormente il livello di responsabilità dei medici imputati. Ma una cosa appare già evidente: la morte di Maradona continua a parlare non solo di calcio, ma anche di potere, isolamento e solitudine.