L’Italia non crede fino in fondo alla blockchain

L’Italia non crede fino in fondo alla blockchain

Il dato che racconta meglio il rapporto complicato tra l’Italia e la blockchain non riguarda le criptovalute. Nel 2025 il mercato nazionale delle soluzioni basate sui registri distribuiti si è fermato a 38 milioni di euro, registrando una contrazione del 5% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, a livello internazionale, sono stati censiti 378 nuovi progetti, il 27% in più rispetto al 2024.

Due traiettorie opposte. Da una parte il mondo prova a trasformare la tecnologia in un’infrastruttura finanziaria e industriale. Dall’altra il nostro Paese continua a sperimentare, osservare e attendere. Non siamo completamente immobili: esistono competenze, iniziative pubbliche e casi di successo. Eppure manca ancora quel passaggio decisivo che consente a un prototipo di diventare un sistema utilizzato ogni giorno da imprese, amministrazioni e cittadini.

L’Italia non rifiuta la blockchain, ma neppure sembra crederci abbastanza da investirci seriamente. È questa la contraddizione che emerge dai numeri più recenti e che rischia di lasciare il Paese in una posizione marginale proprio mentre la discussione globale abbandona le mode speculative per concentrarsi su pagamenti, titoli digitali, tracciabilità e certificazione delle informazioni.

Il mondo ha smesso di inseguire soltanto criptovalute e NFT

Per lungo tempo parlare di blockchain ha significato evocare Bitcoin, token dai prezzi imprevedibili, NFT acquistati per cifre spropositate e piattaforme fallite nel giro di pochi mesi. Questa associazione ha danneggiato la credibilità dell’intero settore, facendo passare in secondo piano la tecnologia che rende possibili quelle applicazioni.

Una blockchain è, in termini semplici, un registro condiviso tra più soggetti. Le informazioni vengono validate secondo regole prestabilite e conservate in modo da rendere estremamente difficile una modifica successiva non autorizzata. Il suo valore emerge soprattutto quando aziende o istituzioni che non si fidano completamente l’una dell’altra devono utilizzare gli stessi dati.

Nel 2025 lo scenario internazionale ha mostrato un cambiamento netto. Secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, il 73% dei nuovi progetti mondiali ha riguardato il comparto finanziario. Sono cresciute le iniziative dedicate alla tokenizzazione di attività, agli smart contract e alle stablecoin, mentre si è ulteriormente ridotto l’interesse aziendale per NFT e finanza decentralizzata.

Tra le imprese comprese nella classifica Fortune Global 500, 194 hanno realizzato almeno un progetto blockchain. Complessivamente ne hanno avviati 540 negli ultimi anni, 90 dei quali nel solo 2025. Non significa che la tecnologia stia sostituendo banche, notai, borse e autorità di controllo. Sta accadendo qualcosa di meno spettacolare, ma forse più importante: i registri distribuiti vengono inseriti nei processi esistenti per velocizzare scambi, ridurre riconciliazioni e rendere alcune operazioni verificabili.

La rivoluzione promessa dai primi evangelisti del settore non si è materializzata. Al suo posto sta emergendo una trasformazione pragmatica, spesso invisibile all’utente finale. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia appare in ritardo.

Trentotto milioni di euro rivelano un problema di scala

Il valore del mercato italiano deve essere letto correttamente. I 38 milioni rappresentano il fatturato generato dalla vendita di servizi e dalla realizzazione di progetti blockchain destinati alle organizzazioni. Non comprendono quindi il controvalore delle criptovalute possedute dagli italiani.

La cifra resta comunque modesta per una delle principali economie industriali europee. Nel 2024 il settore valeva 40 milioni, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 è arrivato il passo indietro, mentre la domanda internazionale aumentava.

C’è poi un secondo elemento ancora più indicativo: il 62% degli investimenti italiani si concentra nella finanza. Banche, assicurazioni e operatori specializzati riescono a individuare applicazioni concrete perché dispongono di risorse, competenze tecniche e procedure sufficientemente standardizzate. Al di fuori di questo perimetro, invece, i progetti di dimensioni significative faticano a emergere.

La debolezza non dipende esclusivamente dalla prudenza degli imprenditori. Il tessuto produttivo nazionale è formato in larga parte da piccole e medie aziende, spesso inserite in filiere complesse e caratterizzate da livelli di digitalizzazione molto differenti. Una singola impresa può acquistare un software gestionale o un servizio cloud autonomamente. Una rete blockchain, al contrario, diventa davvero utile soltanto quando numerosi partecipanti accettano di condividere regole, formati e responsabilità.

Il vero investimento, dunque, non consiste nel comprare una piattaforma. Occorre costruire un accordo industriale tra soggetti diversi. Ed è proprio qui che molte iniziative italiane rallentano: tutti riconoscono il possibile beneficio, ma pochi vogliono sostenere per primi costi, rischi e lavoro organizzativo.

La confusione con le crypto alimenta diffidenza

Anche il rapporto dei cittadini con i crypto-asset conferma una certa cautela. In Italia li possiede il 7% dei consumatori, pari a circa 2,8 milioni di persone. Tra i grandi mercati europei esaminati dall’Osservatorio del Politecnico, la percentuale sale al 9% in Francia, all’11% in Germania e al 14% in Spagna.

Il confronto non misura direttamente l’adozione industriale della blockchain, ma fotografa la familiarità del pubblico con uno dei suoi utilizzi più conosciuti. Altri quattro milioni di italiani dichiarano di essere interessati a un futuro acquisto. Più della metà di questa platea non utilizza altri strumenti finanziari, circostanza che rende particolarmente importante una corretta educazione sui rischi.

Le criptovalute hanno infatti creato uno strano cortocircuito. Hanno reso famosa la tecnologia, ma ne hanno contemporaneamente compromesso la reputazione. Truffe, oscillazioni estreme e fallimenti di operatori internazionali hanno convinto molte persone che blockchain e speculazione siano due facce dello stesso fenomeno.

Non è così. Un registro distribuito può essere utilizzato senza creare una moneta virtuale e senza esporre gli utenti alla volatilità. Allo stesso tempo, però, non bisogna considerarlo una garanzia automatica di verità. La blockchain può rendere molto difficile la modifica di un dato, ma non assicura che l’informazione inserita all’origine sia corretta. Se un prodotto viene registrato con una provenienza falsa, il sistema conserverà in modo affidabile una dichiarazione sbagliata.

Questa distinzione è fondamentale perché consente di superare sia l’entusiasmo ingenuo sia il rifiuto pregiudiziale. La tecnologia funziona quando viene accompagnata da controlli, responsabilità definite e fonti attendibili. Non elimina la fiducia: la distribuisce e la rende verificabile.

L’Italia sa innovare, ma lo fa dentro poche isole protette

Le capacità tecniche non mancano. Nel luglio 2024 si è conclusa la prima emissione italiana di un’obbligazione digitale su blockchain, realizzata da Cassa Depositi e Prestiti con Intesa Sanpaolo come investitore istituzionale. Il regolamento dei flussi finanziari è avvenuto in moneta di banca centrale attraverso TIPS Hash Link, una soluzione sviluppata dalla Banca d’Italia per collegare le piattaforme DLT ai servizi dell’Eurosistema.

L’operazione ha dimostrato che il sistema italiano può gestire strumenti finanziari digitali all’interno di un quadro legale e operativo controllato. Anche l’indagine Fintech 2025 della Banca d’Italia sugli operatori non vigilati restituisce segnali interessanti: il 20% delle imprese intervistate indicava DLT e blockchain come tecnologia predominante, subito dopo intelligenza artificiale e analisi avanzata dei dati.

Il problema nasce quando si prova a uscire da questi ambienti specializzati. Gli esperimenti funzionano dove esistono operatori strutturati, norme definite e interlocutori istituzionali in grado di coordinare il progetto. La diffusione rimane invece limitata nei settori in cui occorre coinvolgere centinaia di aziende con capacità economiche e digitali molto differenti.

Persino Consob e l’autorità francese dei mercati hanno chiesto nel 2025 una maggiore flessibilità del regime pilota europeo dedicato alle infrastrutture finanziarie DLT. È un segnale significativo: anche gli operatori più avanzati incontrano difficoltà quando devono passare dalla sperimentazione a un mercato sufficientemente ampio.

La stessa Banca d’Italia ha invitato alla prudenza. Le applicazioni basate sui registri distribuiti tendono per ora ad affiancare i sistemi tradizionali anziché sostituirli. Inoltre, la frammentazione tra reti differenti e i costi necessari per renderle interoperabili possono ridurre parte dei vantaggi ottenuti all’interno di una singola organizzazione.

Dal Made in Italy alla pubblica amministrazione, le occasioni ci sono

Il paradosso diventa più evidente osservando la struttura dell’economia nazionale. L’Italia dispone di filiere nelle quali certificazione, provenienza e contrasto alla contraffazione hanno un valore enorme: agroalimentare, moda, arredamento, farmaceutica, componentistica e prodotti di lusso.

La blockchain potrebbe permettere a produttori, fornitori, distributori e consumatori di consultare una storia condivisa del bene. Non basterebbe applicare un codice QR sulla confezione. Sarebbe necessario collegare passaggi produttivi, controlli, certificazioni e trasferimenti di proprietà, stabilendo chi può registrare le informazioni e chi risponde in caso di errore.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha inserito tra le proprie iniziative l’impiego dei registri distribuiti per la tracciabilità delle filiere, prevedendo interventi destinati alle piccole e medie aziende. L’indicazione è coerente con una necessità concreta: difendere il valore economico dell’origine italiana in mercati globali nei quali imitazioni e dichiarazioni ingannevoli producono danni miliardari.

Potenzialità simili esistono nella pubblica amministrazione. Titoli di studio, autorizzazioni, certificati professionali, registri e documenti potrebbero essere verificati senza richiedere ogni volta un controllo manuale presso l’ente che li ha emessi. L’infrastruttura italiana IBSI è nata proprio per sperimentare servizi pubblici interoperabili con il progetto europeo EBSI.

Eppure riconoscere un possibile utilizzo non equivale a costruire un servizio nazionale. Il rischio è accumulare dimostrazioni tecniche che non raggiungono mai la fase successiva. Quando un progetto pilota termina senza un modello di gestione, un budget stabile e un percorso di adozione, anche un buon risultato resta confinato in una presentazione.

La partita globale riguarda il controllo delle infrastrutture

Guardare alla blockchain soltanto come a una tecnologia per acquistare Bitcoin significa perdere la questione più importante. La competizione riguarda ormai le infrastrutture sulle quali circoleranno denaro, titoli, certificazioni e diritti digitali.

Le stablecoin hanno raggiunto alla fine del 2025 una capitalizzazione mondiale di circa 310 miliardi di dollari, con una crescita del 50% in dodici mesi. La maggior parte resta denominata in dollari e viene ancora utilizzata soprattutto all’interno dell’universo crypto. Il loro peso nei pagamenti dell’economia reale è limitato, come ha sottolineato la Banca d’Italia, ma la direzione del mercato è visibile.

Nel frattempo l’intelligenza artificiale apre un ulteriore fronte. Francesco Bruschi, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Web3, ha richiamato il possibile ruolo dei registri distribuiti nella verifica dell’autenticità dei contenuti e nei pagamenti eseguiti autonomamente dagli agenti software. Non si tratta di immaginare una blockchain capace di risolvere il problema delle notizie false. Può però diventare uno degli strumenti utilizzati per dimostrare origine, modifiche e responsabilità di un’informazione digitale.

Se l’Italia resterà alla finestra, continuerà probabilmente a utilizzare questi servizi, ma attraverso piattaforme, standard e infrastrutture progettati altrove. Il rischio non consiste nel perdere la prossima criptovaluta di successo. Consiste nel dipendere da altri per tecnologie che potrebbero diventare parte invisibile dell’economia, esattamente come oggi accade con cloud, motori di ricerca e circuiti di pagamento.

Credere nella blockchain non significa usarla ovunque

Per recuperare terreno non servono slogan, token pubblici o finanziamenti distribuiti senza una strategia. Occorre selezionare problemi nei quali un registro condiviso offre un vantaggio misurabile rispetto a un normale database. Tempi di verifica, costi amministrativi, errori, frodi e riconciliazioni devono essere confrontati prima e dopo l’introduzione del sistema.

Servono inoltre competenze ibride. La progettazione non può essere affidata soltanto agli sviluppatori: devono partecipare esperti di diritto, processi industriali, sicurezza informatica e protezione dei dati. Senza una governance comprensibile, anche la piattaforma tecnicamente più avanzata è destinata a rimanere inutilizzata.

La pubblica amministrazione potrebbe agire come primo cliente nei settori di interesse collettivo, mentre le associazioni imprenditoriali potrebbero aiutare le aziende più piccole a condividere costi e standard. È altrettanto indispensabile evitare reti chiuse dalle quali diventa difficile uscire. L’interoperabilità non è un dettaglio tecnico, ma la condizione necessaria per impedire che una promessa di decentralizzazione produca nuove dipendenze.

L’Italia, insomma, non deve innamorarsi della blockchain. Deve imparare a valutarla senza confonderla con le mode che l’hanno accompagnata. Oggi il Paese possiede sperimentazioni autorevoli, un settore finanziario attivo e filiere che potrebbero trarne un beneficio concreto. Ciò che ancora manca è la capacità di trasformare questi elementi in una scelta industriale.

Il mercato da 38 milioni di euro racconta proprio questo: non l’assenza di talento, ma una fiducia rimasta a metà. E nel mondo digitale, attendere che una tecnologia sia completamente matura prima di utilizzarla significa spesso accettare che siano altri a stabilirne regole, prezzi e confini.

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