Le liste d’attesa sanitarie raccontano un paradosso tutto italiano: aumentano i finanziamenti, cresce il numero delle prestazioni effettuate, si moltiplicano gli strumenti di controllo. Eppure ottenere una visita specialistica nei tempi necessari rimane, per molti cittadini, un percorso a ostacoli.
La questione non riguarda soltanto la quantità di denaro destinata agli ospedali. Riguarda soprattutto la capacità dello Stato di trasformare quelle risorse in un servizio che funzioni, indipendentemente dal luogo in cui si vive e dalle possibilità economiche di ciascuno.
Una nuova indagine della Corte dei conti, approvata con la deliberazione 54/2026/G, mette sotto osservazione proprio questo meccanismo. Ne emerge un sistema che dispone di strumenti normativi e finanziari sempre più articolati, ma continua a incontrare difficoltà nell’organizzare personale, prenotazioni e attività ambulatoriali. La novità è che nel 2026 alcuni indicatori nazionali mostrano anche progressi concreti. Il problema, quindi, non è stabilire se qualcosa stia migliorando, ma capire perché quei miglioramenti non siano ancora sufficienti a garantire il diritto alle cure.
Liste d’attesa sanitarie, il paradosso dei miliardi disponibili
Il primo elemento sul quale soffermarsi è economico. Secondo la ricostruzione della magistratura contabile, tra il 2022 e il 2028 sono state previste risorse per circa 3,71 miliardi di euro destinate al contenimento delle attese. Nel quadriennio 2022-2025, a fronte di assegnazioni statali per 1,845 miliardi, l’importo utilizzato si è fermato intorno a 1,58 miliardi.
La differenza supera i 260 milioni di euro. Una cifra importante, sebbene occorra precisare che le informazioni disponibili presentano ancora lacune e disomogeneità nella rendicontazione regionale. Non sarebbe corretto considerarla automaticamente una somma definitivamente perduta. È però un indicatore delle difficoltà incontrate nel trasformare le assegnazioni in spesa effettiva.
Il punto non è soltanto contabile. Un finanziamento autorizzato non corrisponde necessariamente a una prestazione aggiuntiva. Per aprire nuovi ambulatori servono professionisti, locali attrezzati, orari sostenibili e sistemi di prenotazione capaci di coordinare l’offerta. Senza questi elementi, perfino un investimento consistente rischia di produrre risultati inferiori alle aspettative.
La distribuzione territoriale delle risorse rende il quadro ancora più problematico. Nel 2024 la quota non utilizzata ha raggiunto il 44% in Basilicata, il 41% in Molise e il 39% in Friuli-Venezia Giulia. Per il 2025, sulla base di dati ancora parziali, in Molise risultava inutilizzato il 60% delle disponibilità considerate.
Le differenze non sono marginali: dimostrano che il problema riguarda anche la capacità amministrativa delle singole Regioni. Dove mancano programmazione e organizzazione, lo stanziamento rischia di restare un risultato di bilancio anziché diventare una visita effettuata.
I miglioramenti del 2026 esistono, ma non raccontano tutta la storia
Sarebbe scorretto descrivere la sanità italiana come un sistema completamente immobile. Il primo bollettino AGENAS sulle liste d’attesa, relativo al confronto tra i primi sei mesi del 2025 e quelli del 2026, registra segnali di miglioramento che meritano attenzione.
Le prenotazioni considerate dal monitoraggio sono passate da 13,3 a 14,9 milioni. Sono inoltre aumentate di oltre 1,6 milioni le prestazioni garantite entro i tempi previsti. La percentuale delle prime visite effettuate nei limiti stabiliti è salita dal 76,4% al 78,5%, mentre per gli accertamenti diagnostici si è passati dall’82,8% all’84,6%.
Il Governo ha valorizzato questi risultati come dimostrazione dell’efficacia delle misure adottate. E i dati documentano effettivamente una crescita dell’attività e un miglioramento delle percentuali di tempestività.
Esiste però una seconda faccia della medaglia. Nell’analisi pubblicata nel luglio 2026, Cittadinanzattiva ha evidenziato che circa 1,44 milioni di prime visite e 759 mila esami diagnostici monitorati risultavano ancora oltre i tempi di garanzia. Complessivamente, oltre due milioni di prenotazioni non rispettavano quindi le soglie previste.
L’organizzazione ha inoltre richiamato l’attenzione su un aspetto fondamentale: il monitoraggio riguardava soltanto 14 tipologie di prime visite e 22 esami diagnostici, lasciando fuori numerose prestazioni e, soprattutto, buona parte delle informazioni relative ai controlli periodici dei pazienti cronici.
Non c’è necessariamente contraddizione tra i dati AGENAS e le conclusioni della Corte dei conti. I primi misurano progressi in un insieme definito di prestazioni; la seconda valuta la tenuta complessiva delle politiche pubbliche, l’impiego delle risorse e l’effettiva attuazione delle riforme. Un indicatore può migliorare senza che un problema strutturale sia stato risolto.
La ricetta esiste, ma una prenotazione su due non arriva
Uno dei passaggi più interessanti della relazione riguarda ciò che accade tra la prescrizione medica e l’appuntamento. È una fase poco visibile nel dibattito pubblico, eppure decisiva per comprendere il funzionamento della sanità.
Secondo i dati AGENAS richiamati nella documentazione esaminata dalla Corte, soltanto il 50,3% delle prescrizioni per prime visite e il 54,4% di quelle relative agli esami diagnostici si traduce in una prenotazione registrata dal sistema sanitario.
Questo divario non significa necessariamente che la metà dei cittadini rinunci alle cure. Possono incidere diversi fattori, comprese le modalità di registrazione delle richieste, i tempi di contatto con i centri di prenotazione e la scelta di altre soluzioni assistenziali. Resta comunque una distanza considerevole, che impedisce di ricostruire completamente il percorso del paziente.
C’è poi il caso di chi riceve una proposta ma decide di non accettarla. Su scala nazionale, circa il 20% delle prime disponibilità offerte viene rifiutato. Anche qui sarebbe superficiale attribuire automaticamente la responsabilità agli utenti.
Un appuntamento può essere formalmente disponibile e risultare, nella pratica, difficilmente accessibile. Il luogo potrebbe essere troppo lontano, la data incompatibile con le esigenze cliniche oppure l’orario impossibile da conciliare con lavoro e responsabilità familiari. La disponibilità statistica non coincide sempre con l’accessibilità reale.
Il sistema dovrebbe quindi misurare non soltanto quanti posti vengono offerti, ma anche perché una proposta non si trasforma in una visita. Senza questa informazione, il rischio è confondere una difficoltà organizzativa con una libera scelta del cittadino.
Il codice sulla ricetta può cambiare il destino di una visita
Per comprendere quanto pesino le differenze regionali basta osservare la classificazione delle prescrizioni. Le richieste sanitarie vengono suddivise in categorie di priorità, che stabiliscono quanto tempo può trascorrere prima dell’erogazione.
La classe U riguarda le prestazioni urgenti, previste entro 72 ore. La B identifica quelle da effettuare entro dieci giorni. La D comprende gli interventi differibili, con limiti di trenta giorni per le visite e sessanta per gli esami. Infine, la classe P si riferisce alle richieste programmate, con una soglia ordinaria di 120 giorni.
Il problema nasce quando le classificazioni mostrano differenze difficili da spiegare soltanto con le caratteristiche cliniche della popolazione. La Corte segnala territori nei quali oltre l’85% delle ricette viene inserito nella categoria programmata, mentre altrove la stessa percentuale scende sotto l’8%.
Non è una prova automatica di prescrizioni inappropriate. È però una divergenza talmente ampia da richiedere verifiche sui criteri adottati dai professionisti e sull’organizzazione dei servizi.
Il sospetto, sollevato anche da Cittadinanzattiva, è che in alcuni contesti l’uso eccessivo della classe meno urgente possa contribuire ad adattare la domanda alla disponibilità degli appuntamenti. Un’ipotesi che richiede controlli puntuali, non accuse generalizzate.
La distinzione è fondamentale: le priorità devono dipendere dalle condizioni cliniche, non dalla necessità di far tornare i numeri delle agende. Altrimenti il sistema rischia di apparire efficiente sulla carta senza esserlo altrettanto nella vita quotidiana.
Responsabilità e controlli: il caso delle sanzioni da 1.500 euro
C’è un capitolo della relazione che merita particolare attenzione, perché riguarda la responsabilità di chi dirige le aziende sanitarie.
La normativa prevede strumenti di vigilanza e conseguenze per determinate inadempienze. Tuttavia, l’attività di controllo ha rilevato una sostanziale scarsità di provvedimenti disciplinari e di responsabilità contabile. Il tema non è secondario: una politica pubblica perde parte della propria efficacia quando gli obblighi stabiliti non vengono accompagnati da verifiche adeguate.
La documentazione contiene però un episodio concreto che consente di comprendere come funzionino questi meccanismi. In Basilicata, a seguito dell’accertamento di violazioni amministrative, sono state adottate tre sanzioni pecuniarie da 1.500 euro ciascuna nei confronti dei direttori generali delle aziende sanitarie di Matera e Potenza e dell’Azienda ospedaliera regionale San Carlo.
I dirigenti avevano rappresentato difficoltà legate alla carenza di personale, al reclutamento degli specialisti e al funzionamento dei sistemi CUP. Le autorità regionali hanno comunque ritenuto necessario applicare le sanzioni previste. Due provvedimenti sono stati contestati davanti al giudice di pace, mentre la terza somma è stata pagata nel maggio 2025.
Questo dettaglio impedisce di sostenere che non sia mai stata applicata alcuna misura. Dimostra, piuttosto, quanto il ricorso a tali strumenti risulti circoscritto rispetto alla dimensione nazionale del problema.
E apre una questione politica prima ancora che amministrativa: quanto può incidere una sanzione di 1.500 euro su un’organizzazione sanitaria che gestisce bilanci di milioni di euro? Non è una domanda sulla responsabilità individuale dei tre dirigenti, ma sull’effettiva capacità deterrente del sistema dei controlli.
Liste d’attesa sanitarie e disuguaglianze: il costo nascosto delle cure
Il tempo trascorso aspettando una prestazione non compare nei bilanci pubblici. Produce tuttavia conseguenze economiche e sociali che ricadono direttamente sulle famiglie.
Chi può permetterselo cerca spesso una soluzione a pagamento. Chi non dispone delle stesse risorse è costretto a insistere con le prenotazioni, cercare alternative oppure rinviare l’accertamento.
Le dimensioni del fenomeno emergono dalle rilevazioni ISTAT. Nel 2024 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico per difficoltà economiche, problemi di accessibilità o tempi eccessivamente lunghi.
Le attese rappresentavano la motivazione più frequente, segnalata dal 6,8% degli italiani. Nel 2019 quella percentuale era del 2,8%. La crescita descrive un disagio che non può essere spiegato esclusivamente attraverso gli effetti della pandemia.
Anche il ricorso alle prestazioni interamente pagate dai cittadini costituisce un indicatore significativo: nel 2024 il 23,9% delle persone aveva sostenuto senza rimborsi il costo dell’ultima prestazione specialistica, contro il 19,9% dell’anno precedente.
Non ogni visita privata è conseguenza di un disservizio pubblico. I dati mostrano però quanto la possibilità di sostenere una spesa aggiuntiva possa incidere sulle opzioni concretamente disponibili.
È qui che la questione assume una dimensione più ampia. Quando l’accesso tempestivo alla sanità dipende dalla capacità di pagare, il tempo diventa una forma indiretta di disuguaglianza. Non tutti affrontano la stessa attesa con le medesime conseguenze, soprattutto quando occorre conciliare un problema di salute con un lavoro precario o con la cura di un familiare.
Il diritto spesso dimenticato: chiedere un percorso alternativo
Esiste un aspetto che molti pazienti non conoscono. Le regole introdotte per governare le liste d’attesa prevedono strumenti di tutela quando il servizio pubblico non è in grado di garantire una prestazione nei tempi stabiliti dalla priorità clinica.
Il Ministero della Salute chiarisce che, nei casi previsti dalla normativa, la prestazione deve essere assicurata attraverso l’attività intramuraria oppure il privato accreditato, con il pagamento del solo ticket, se dovuto.
In concreto, chi riceve una data incompatibile con i termini della prescrizione può rivolgersi alla propria azienda sanitaria per chiedere l’attivazione del percorso di garanzia, secondo le procedure regionali applicabili. È opportuno conservare la ricetta, gli estremi del tentativo di prenotazione e le informazioni ricevute dal CUP.
Ciò non equivale a un’autorizzazione automatica a effettuare qualunque visita privata e richiederne successivamente il rimborso. Occorre seguire le procedure previste e verificare che la prestazione rientri nelle condizioni di tutela.
Questa distinzione è importante perché trasforma una promessa normativa in un’informazione concretamente utilizzabile. Se il cittadino non conosce i propri diritti, anche uno strumento legislativo potenzialmente efficace rischia di rimanere inutilizzato.
Più medici, dati trasparenti e una sanità capace di programmare
La Corte dei conti individua nella carenza di personale uno dei principali ostacoli all’aumento stabile dell’offerta sanitaria. Un problema che non si risolve semplicemente prolungando gli orari degli ambulatori o chiedendo ulteriori prestazioni a professionisti già sottoposti a carichi di lavoro elevati.
Occorrono assunzioni, capacità di attrarre specialisti e una migliore distribuzione delle competenze. Ma serve anche una rete territoriale capace di accompagnare i pazienti, evitando che ogni necessità assistenziale finisca per gravare sull’ospedale.
In questo quadro assumono rilievo le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e gli altri interventi previsti dal PNRR. Il loro contributo dipenderà, però, dall’effettiva attivazione dei servizi e dalla presenza di personale, non dalla sola realizzazione delle strutture.
Un’altra strada riguarda la gestione delle prenotazioni. Cittadinanzattiva ha segnalato alcune esperienze regionali interessanti, tra cui un sistema sperimentato in Piemonte per riassegnare automaticamente gli appuntamenti rimasti inutilizzati e interventi organizzativi della Toscana rivolti a migliorare l’appropriatezza delle richieste dermatologiche.
Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028 punta inoltre ad ampliare il monitoraggio. Nelle osservazioni trasmesse dal Ministero alla magistratura contabile viene indicato il passaggio da 55 a 114 codici relativi a prime visite e prestazioni diagnostiche da rilevare attraverso la piattaforma nazionale.
Si tratta di sviluppi potenzialmente significativi. Ma l’integrazione delle informazioni deve arrivare fino alle singole aziende sanitarie, comprendendo le prestazioni del pubblico, del privato convenzionato e della libera professione intramuraria.
La vera trasparenza non consiste nel pubblicare un numero nazionale rassicurante, ma nel permettere di capire dove una prestazione è disponibile, quanto bisogna attendere e perché altrove lo stesso servizio non viene garantito.
La sanità non si misura soltanto contando le visite
Il problema delle attese mette a confronto due modi diversi di valutare l’efficienza dello Stato. Il primo misura quanti soldi vengono stanziati, quante attività vengono programmate e quante prestazioni risultano erogate. Il secondo parte dalla persona che ha bisogno di un accertamento e verifica se riesce davvero a ottenerlo quando è clinicamente necessario.
Entrambe le prospettive servono, ma soltanto la seconda consente di comprendere pienamente il risultato delle politiche sanitarie.
L’incremento delle visite registrato nel 2026 è una buona notizia. I rilievi della Corte dei conti, tuttavia, ricordano che un miglioramento statistico non coincide automaticamente con una soluzione definitiva. La riduzione dei tempi deve essere verificabile, uniforme e sostenibile, senza dipendere continuamente da interventi straordinari.
La sfida riguarda il Governo, le Regioni e le direzioni delle aziende sanitarie, ciascuno per le proprie competenze. Riguarda anche la capacità di rendere pubblici dati comprensibili, individuare tempestivamente i problemi e intervenire prima che si trasformino in nuove rinunce alle prestazioni.
Perché il vero indicatore del funzionamento della sanità non è quanto rapidamente si riesca ad approvare un finanziamento. È quanto tempo trascorre tra il momento in cui un medico prescrive una visita e quello in cui il paziente riesce a effettuarla.
Fino a quando questa distanza resterà troppo ampia, l’Italia continuerà ad avere una sanità che promette universalità, ma nella quale il diritto alle cure rischia di viaggiare a velocità diverse.