L’Internazionale nazionalista è una formula irresistibile per un titolo di giornale. Ha dentro una contraddizione, evoca una rete mondiale, suggerisce strategie coordinate e soprattutto offre una spiegazione semplice a fenomeni politici che semplici non sono affatto. Il problema comincia quando una definizione efficace sul piano mediatico viene scambiata per una categoria capace di descrivere la realtà.
Le ultime settimane sembrerebbero offrire materiale abbondante ai sostenitori della teoria. In Germania l’AfD ha conquistato risultati che fino a pochi anni fa sarebbero apparsi impensabili. In Brasile Flávio Bolsonaro è arrivato davanti a Lula nel primo turno delle presidenziali. In Spagna l’annuncio delle elezioni anticipate del 29 novembre è stato accolto da Vox come l’occasione finalmente arrivata per tentare di rovesciare gli equilibri politici del Paese.
Da Budapest a Buenos Aires, da Madrid a Berlino, ogni successo viene salutato immediatamente dai simpatizzanti stranieri come la prova che qualcosa di planetario stia avanzando. Eppure proprio osservando più attentamente questi episodi emerge una conclusione assai meno spettacolare: esiste certamente una rete internazionale della destra radicale, ma questo non significa affatto che esista una vera Internazionale nazionalista.
La distinzione non è semantica. È politica.
Una vittoria in Germania non è una vittoria mondiale
Il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha avuto una potenza simbolica enorme. Con il 43,8 per cento dei voti, il partito ha distanziato nettamente la CDU e ha prodotto un terremoto nel sistema politico tedesco. Poche settimane dopo è arrivato primo anche nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, mentre a Berlino il quadro è stato molto diverso.
Già questo dovrebbe indurre una certa prudenza nell’utilizzare espressioni come ondata europea, effetto domino o rivoluzione sovranista. Le elezioni non si svolgono in una gigantesca circoscrizione occidentale. Si tengono in territori differenti, con economie, sistemi elettorali, fratture sociali e memorie politiche differenti.
Il consenso dell’AfD nell’est della Germania non può essere semplicemente sovrapposto a quello di Vox in Spagna, del Rassemblement National in Francia, di Fidesz in Ungheria o del bolsonarismo brasiliano. Possono esistere parole d’ordine comuni. Possono circolare gli stessi video, gli stessi bersagli polemici e perfino gli stessi consulenti. Ma dietro la superficie comunicativa operano società profondamente diverse.
E questa è la prima crepa nella teoria dell’Internazionale nazionalista: confondere la sincronizzazione della propaganda con l’unificazione della politica.
Il grande coro social: alleanza politica o mutuo soccorso comunicativo?
Quando una formazione della destra radicale ottiene un risultato importante, il rituale è ormai prevedibile. Arrivano congratulazioni da altri Paesi, fotografie condivise, riferimenti alla “libertà”, ai “patrioti”, alla “sovranità”, alla riscossa dei popoli contro le élite. Ogni elezione nazionale viene raccontata come una battaglia locale di una guerra mondiale.
Non si tratta di un fenomeno immaginario. Le relazioni esistono. Partiti, fondazioni, movimenti, influencer e organizzazioni conservatrici partecipano agli stessi eventi, si osservano reciprocamente, copiano formule efficaci e costruiscono campagne intorno a un vocabolario comune.
Gli studiosi che analizzano queste reti hanno mostrato da tempo come la destra radicale sia perfettamente capace di agire in maniera transnazionale. Internet ha reso il processo ancora più rapido. Un tema testato con successo in un Paese può essere importato quasi immediatamente altrove: immigrazione, sicurezza, identità nazionale, critica delle istituzioni sovranazionali, opposizione al cosiddetto “globalismo”, ostilità verso parti dell’establishment culturale.
Ma una rete non è necessariamente un’Internazionale.
Un’Internazionale, nel significato politico forte del termine, presuppone qualcosa di più: una visione relativamente condivisa dei rapporti internazionali, obiettivi comuni, capacità di subordinare almeno in parte l’interesse particolare a una strategia collettiva. È proprio qui che l’edificio comincia a traballare.
L’Internazionale nazionalista si divide già nel Parlamento europeo
Basta guardare il luogo nel quale questa presunta famiglia dovrebbe avere maggiori possibilità di organizzarsi: il Parlamento europeo.
La galassia politica collocata alla destra del tradizionale centrodestra europeo non forma affatto un unico blocco. È distribuita fra Patriots for Europe, Conservatori e Riformisti europei ed Europe of Sovereign Nations. Vox e Fidesz siedono nei Patriots. Fratelli d’Italia appartiene all’ECR. AfD si trova invece nell’ESN.
Se esistesse davvero un’unica Internazionale politica, la prima domanda sarebbe inevitabile: perché i suoi presunti componenti non riescono neppure a stare tutti nello stesso gruppo parlamentare?
La risposta è piuttosto semplice. Condividere un avversario non significa condividere una strategia. Le differenze sulla Russia e sull’Ucraina sono un esempio evidente. Una parte della destra conservatrice europea mantiene posizioni fortemente atlantiste e favorevoli al sostegno di Kiev; altre formazioni manifestano atteggiamenti molto più concilianti verso Mosca o chiedono un drastico ridimensionamento dell’impegno europeo.
Non è un dettaglio. La politica estera è precisamente il terreno sul quale si misura l’esistenza di interessi comuni fra Stati. E quando si passa dalle dichiarazioni identitarie alle decisioni concrete, il presunto fronte compatto si frammenta.
Sovranisti di tutti i Paesi, unitevi. Ma a vantaggio di quale Paese?
Il paradosso fondamentale è quasi elementare. Se l’ideologia afferma che l’interesse nazionale deve prevalere su qualsiasi vincolo esterno, cosa accade quando due interessi nazionali entrano in conflitto?
Chi deve cedere?
Immaginiamo due governi entrambi radicalmente sovranisti. Uno vuole proteggere la propria industria con barriere commerciali; l’altro vive delle esportazioni verso quel mercato. Uno pretende che i migranti rimangano nei Paesi di primo ingresso; l’altro, trovandosi sulla frontiera esterna, chiede una redistribuzione. Uno vuole maggiori fondi europei per la propria agricoltura; l’altro desidera ridurre i trasferimenti finanziari verso l’estero.
Non esiste slogan identitario capace di cancellare queste divergenze.
È la ragione per cui il nazionalismo può costruire con sorprendente efficacia alleanze contro qualcuno, mentre incontra difficoltà molto maggiori quando deve definire stabilmente qualcosa per tutti.
L’avversario condiviso può essere Bruxelles, la sinistra, l’immigrazione irregolare, il liberalismo culturale o una non meglio identificata élite globalista. Ma una volta ottenuto il potere resta la domanda decisiva: quale interesse nazionale viene prima?
La risposta, per definizione, non può essere “quello dell’alleanza”.
Il caso Bolsonaro dimostra la forza del marchio, non l’esistenza di un comando globale
Il Brasile offre un altro laboratorio interessante. Flávio Bolsonaro ha concluso il primo turno davanti a Lula con poco più del 47 per cento dei voti validi. Non ha conquistato la presidenza, ma il risultato ha confermato qualcosa di politicamente rilevante: il bolsonarismo è sopravvissuto politicamente a Jair Bolsonaro e ha trovato una nuova figura intorno alla quale organizzarsi.
Anche qui il circuito internazionale si è immediatamente attivato. Javier Milei aveva già manifestato apertamente la propria simpatia per Flávio Bolsonaro. La convergenza ideologica appare evidente su numerosi argomenti: anticomunismo, liberalizzazione economica, critica della sinistra latinoamericana, centralità della sicurezza e forte investimento sulla comunicazione polarizzante.
Ma Brasile e Argentina non smettono per questo di essere Brasile e Argentina.
Sono grandi economie regionali con interessi industriali, agricoli, commerciali e diplomatici propri. Un eventuale rapporto personale eccellente fra due presidenti può facilitare accordi; non elimina le competizioni strutturali fra i rispettivi sistemi economici.
Il nazionalismo argentino continua a mettere l’Argentina al primo posto. Quello brasiliano continua a mettere il Brasile al primo posto. È precisamente ciò che promettono ai propri elettori.
Chiamare tutto questo “Internazionale” rischia quindi di trasformare una rete di simpatie, collaborazioni e convenienze in qualcosa che possiede una consistenza organizzativa molto maggiore di quella reale.
Spagna: il giubilo di Vox non dimostra nessun effetto domino
La convocazione delle elezioni anticipate spagnole ha offerto nelle ultime ore un altro esempio quasi perfetto. Santiago Abascal ha salutato il ritorno alle urne come un’eccellente notizia e Vox arriva all’appuntamento elettorale in una fase favorevole.
La tentazione è immediata: dopo l’AfD in Germania e Bolsonaro in Brasile, toccherà alla Spagna. Tre punti su una mappa diventano una freccia. Tre vicende politiche indipendenti diventano una marcia coordinata.
Ma il governo Sánchez è arrivato alle elezioni anticipate dopo una crisi politica specificamente spagnola: difficoltà parlamentari, scontro sulle misure per la casa, tensioni nella maggioranza e una serie di controversie interne. Ridurre tutto a un tassello del presunto avanzamento planetario dell’estrema destra significa eliminare dal racconto proprio le cause che permettono di capire perché gli elettori cambino orientamento.
Ed è un errore metodologico prima ancora che politico.
Le destre radicali europee crescono spesso perché intercettano problemi reali che i partiti tradizionali non riescono a governare o neppure a rappresentare efficacemente. Trasformare ogni loro successo nella prova dell’esistenza di una cabina di regia mondiale finisce paradossalmente per assolvere le classi dirigenti nazionali dalle proprie responsabilità.
Il vero collante non è un progetto comune, ma un nemico comune
Qui probabilmente si trova la chiave più utile per comprendere il fenomeno.
La cooperazione internazionale della destra radicale funziona soprattutto attraverso la costruzione di avversari condivisi. Il “globalista”, il burocrate, l’élite, il progressista cosmopolita diventano figure traducibili da una lingua politica all’altra. Permettono a movimenti nazionalisti differenti di riconoscersi senza dover risolvere le contraddizioni esistenti fra i rispettivi interessi.
È un meccanismo politicamente potente. Consente di organizzare conferenze, campagne, alleanze elettorali, finanziamenti, reti mediatiche e forme di mutua legittimazione. Consente soprattutto a un partito ancora marginale nel proprio Paese di presentarsi come componente di qualcosa di molto più grande.
Ma il meccanismo contiene anche il proprio limite.
Quando il nemico comune non basta più e bisogna decidere chi paga, chi riceve, chi esporta, chi accoglie, chi combatte, chi impone dazi, chi finanzia una guerra o chi rinuncia a una quota di sovranità, ritorna sulla scena ciò che il racconto dell’Internazionale tende a nascondere: l’interesse nazionale.
Una rete globale del nazionalismo esiste. L’Internazionale, molto meno
Liquidare tutto come semplice contraddizione sarebbe comunque un errore. Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che queste formazioni siano isolate fra loro. Non lo sono.
Esiste una infrastruttura transnazionale della destra radicale. Esistono contatti, eventi, fondazioni, endorsement, influencer, circuiti informativi, strategie di comunicazione imitate da un Paese all’altro. Esiste perfino un processo di apprendimento reciproco: ciò che funziona in una campagna viene studiato e adattato altrove.
Quello che non esiste, almeno finora, è qualcosa di paragonabile a un soggetto politico sovranazionale dotato di un vero interesse collettivo capace di prevalere sugli interessi dei singoli Stati.
La differenza è enorme.
Definire ogni vittoria elettorale della destra radicale come un successo dell’Internazionale nazionalista produce forse ottimi titoli, ma pessima analisi. AfD vuole prima di tutto cambiare la Germania. Vox vuole cambiare la Spagna. Il bolsonarismo vuole governare il Brasile. Milei governa in funzione dell’Argentina. Fidesz costruisce la propria strategia intorno agli interessi definiti dal governo ungherese.
Possono applaudire insieme. Possono incontrarsi. Possono sostenersi. Possono perfino avere gli stessi avversari.
Ma quando due nazionalismi devono scegliere fra l’interesse dell’altro e il proprio, sappiamo già quale dei due vincerà.
Forse è arrivato il momento di chiamare il fenomeno con un nome meno suggestivo e più preciso. Non un’Internazionale nel senso tradizionale del termine, ma un mercato globale del nazionalismo: idee, paure, linguaggi e tecniche politiche viaggiano liberamente oltre le frontiere mentre ciascun partecipante continua a promettere che, una volta conquistato il potere, proprio quelle frontiere torneranno a contare più di tutto.
È questa la vera contraddizione. E probabilmente anche la ragione per cui l’Internazionale nazionalista può apparire potentissima quando celebra una vittoria, ma molto meno compatta nel momento in cui dovrebbe decidere che cosa fare del potere conquistato.