C’è un dato che, più di tanti slogan politici, racconta bene lo stato attuale del progetto del Ponte sullo Stretto: mentre l’opera resta ancora lontana dalla realizzazione concreta, la struttura che dovrebbe gestirla brucia già milioni di euro ogni anno soltanto per mantenersi in funzione.
Non si parla di cantieri aperti, traffico alleggerito o sviluppo economico misurabile. Si parla, almeno per adesso, di stipendi, governance, incarichi e costi amministrativi. Numeri che emergono direttamente dalla documentazione pubblicata dalla stessa società pubblica incaricata della gestione dell’infrastruttura, la Stretto di Messina Spa.
Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025, la sola dirigenza della società assorbe oltre 4,1 milioni di euro l’anno. Una cifra che cresce ulteriormente se si includono amministratore delegato, consiglio di amministrazione, collegio sindacale e organismo di vigilanza. Il totale supera infatti i 4,6 milioni di euro annui.
Tradotto in termini quotidiani: più di 12 mila euro al giorno.
Una struttura già pesante prima ancora dell’opera
La vera questione non è soltanto la dimensione dei compensi. Il nodo riguarda soprattutto il rapporto tra costi e risultati concreti.
A oggi, infatti, il Ponte sullo Stretto rimane ancora un progetto in fase preparatoria, circondato da dibattiti tecnici, polemiche ambientali, interrogativi economici e tensioni politiche. Eppure la macchina organizzativa che ruota attorno all’opera ha già raggiunto dimensioni significative.
La società conta 21 dirigenti, ai quali vengono destinati complessivamente 4.153.592 euro all’anno. Una media superiore ai 197 mila euro pro capite, anche se alcuni stipendi superano abbondantemente questa soglia.
Tra i compensi più elevati figura quello di Andrea Parrella, che supera i 357 mila euro annui. Seguono Francesco Parlato con oltre 319 mila euro ed Eugenio Fedeli con circa 269 mila euro.
Particolarmente rilevante è anche la posizione di Valerio Mele, direttore tecnico della società, che riceve oltre 265 mila euro dalla Stretto di Messina Spa. Ma non solo. Essendo dirigente distaccato da ANAS, Mele percepisce anche ulteriori compensi legati ad incarichi pubblici, per circa 166 mila euro. Nel complesso, il totale personale supera così i 430 mila euro annui.
Restano sopra quota 200 mila euro anche Edgardo Greco e Giorgio Zavadini, mentre diversi altri dirigenti si collocano nella fascia tra 150 mila e 200 mila euro.
Il ritorno della società dopo la liquidazione
La storia della Stretto di Messina Spa è emblematica delle oscillazioni politiche che da decenni accompagnano il progetto del Ponte.
La società nacque nel 1981 con l’obiettivo di progettare e realizzare il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. Per anni è rimasta al centro del dibattito pubblico italiano, alternando accelerazioni e stop continui.
Nel 2013 arrivò la liquidazione, con il progetto praticamente congelato. Poi, nel 2023, il governo guidato da Giorgia Meloni decise di riattivarla, rilanciando ufficialmente l’opera.
Da quel momento il Ponte è tornato a occupare stabilmente il centro della scena politica nazionale, diventando uno dei simboli più fortemente sostenuti dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
Il grande interrogativo: investimento strategico o gigantesco costo preventivo?
I sostenitori del progetto parlano di una svolta storica per il Sud Italia. Secondo questa visione, il Ponte potrebbe rappresentare un acceleratore economico, logistico e occupazionale capace di modificare gli equilibri infrastrutturali del Paese.
I critici, invece, osservano un’altra fotografia: quella di un’opera dai costi enormi, dai tempi incerti e dai benefici ancora difficili da quantificare in modo concreto.
Ed è proprio in questo contesto che i compensi della governance diventano un tema politicamente sensibile.
Perché nell’immaginario collettivo il Ponte continua a esistere soprattutto come promessa futura. Nel frattempo, però, la struttura amministrativa è già pienamente operativa e assorbe risorse pubbliche considerevoli.
È qui che nasce la domanda più scomoda: quanto può sostenersi economicamente un progetto che genera spese milionarie ancora prima di produrre effetti tangibili?
Il peso simbolico del Ponte nell’Italia delle opere infinite
Il Ponte sullo Stretto non è soltanto un’infrastruttura. È diventato negli anni una sorta di simbolo nazionale.
Per alcuni rappresenta il coraggio di realizzare finalmente una grande opera rimasta bloccata troppo a lungo. Per altri è invece l’ennesimo esempio italiano di progetto gigantesco sospeso tra annunci, costi crescenti e risultati rinviati.
Il tema tocca inevitabilmente anche il rapporto tra politica e spesa pubblica. In una fase storica in cui famiglie e imprese affrontano inflazione, pressione fiscale elevata e servizi pubblici spesso in difficoltà, i numeri legati alla governance del Ponte finiscono inevitabilmente sotto la lente.
Anche perché il dibattito non riguarda soltanto gli stipendi in sé. Il punto è il timing.
Molti cittadini faticano infatti a comprendere come un’opera ancora lontana dalla realizzazione possa già sostenere una struttura manageriale tanto ampia e costosa.
Una discussione destinata a crescere
Con il procedere dell’iter autorizzativo e l’avvicinarsi delle prossime fasi operative, è probabile che il confronto pubblico diventi ancora più acceso.
Da una parte ci sarà chi continuerà a difendere il progetto come investimento strategico per il futuro del Mezzogiorno. Dall’altra aumenteranno probabilmente le critiche di chi vede nel Ponte il rischio di un enorme contenitore di spesa pubblica dai ritorni incerti.
Per ora una certezza esiste già: prima ancora di collegare Sicilia e Calabria, il progetto ha già collegato milioni di euro alle strutture che lo governano.
E mentre il dibattito politico continua, il contatore dei costi amministrativi resta acceso. Ogni giorno.
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