Il carcere di Gorgona: un modello che funziona ma che sembra “ignorato”

Il carcere di Gorgona: un modello che funziona ma che sembra “ignorato”

Il carcere di Gorgona racconta una storia che riguarda molto meno i detenuti di quanto possa sembrare. Riguarda soprattutto noi. La sicurezza che chiediamo allo Stato, il denaro che spendiamo per ottenerla e una domanda che nel dibattito pubblico compare sorprendentemente poco: cosa dovrebbe accadere durante gli anni trascorsi da una persona dietro le sbarre perché, una volta tornata libera, abbia meno probabilità di commettere un nuovo reato?

La questione torna prepotentemente alla ribalta grazie a un’inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera, firmata da Milena Gabanelli e Andrea Priante, dedicata alla casa di reclusione dell’isola di Gorgona. Un luogo anomalo nel panorama penitenziario italiano, dove il lavoro non rappresenta l’eccezione ma la normalità e dove, secondo i dati richiamati dal quotidiano, uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa stima la recidiva intorno al 30%.

Il dato acquista significato soltanto se confrontato con il resto del sistema. Le stime utilizzate dal CNEL nell’ambito del programma Recidiva Zero collocano infatti la recidiva generale attorno al 70%. Non si tratta di numeri perfettamente sovrapponibili dal punto di vista metodologico e sarebbe scorretto trasformarli in una prova matematica di causalità. Tuttavia indicano una direzione che merita attenzione: quando detenzione, formazione e lavoro riescono a convivere, il ritorno alla criminalità tende a diminuire.

Carcere di Gorgona: la sicurezza comincia prima della scarcerazione

Quando una persona viene condannata, l’attenzione collettiva si concentra normalmente sulla durata della pena. Cinque anni, dieci anni, vent’anni. È comprensibile. La sanzione serve anche a rendere evidente che una determinata condotta ha prodotto conseguenze.

Il problema nasce quando tutto il ragionamento termina lì.

Perché, salvo i casi di ergastolo senza possibilità di uscita, prima o poi quasi tutti i detenuti tornano nella società. Da quel momento il carcere smette di essere un luogo lontano e torna improvvisamente a riguardare chi vive fuori. Una persona che esce senza qualifiche professionali, senza risparmi, senza relazioni sociali solide e dopo anni trascorsi prevalentemente nell’inattività presenta prospettive molto diverse da chi ha imparato un mestiere, ha lavorato e ha ricostruito un minimo di autonomia.

È qui che la rieducazione prevista dall’articolo 27 della Costituzione smette di essere un’affermazione astratta e diventa una questione concreta di politica della sicurezza.

Il CNEL continua a insistere proprio su questo punto. Nel luglio 2026, insieme all’Autorità nazionale anticorruzione, ha rilanciato iniziative per favorire l’inserimento di detenuti ed ex detenuti nelle attività lavorative collegate anche agli appalti pubblici. Nell’ambito del programma Recidiva Zero, il Consiglio ha più volte evidenziato una relazione molto forte fra occupazione e minore reiterazione dei reati.

Le stime diffuse dal CNEL arrivano a indicare una recidiva fino al 2% tra alcune categorie di detenuti inseriti in percorsi lavorativi, contro valori vicini al 70% nella popolazione carceraria generale. È necessario leggere queste percentuali con prudenza: chi riesce ad accedere a un lavoro può avere caratteristiche personali, giudiziarie e sociali differenti rispetto a chi ne rimane escluso. Ma anche eliminando ogni semplificazione, resta difficile ignorare il segnale.

Tenere occupata una persona non equivale automaticamente a rieducarla. Darle competenze spendibili quando uscirà, invece, cambia materialmente le sue possibilità.

Il paradosso italiano: chiediamo sicurezza ma produciamo inattività

Il punto debole del sistema penitenziario italiano emerge proprio nel confronto con Gorgona. Secondo il rapporto elaborato dal Censis per il CNEL, soltanto una parte dei detenuti svolge un’attività lavorativa. E tra coloro che risultano occupati, la grande maggioranza lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in servizi interni all’istituto.

La formazione professionale riguarda una quota ancora più ridotta della popolazione reclusa.

Questo significa che per molti la detenzione continua a coincidere soprattutto con tempo vuoto. E il tempo, in carcere, non è un elemento neutrale. Può diventare istruzione, professionalizzazione, terapia, responsabilità. Oppure può trasformarsi semplicemente in attesa.

Il quadro è aggravato dal sovraffollamento. Alla fine del 2025 Antigone indicava circa 63.868 persone detenute a fronte di una capienza effettivamente disponibile di poco superiore a 46 mila posti, con un indice nazionale di affollamento del 138,5%. In decine di istituti si superava il 150%.

Questi numeri spiegano perché parlare soltanto di nuove strutture rischi di affrontare una parte del problema lasciandone intatta un’altra. La quantità dei posti conta, ma conta anche ciò che avviene dentro quei posti.

Una cella nuova nella quale una persona trascorre anni senza acquisire competenze può essere certamente più dignitosa di una cella fatiscente. Ma rimane insufficiente rispetto alla funzione che l’ordinamento attribuisce alla pena.

Ed è qui che compare un paradosso raramente espresso in questi termini: un sistema penitenziario incapace di ridurre la recidiva può trasformarsi esso stesso in un problema di sicurezza futura. Non per una questione ideologica, ma per una banale concatenazione di effetti. Se chi esce torna frequentemente a commettere reati, avremo nuove vittime, nuovi procedimenti giudiziari, nuovi costi investigativi e altre persone nuovamente detenute.

A Gorgona il lavoro cambia perfino il significato della giornata

Il modello Gorgona parte da un’organizzazione quasi opposta. La giornata non ruota soltanto intorno alla cella. I detenuti lavorano, seguono attività formative, coltivano, effettuano manutenzioni e partecipano alla gestione di alcune attività dell’isola.

Ci sono occupazioni agricole, servizi interni e collaborazioni con imprese private. La retribuzione viene regolata secondo le norme del lavoro penitenziario e una parte delle somme può essere accantonata per il momento della liberazione.

Il valore di questo sistema non risiede soltanto nello stipendio.

Un contratto modifica qualcosa di più profondo: obbliga al rispetto di orari, mansioni, responsabilità e rapporti professionali. Restituisce al tempo una struttura e consente di arrivare alla fine della pena con una competenza concreta anziché con un vuoto nel curriculum lungo diversi anni.

Il Corriere della Sera racconta, per esempio, la storia di un detenuto che in un precedente istituto trascorreva gran parte delle giornate sul letto e che a Gorgona ha imparato il mestiere di elettricista. È un dettaglio apparentemente piccolo, ma chiarisce meglio di molte statistiche la differenza fra custodire una persona e prepararla al ritorno nella società.

Nemmeno Gorgona, naturalmente, è un laboratorio perfettamente replicabile. È un’isola, ha dimensioni limitate, ospita una popolazione selezionata e possiede caratteristiche logistiche difficilmente trasferibili in un grande carcere urbano.

Proprio per questo sarebbe sbagliato sostenere che basti riprodurre meccanicamente quel modello in ogni istituto italiano. La lezione interessante è un’altra: non bisogna necessariamente copiare Gorgona; bisogna capire quali elementi di Gorgona possono funzionare altrove.

Lavoro vero. Formazione. Responsabilizzazione. Rapporti con imprese esterne. Preparazione dell’uscita. Una giornata che abbia uno scopo.

Il rischio è trasformare Gorgona nel carcere dal quale voleva distinguersi

Ed è qui che la vicenda assume un carattere quasi simbolico.

Il carcere di Gorgona dispone ufficialmente di 89 posti regolamentari. I dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 15 settembre 2026 indicano però 113 persone detenute. Un anno prima erano sensibilmente meno.

La specificità dell’istituto comincia quindi a confrontarsi con lo stesso problema che affligge buona parte delle prigioni italiane: l’aumento delle presenze.

La conseguenza non è soltanto logistica. Se cresce il numero dei detenuti senza aumentare proporzionalmente posti di lavoro, personale e opportunità formative, la caratteristica che rendeva efficace il modello rischia progressivamente di diluirsi.

Secondo quanto ricostruito dal Corriere, l’incremento delle presenze avrebbe già comportato una riduzione delle ore lavorate. Anche alcune attività produttive sono state progressivamente chiuse. Nel frattempo pesano problemi infrastrutturali e carenze di organico.

Il Comune di Livorno è intervenuto sulla questione nel giugno 2026. Il Consiglio comunale ha approvato un atto per chiedere attenzione alla situazione della casa di reclusione e per preservare l’efficacia dei percorsi di inclusione e reinserimento. Il tema, dunque, non riguarda soltanto le condizioni materiali dei detenuti, ma la sostenibilità dell’intero esperimento.

La domanda diventa inevitabile: che senso ha individuare una pratica che produce risultati migliori e poi privarla progressivamente delle condizioni necessarie per continuare a produrli?

La vera misura di un carcere arriva quando il cancello si riapre

Esiste infine un errore prospettico che accompagna quasi sempre il dibattito sulla detenzione. Valutiamo il carcere osservandolo dall’ingresso.

Quante persone abbiamo rinchiuso? Per quanto tempo? In quali strutture?

Forse dovremmo cominciare a valutarlo anche dall’uscita.

Quante persone tornano a delinquere? Quante riescono a trovare un’occupazione? Quante escono con una qualifica che prima non possedevano? Quanto costa allo Stato una pena che non impedisce un nuovo reato rispetto a una pena che riesce a interrompere il percorso criminale?

È una prospettiva meno immediata, ma probabilmente più utile.

Perché rieducazione e sicurezza non sono necessariamente obiettivi contrapposti. Possono essere due momenti della stessa politica pubblica. La pena protegge la società durante la detenzione; il reinserimento dovrebbe continuare a proteggerla quando quella detenzione finisce.

In questo senso Gorgona non rappresenta soltanto un esperimento penitenziario. È quasi un test sulla capacità delle istituzioni di riconoscere ciò che produce risultati e di proteggerlo dall’inerzia del sistema.

Non sappiamo se il modello del carcere di Gorgona possa essere trasferito integralmente altrove. Probabilmente no. Sappiamo però che la combinazione fra lavoro, formazione e responsabilizzazione merita di essere misurata con molta più attenzione di quanto sia stato fatto finora.

E forse la domanda più interessante non è nemmeno se Gorgona sia un carcere più umano.

È se sia un carcere più utile.

Perché alla fine la questione potrebbe essere molto meno sentimentale di quanto sembri. Un detenuto che non torna a commettere reati significa una nuova vittima in meno, un nuovo procedimento penale in meno, una nuova detenzione in meno. Significa sicurezza.

E se un modello riesce davvero a ottenere questo risultato, indebolirlo non sarebbe soltanto un problema per chi si trova dietro quelle sbarre. Sarebbe un problema soprattutto per chi vive fuori.

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