Gettonisti vietati, ma gli ospedali continuano ad assumerli

Gettonisti vietati, ma gli ospedali continuano ad assumerli

Doveva essere la stretta definitiva contro il fenomeno dei cosiddetti gettonisti, i medici e gli infermieri pagati a ore tramite cooperative e società esterne agli ospedali pubblici. Invece, a distanza di mesi dall’entrata in vigore del divieto imposto dal governo, il sistema continua a sopravvivere. E non solo: in molti casi sembra essersi semplicemente trasformato, assumendo forme nuove e più difficili da tracciare.

L’obiettivo dell’esecutivo era chiaro: ridurre progressivamente il ricorso a personale sanitario esterno, considerato costoso, poco controllabile e ormai diventato il simbolo della crisi della sanità pubblica italiana. Dal 31 luglio 2025 le aziende sanitarie non avrebbero più dovuto stipulare nuovi contratti per medici e infermieri a gettone. I contratti già esistenti potevano arrivare a naturale scadenza, ma senza proroghe né rinnovi.

Sulla carta, una rivoluzione. Nella realtà, però, il meccanismo si è rivelato molto più difficile da fermare.

La sanità pubblica non riesce più a coprire i turni

Per comprendere perché il fenomeno sia ancora così diffuso bisogna partire dal problema principale: la carenza cronica di personale negli ospedali italiani.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, molti reparti si sono ritrovati con organici insufficienti. Pronto soccorso, terapie intensive e reparti d’emergenza sono stati i più colpiti. Alla base ci sono diversi fattori: pensionamenti, blocchi delle assunzioni durati anni, stipendi giudicati poco competitivi e condizioni lavorative sempre più pesanti.

A questo si aggiunge un clima spesso difficile all’interno delle strutture sanitarie. I turni massacranti, il sovraffollamento e il crescente numero di aggressioni al personale hanno reso molte specializzazioni sempre meno appetibili, soprattutto per i giovani medici.

In questo scenario i gettonisti sono diventati, per molte direzioni ospedaliere, una sorta di ancora di salvezza. Consentono di riempire rapidamente i vuoti in organico e garantire la continuità dei servizi, evitando la chiusura di reparti o la riduzione delle prestazioni.

Perché molti medici scelgono il lavoro “a gettone”

Il punto centrale è che il sistema conviene anche ai professionisti sanitari.

Chi lavora tramite cooperative o agenzie private spesso percepisce compensi sensibilmente più alti rispetto ai colleghi assunti direttamente dal Servizio sanitario nazionale. A parità di ore lavorate, le differenze economiche possono essere rilevanti.

Non solo. I gettonisti hanno generalmente una maggiore libertà nella scelta dei turni e una gestione più flessibile del lavoro. Questo ha prodotto negli anni un effetto paradossale: il modello nato per tamponare la mancanza di personale ha finito per alimentarla ulteriormente.

Molti medici, infatti, hanno lasciato il posto fisso in ospedale proprio per lavorare come professionisti “a chiamata”, attratti da retribuzioni più elevate e da una minore rigidità organizzativa.

Il costo nascosto per lo Stato

Dietro questa apparente soluzione rapida si nasconde però un prezzo molto elevato per le casse pubbliche.

La sanità paga infatti molto di più per avere personale esterno rispetto a quanto spenderebbe con assunzioni ordinarie. La rapidità di reperimento e la disponibilità immediata hanno un costo considerevole, sostenuto indirettamente dai contribuenti.

C’è poi un ulteriore problema, spesso meno visibile ma potenzialmente delicato: quello delle competenze specialistiche.

I concorsi pubblici prevedono verifiche precise su titoli, esperienza e specializzazione dei candidati. Nel sistema dei gettonisti, invece, i controlli possono risultare meno rigidi. Questo ha portato in alcuni casi a situazioni anomale, con professionisti impiegati in reparti non perfettamente coerenti con la loro formazione.

Può così capitare che uno specialista abituato a lavorare in un settore venga impiegato temporaneamente in ambiti completamente differenti, semplicemente per coprire emergenze di organico.

Le regole del governo e il tentativo di fermare il fenomeno

Negli ultimi due anni il governo ha cercato più volte di limitare il ricorso ai gettonisti.

Prima è arrivato un decreto che consentiva il loro utilizzo soltanto in casi eccezionali e urgenti. Successivamente, nell’autunno del 2024, sono state introdotte linee guida più rigide: contratti limitati nel tempo, massimo dodici mesi di durata e divieto di proroga automatica.

Infine è stato fissato il termine del 31 luglio 2025, data oltre la quale non sarebbero più stati possibili nuovi affidamenti.

A rafforzare il controllo sono intervenuti anche richiami ufficiali del Ministero della Salute e verifiche da parte dei carabinieri del Nas. Eppure, nonostante le pressioni istituzionali, il sistema non si è realmente fermato.

L’escamotage dei codici negli appalti pubblici

Un’analisi dei contratti pubblici sanitari effettuata sui dati dell’Autorità nazionale anticorruzione mostra infatti che decine di aziende sanitarie hanno continuato a ricorrere a personale esterno anche dopo l’entrata in vigore delle restrizioni.

Il meccanismo utilizzato sarebbe soprattutto uno: modificare la classificazione tecnica degli appalti.

In precedenza, i contratti per medici e infermieri gettonisti venivano identificati attraverso specifici codici europei utilizzati negli appalti pubblici, i cosiddetti codici Cpv. Esistevano codici distinti per il personale medico e per quello infermieristico.

Dopo l’introduzione delle nuove regole, molte aziende sanitarie hanno iniziato però a utilizzare un codice più generico, riferito semplicemente alla “fornitura di personale temporaneo”. In questo modo, il contratto non appare formalmente come un affidamento per gettonisti, pur continuando di fatto a svolgere la stessa funzione.

È un passaggio tecnico, ma decisivo. Perché rende molto più complicato monitorare il fenomeno e valutare la reale entità del ricorso a personale esterno.

Il calo apparente dei contratti

Osservando soltanto i dati ufficiali sembrerebbe che il fenomeno sia diminuito.

Nel 2024, prima della stretta, gli affidamenti per gettonisti avevano raggiunto cifre molto elevate, con decine di milioni di euro spesi in pochi mesi. Nel 2025 i numeri risultano effettivamente inferiori.

Ma il punto è proprio questo: la riduzione potrebbe essere soltanto apparente.

Secondo diverse analisi, parte dei contratti sarebbe semplicemente “scomparsa” dalle statistiche dedicate grazie all’utilizzo delle nuove classificazioni generiche. I gettonisti, quindi, continuerebbero a esserci, ma sotto un’altra etichetta amministrativa.

Il vero nodo resta la crisi del Servizio sanitario nazionale

La vicenda dei gettonisti racconta soprattutto un problema più profondo: la crescente difficoltà del Servizio sanitario nazionale nel trattenere personale.

Finché gli ospedali continueranno ad avere organici insufficienti, il rischio è che qualsiasi divieto rimanga soltanto formale. Le aziende sanitarie devono infatti garantire l’apertura dei reparti e l’assistenza ai pazienti, anche quando mancano medici e infermieri.

Per questo motivo molti osservatori ritengono che il problema non possa essere risolto soltanto con divieti e controlli. Servirebbero invece interventi strutturali: stipendi più competitivi, condizioni di lavoro migliori, maggiore sicurezza nei reparti e una programmazione più efficace delle assunzioni.

Altrimenti il sistema continuerà semplicemente a cambiare nome, senza mai scomparire davvero.

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