Strage di Ustica, svolta dalla Francia: arrivano documenti e collaborazione

Strage di Ustica, svolta dalla Francia: arrivano documenti e collaborazione

Francia e Ustica, dopo quarantasei anni il rapporto tra queste due parole potrebbe entrare in una fase completamente diversa. Parigi ha manifestato la disponibilità a trasmettere all’Italia documentazione relativa alla tragedia del DC-9 Itavia precipitato il 27 giugno 1980, nella quale morirono 81 persone.

Non significa che il mistero sia risolto, né che dagli archivi francesi uscirà necessariamente la prova capace di chiudere uno dei casi più controversi della storia repubblicana. Significa però qualcosa di molto concreto: una porta rimasta per decenni difficilissima da attraversare potrebbe finalmente aprirsi.

Ed è probabilmente questo il punto più importante della vicenda. Dopo decenni di testimonianze, perizie, processi, rogatorie, ricostruzioni militari e scontri sulle diverse ipotesi, il dossier Ustica potrebbe tornare a muoversi non grazie a una nuova teoria, ma attraverso materiale documentale potenzialmente verificabile. Una differenza tutt’altro che secondaria.

Francia Ustica, cosa cambia con l’apertura di Parigi

La novità nasce da una nota inviata il 21 settembre dall’ambasciata francese alla Farnesina. Le autorità di Parigi hanno comunicato la disponibilità a trasferire in Italia la documentazione relativa al caso e ad esaminare eventuali ulteriori richieste provenienti dall’autorità giudiziaria italiana.

Il materiale dovrebbe comprendere anche atti del ministero della Difesa francese e riguardare un arco temporale che parte dagli anni immediatamente successivi alla tragedia e arriva fino ai primi anni Novanta. Alcuni documenti potrebbero essere collegati alle rogatorie formulate in passato dai magistrati italiani.

La nota ha seguito un percorso istituzionale preciso: dalla Farnesina è arrivata alla Presidenza del Consiglio, quindi al ministero della Giustizia e infine alla Procura di Roma. Proprio questo passaggio ha modificato lo scenario giudiziario alla vigilia dell’udienza davanti al gip.

La Procura, che nel marzo 2025 aveva chiesto l’archiviazione, è infatti orientata a ritirare quella richiesta per poter continuare gli accertamenti. Una conseguenza significativa, perché restituisce spazio investigativo a due procedimenti contro ignoti: quello aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e quello avviato nel 2022 in seguito a un esposto dell’Associazione per la verità su Ustica.

La domanda decisiva non è quanti documenti arriveranno

È facile immaginare enormi archivi finalmente spalancati. Più difficile, e probabilmente più utile, è chiedersi che cosa contengano realmente quelle carte.

La quantità, in un’inchiesta come questa, conta relativamente. Un archivio di migliaia di pagine può non modificare nulla; pochi documenti tecnici, invece, potrebbero assumere un peso enorme se permettessero di ricostruire movimenti di velivoli militari, tracciati radar, comunicazioni operative, ordini o attività delle forze francesi nel Mediterraneo nella notte del 27 giugno 1980.

Qui si trova la vera posta in gioco dell’apertura della Francia su Ustica. Per quasi mezzo secolo il caso è stato alimentato anche dall’impossibilità di ricostruire in maniera completa ciò che accadeva intorno al volo civile Bologna-Palermo. La disponibilità francese potrebbe consentire di confrontare nuove informazioni con una massa enorme di elementi già raccolti dalla magistratura italiana.

Ma occorre mantenere distinti due piani. L’esistenza di nuovi documenti non equivale alla dimostrazione di una responsabilità francese. Le carte dovranno essere acquisite, analizzate e confrontate. Solo allora sarà possibile capire se contengano informazioni realmente nuove oppure dati già conosciuti sotto altre forme.

Ustica e lo scenario militare che attraversa quarantasei anni di indagini

La vicenda giudiziaria di Ustica è talmente lunga da avere attraversato generazioni di magistrati, governi e vertici militari. Uno dei passaggi fondamentali arrivò nel 1999 con la sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, al termine di una vastissima istruttoria.

Quella ricostruzione collocava la tragedia all’interno di uno scenario militare nei cieli italiani. Negli anni successivi, tuttavia, la questione della dinamica esatta e soprattutto dell’identità degli eventuali responsabili è rimasta aperta. Missile, manovre di intercettazione, presenza di altri velivoli e attività militari sono diventati elementi di un mosaico sul quale non è stata raggiunta una verità giudiziaria definitiva capace di attribuire responsabilità individuali per l’abbattimento.

Le indagini più recenti della Procura di Roma hanno continuato a muoversi nello scenario della battaglia aerea, mentre è stata esclusa dagli inquirenti la pista dell’esplosione di una bomba all’interno dell’aereo.

Anche le testimonianze raccolte nel tempo hanno alimentato questo quadro. Tra queste figura quella di Giovanbattista Sparla, allora addetto dell’Aeronautica militare, che ha descritto uno scenario nel quale il DC-9 sarebbe rimasto coinvolto in un’attività militare tra velivoli stranieri. Si tratta, tuttavia, di una testimonianza investigativa e non della prova definitiva della dinamica: una distinzione essenziale in una vicenda nella quale ipotesi, testimonianze, ricostruzioni tecniche e fatti giudiziariamente accertati sono stati troppo spesso sovrapposti nel dibattito pubblico.

Da Cossiga ad Amato, le accuse che hanno riaperto il dossier

Il coinvolgimento della Francia è stato evocato più volte da protagonisti di primo piano della politica italiana. Le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga contribuirono nel 2008 all’apertura di un nuovo fascicolo giudiziario.

Nel 2023 anche l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato indicò pubblicamente la Francia come responsabile dell’azione che avrebbe provocato la caduta del DC-9, inserendola in un’operazione diretta contro Muammar Gheddafi. Quelle affermazioni ebbero enorme risonanza, ma restano dichiarazioni e ricostruzioni che richiedono riscontri documentali.

Ed è proprio qui che la situazione del 2026 assume un significato diverso. Per la prima volta il dibattito potrebbe spostarsi dalle dichiarazioni sugli archivi agli archivi stessi. Non più soltanto domande rivolte a Parigi, dunque, ma la possibilità concreta di verificare che cosa conservino le autorità francesi e se quel materiale possa rispondere ad alcuni interrogativi rimasti aperti.

Il ruolo del Governo e la pressione dei familiari delle vittime

A spingere perché l’inchiesta non venisse chiusa sono stati ancora una volta i familiari delle vittime. Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, ha chiesto che Francia, Stati Uniti e NATO forniscano le risposte ancora mancanti.

Bonfietti ha inoltre riferito di avere avuto a giugno un colloquio con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo che l’Avvocatura dello Stato si opponesse all’archiviazione. Il 27 giugno il Governo, attraverso l’Avvocatura, ha effettivamente annunciato la propria opposizione alla chiusura del procedimento.

La coincidenza temporale tra l’iniziativa politica italiana e la successiva apertura francese rappresenta un elemento rilevante, ma non consente da sola di stabilire rapporti di causa ed effetto che solo la ricostruzione degli interlocutori istituzionali può documentare compiutamente. Ciò che si può osservare è che la dimensione diplomatica è tornata a intrecciarsi con quella giudiziaria.

Ed è un passaggio che riguarda qualcosa di più del solo caso Ustica. Quando un’indagine coinvolge attività militari di diversi Paesi, apparati di sicurezza e documenti coperti per decenni da differenti livelli di riservatezza, gli strumenti ordinari della magistratura possono incontrare un limite evidente: un giudice nazionale non può materialmente cercare negli archivi di uno Stato straniero senza la collaborazione di quello Stato.

Quarantasei anni dopo, la differenza tra memoria e prova

Ustica è diventata nel tempo un pezzo della memoria collettiva italiana. Il relitto ricostruito e conservato a Bologna rende fisicamente visibile ciò che altrimenti rischierebbe di trasformarsi soltanto in una sequenza di date, processi e dichiarazioni. Ma la memoria e l’accertamento giudiziario svolgono funzioni differenti.

La prima impedisce che le 81 vittime scompaiano dietro la complessità della vicenda. Il secondo richiede prove, documenti, confronti tecnici e responsabilità identificabili.

Per questo sarebbe prematuro definire l’apertura francese come la soluzione del caso. Potrebbe rivelarsi decisiva, importante oppure molto meno significativa di quanto oggi sembri. Il valore della svolta sta precisamente nella possibilità di verificarlo.

Dopo quarantasei anni, forse è questo il cambiamento più concreto: non una nuova versione di ciò che potrebbe essere accaduto nei cieli del Tirreno, ma la possibilità di mettere alla prova alcune delle ricostruzioni che hanno accompagnato la storia di Ustica.

Se dagli archivi francesi emergeranno tracciati, comunicazioni o informazioni sui movimenti militari di quella notte, quei dati dovranno essere confrontati con quanto già raccolto dagli investigatori italiani. Se invece non emergeranno elementi nuovi, anche questo costituirà un risultato da valutare.

Il punto, insomma, non è che Parigi abbia già fornito una risposta. È che, dopo quasi mezzo secolo, potrebbe finalmente contribuire a rendere verificabili alcune delle domande. E nella storia interminabile di Ustica, la differenza tra le due cose è enorme.

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