Ecco perché i reel sui social creano dipendenza
Perché i reel sui social creano dipendenza: il meccanismo che ci tiene incollati allo schermo. Si apre un reel per passare il tempo in coda, durante una pausa o sul divano prima di dormire. Poi…
Etna presa d’assalto: così il turismo dell’eruzione rischia di danneggiare il vulcano.
C’è un paradosso che nell’estate 2026 si sta consumando sulle pendici dell’Etna. Mentre il vulcano mostra una delle fasi eruttive più spettacolari degli ultimi anni, migliaia di persone cercano contemporaneamente il punto migliore dal quale osservare la lava. Il risultato è che lo spettacolo naturale che dovrebbe avvicinare il pubblico alla montagna rischia di trasformarsi in un problema per la montagna stessa.
Tra la fine di luglio e la seconda metà di agosto l’Etna ha alternato fontane di lava, attività stromboliana, nuove bocche effusive, emissioni di cenere e colate dirette soprattutto verso la Valle del Bove. Alla data del 20 agosto 2026 il fenomeno non può ancora essere raccontato come concluso: parlare già di “fine agosto” significherebbe anticipare eventi che devono ancora verificarsi. Ciò che invece è documentabile è la straordinaria pressione turistica sviluppatasi nelle ultime settimane, soprattutto lungo alcuni itinerari diventati rapidamente virali.
È qui che entra in gioco una parola ormai familiare nelle grandi città d’arte ma apparentemente meno associata a un vulcano: overtourism. Nel caso dell’Etna il problema non coincide semplicemente con l’arrivo di molti visitatori. Nasce quando centinaia o migliaia di persone vengono concentrate nello stesso luogo, nelle medesime ore e lungo poche vie di accesso, spesso attirate dalle immagini pubblicate sui social quasi in tempo reale.
Il richiamo esercitato dall’Etna durante questa estate ha una spiegazione evidente. Il 30 luglio il cratere Voragine è stato protagonista di una fase parossistica durante la quale si sono osservate fontane di lava, una nube vulcanica salita fino a circa 7 chilometri di quota e un piccolo flusso piroclastico diretto verso la Valle del Bove. Cenere è stata segnalata anche nell’area di Bronte. Il fenomeno si è poi progressivamente attenuato nei giorni immediatamente successivi.
La tregua è durata pochissimo. Dal 6 agosto una nuova fase eruttiva ha riportato il vulcano al centro dell’attenzione internazionale. Nelle prime ore dell’episodio la nube eruttiva ha raggiunto alcuni chilometri di altezza e nei giorni successivi l’attività effusiva si è intensificata. Il volume di lava emesso è cresciuto rapidamente, accompagnato dall’apertura di nuove fratture e bocche lungo il sistema vulcanico.
L’8 agosto è stata individuata una nuova bocca eruttiva a circa 2.550 metri di quota, nei pressi di Monte Rittmann. Altre fratture hanno successivamente alimentato colate più in basso nella Valle del Bove, rendendo il fenomeno visibile da percorsi escursionistici relativamente più accessibili rispetto all’area sommitale.
Proprio questo elemento ha cambiato radicalmente il rapporto tra eruzione e pubblico. Una colata confinata ad alta quota può essere osservata soltanto da determinate aree e, spesso, attraverso escursioni organizzate. Quando invece il fronte incandescente diventa visibile da sentieri raggiungibili in alcune ore di cammino, l’eruzione si trasforma in una gigantesca calamita turistica.
Ridurre tutto a una contrapposizione tra residenti e visitatori sarebbe però fuorviante. L’Etna vive anche di turismo e l’economia di numerosi centri pedemontani beneficia delle escursioni, della ristorazione, dell’ospitalità, delle guide e dei servizi connessi alla montagna. Il punto è un altro: un ambiente vulcanico non può essere gestito come una piazza nella quale basta aumentare temporaneamente il numero dei parcheggi.
L’overtourism etneo è soprattutto un fenomeno di congestione. Centinaia di persone possono distribuirsi senza particolari criticità su un territorio vastissimo durante una normale giornata. Le stesse persone concentrate di notte lungo un unico sentiero, con automobili parcheggiate su entrambi i lati della carreggiata e altre vetture in continuo arrivo, producono invece una situazione completamente differente.
Il sentiero di Serracozzo e l’area del Rifugio Citelli ne sono diventati uno degli esempi più evidenti. Nei giorni centrali di agosto diversi escursionisti hanno raggiunto i punti panoramici per osservare le colate anche in orario notturno. In alcuni casi si sono resi necessari interventi di soccorso per persone che avevano perso la traccia durante il ritorno.
Non serve che si verifichi un incidente grave perché il sistema entri in difficoltà. Basta un escursionista che si perda, una caduta, un malore o un principio d’incendio. Se contemporaneamente le strade sono occupate da lunghe file di vetture lasciate ai margini della carreggiata, anche un normale intervento di emergenza diventa più complesso.
Ed è probabilmente questo il punto più importante dell’intera vicenda: durante un’eruzione il rischio non dipende soltanto dal vulcano. Dipende anche dal comportamento collettivo di chi vi si avvicina.
La spettacolarizzazione attraverso smartphone, video e piattaforme social ha aggiunto un elemento nuovo al turismo vulcanico. Una fotografia pubblicata al tramonto può raggiungere migliaia di utenti prima di mezzanotte. Nel giro di poche ore il punto dal quale è stata scattata viene localizzato e replicato. Il giorno successivo non arriva soltanto chi aveva programmato un’escursione sull’Etna: arrivano anche persone spinte dall’urgenza di vedere la lava prima che finisca.
È un comportamento comprensibile. Un’eruzione visibile a distanza relativamente ravvicinata è un’esperienza eccezionale. Ma l’effetto cumulativo può diventare ingestibile. Nei giorni centrali di agosto sono state documentate file di automobili estese per chilometri lungo le strade dirette verso il Rifugio Citelli, con veicoli lasciati in alcuni punti su entrambi i lati e spazi sempre più ridotti per il transito dei mezzi di soccorso.
È una forma particolare di overtourism perché non riguarda necessariamente l’intera destinazione Etna. La pressione si sposta seguendo l’eruzione. Oggi può concentrarsi a Serracozzo, domani su un’altra strada forestale, successivamente su un belvedere differente. Il luogo più fotografato diventa rapidamente quello più congestionato.
La conseguenza ambientale non va confusa con un’improbabile capacità dei visitatori di “danneggiare il vulcano” nella sua struttura geologica. Il problema riguarda piuttosto l’ecosistema protetto che lo circonda: sentieri, vegetazione, fauna, aree forestali e terreni sottoposti a un calpestio molto superiore alla normale frequentazione.
Non è una preoccupazione nata nell’agosto 2026. La gestione dell’area etnea contempla da tempo la necessità di controllare la pressione turistica ed escursionistica, monitorare i percorsi e limitare fenomeni come erosione del terreno, abbandono dei rifiuti e disturbo alla fauna. L’Etna è un patrimonio naturale eccezionale, ma proprio per questo non può essere considerato uno spazio privo di limiti.
Quando la situazione ha iniziato a incidere sulla sicurezza, le amministrazioni locali hanno dovuto intervenire. Il caso più significativo è quello dell’area compresa tra Milo, Sant’Alfio e il Rifugio Citelli, diventata una delle porte d’ingresso preferite per raggiungere i punti panoramici sulla Valle del Bove.
A metà agosto è arrivata la chiusura alle automobili della strada diretta al Citelli, concordata dalle amministrazioni interessate, dopo che la congestione aveva assunto dimensioni difficilmente compatibili con il passaggio dei mezzi di emergenza. Per chi non rientrava nelle eccezioni previste, la prosecuzione verso l’area escursionistica poteva avvenire a piedi.
Nelle stesse giornate sono state introdotte limitazioni alla sosta e alla fermata lungo alcune delle strade interessate dal flusso di curiosi diretti verso le zone dalle quali osservare l’attività lavica. Non si trattava di una misura contro il turismo, ma del tentativo di impedire che un’eventuale emergenza vulcanica venisse aggravata da una congestione automobilistica perfettamente evitabile.
Anche sul versante sud sono state adottate iniziative. A Belpasso il Comune ha previsto un senso unico di marcia in alcuni tratti della viabilità interessata dall’aumento dei visitatori, insieme a restrizioni sulla sosta. L’obiettivo era evitare nuovi ingorghi e garantire l’eventuale movimento dei mezzi di soccorso.
Le limitazioni hanno inevitabilmente aperto anche una discussione sul punto di equilibrio tra sicurezza e libertà di fruizione della montagna. Alcune misure sono state riesaminate nel corso dei confronti tra amministratori locali, Protezione civile, tecnici e soggetti competenti nella gestione del territorio.
Ed è un dibattito destinato a ripresentarsi. Chiudere tutto è semplice, gestire bene è molto più difficile. Ma lasciare che migliaia di persone convergano spontaneamente verso una colata seguendo le indicazioni di un video pubblicato sui social non può essere considerato un modello sostenibile.
La questione supera i confini siciliani. Dai vulcani islandesi alle montagne delle Dolomiti, dalle spiagge diventate celebri attraverso Instagram fino ai grandi parchi naturali, sempre più destinazioni devono affrontare una nuova forma di turismo concentrato. Non è necessariamente il numero annuale di visitatori a creare il problema. È la loro distribuzione.
Un milione di presenze distribuite nello spazio e nel tempo può essere più semplice da gestire di poche decine di migliaia di persone che tentano di raggiungere contemporaneamente uno stesso luogo. L’Etna rappresenta un caso ancora più complesso perché la destinazione turistica cambia mentre viene visitata. Una nuova bocca eruttiva può modificare nel giro di ore la zona di maggiore interesse, spostando traffico, escursionisti e curiosi da un versante all’altro.
Non sorprende quindi che il tema della pressione turistica sul vulcano sia già entrato nella ricerca scientifica e nella pianificazione della fruizione dell’area. Tra le soluzioni discusse figurano la gestione differenziata dei flussi nei momenti di maggiore affluenza e strumenti capaci di distribuire i visitatori tra periodi e percorsi differenti.
La strada da seguire potrebbe essere molto più articolata: monitoraggio dei flussi in tempo reale, parcheggi esterni alle aree più delicate, servizi navetta, prenotazioni per alcuni itinerari nei momenti eccezionali, maggiore informazione preventiva, valorizzazione dei punti panoramici alternativi e coinvolgimento sistematico delle guide.
Il turismo va insomma distribuito invece che semplicemente respinto.
Nella seconda metà di agosto alcune delle colate hanno progressivamente rallentato o mostrato fronti in raffreddamento, mentre altre porzioni del sistema effusivo hanno continuato a essere monitorate. Sono dinamiche che possono cambiare rapidamente e che ricordano una cosa elementare ma spesso dimenticata davanti alle immagini spettacolari della lava: l’Etna non è un’attrazione programmata.
Non segue orari, non garantisce lo spettacolo e soprattutto non modifica la propria attività in funzione dei visitatori.
Proprio per questo l’estate 2026 dovrebbe diventare un punto di partenza per ripensare il rapporto tra eruzioni e turismo. Impedire alle persone di vedere il vulcano sarebbe assurdo, oltre che economicamente dannoso per un territorio che sulla sua montagna ha costruito una parte importante della propria identità e della propria offerta turistica. Ma esiste una differenza enorme tra visitare l’Etna e trasformare ogni nuova colata in una corsa collettiva verso il punto più vicino.
L’overtourism, in fondo, comincia proprio qui: quando la libertà individuale di raggiungere un luogo produce, sommata a migliaia di altre identiche decisioni, un problema collettivo.
Le ordinanze emanate nei paesi etnei durante queste settimane raccontano quindi qualcosa di più grande di una semplice emergenza viaria. Sono il segnale che anche uno spazio apparentemente smisurato come l’Etna può avere un limite di capacità. Non un limite geografico, ma logistico, ambientale e soprattutto di sicurezza.
La sfida sarà evitare che a ogni nuova eruzione si ripeta lo stesso copione: immagini virali, corsa in automobile, parcheggi improvvisati, sentieri saturi e provvedimenti d’urgenza adottati quando il problema è già esploso. Perché il vulcano continuerà a eruttare. Ed è proprio questa certezza a rendere necessario un modello stabile per governare chi vuole assistere allo spettacolo.
L’Etna non ha bisogno di essere protetto dalla curiosità dell’uomo. Ha bisogno che quella curiosità venga organizzata. Altrimenti il rischio è che uno dei più straordinari patrimoni naturali d’Europa finisca trattato come un gigantesco palco all’aperto, dove tutti vogliono stare in prima fila e nessuno si chiede quanto spazio rimanga per gli altri.