La nuova frontiera della trasparenza tecnologica passa anche da una risorsa sempre più preziosa.
Per anni il dibattito pubblico sui grandi colossi tecnologici si è concentrato soprattutto sul consumo energetico. Oggi però l’attenzione si sta spostando su un’altra risorsa essenziale e sempre più strategica: l’acqua.
In questo contesto Amazon ha compiuto un passo destinato a suscitare interesse ben oltre il settore tecnologico. Per la prima volta il gruppo ha pubblicato informazioni dettagliate relative al consumo idrico dei propri data center, infrastrutture che rappresentano il cuore pulsante non soltanto dell’e-commerce ma anche dei servizi cloud di AWS, la divisione che alimenta una parte significativa dell’economia digitale globale.
La scelta arriva in una fase particolarmente delicata. La corsa all’intelligenza artificiale sta infatti accelerando la costruzione di nuove strutture di elaborazione dati in tutto il mondo, mentre amministrazioni pubbliche, comunità locali e organizzazioni ambientaliste chiedono maggiore chiarezza sugli impatti generati da queste gigantesche infrastrutture.
L’acqua diventa una variabile strategica per il futuro dell’AI
La crescita dell’intelligenza artificiale richiede enormi capacità di calcolo. Ogni elaborazione eseguita da un modello AI genera calore e questo calore deve essere dissipato per garantire il corretto funzionamento dei server.
Dietro chatbot, piattaforme cloud, servizi di streaming, videoconferenze e applicazioni aziendali si nasconde quindi un tema poco visibile ma decisivo: il raffreddamento delle macchine.
Con l’espansione dei data center, il consumo idrico è diventato uno degli indicatori più osservati dagli analisti. Non a caso Google, Meta e Microsoft pubblicano già da alcuni anni dati dedicati all’utilizzo dell’acqua nelle proprie infrastrutture.
Amazon era rimasta finora più prudente su questo fronte. La diffusione dei nuovi numeri rappresenta quindi un cambio di approccio significativo.
Quanto acqua consumano i data center Amazon
Secondo i dati resi pubblici dall’azienda, nel 2025 il consumo complessivo delle strutture è stato pari a circa 2,5 miliardi di galloni, equivalenti a oltre 9,4 miliardi di litri.
Si tratta di una quantità enorme in termini assoluti, ma Amazon evidenzia come il dato sia diminuito del 2% rispetto all’anno precedente nonostante la continua crescita della propria rete infrastrutturale.
L’indicatore che l’azienda considera più rappresentativo è però l’efficienza idrica, misurata attraverso il rapporto tra acqua utilizzata ed energia elaborata.
Nel 2025 questo valore ha raggiunto quota 0,12 litri per kilowattora, con un miglioramento superiore al 50% rispetto ai livelli registrati nel 2021.
L’obiettivo dichiarato è dimostrare che la crescita della capacità computazionale non deve necessariamente tradursi in un incremento proporzionale delle risorse consumate.
Il confronto con gli altri giganti del cloud
I numeri diffusi da Amazon mostrano una distanza significativa rispetto ai principali concorrenti.
Microsoft dichiara un utilizzo medio pari a circa 0,27 litri per kilowattora, mentre Meta si colloca intorno a 0,19 litri. Google presenta invece valori nettamente superiori, con una media che supera 1 litro per kilowattora.
Tuttavia, il confronto richiede cautela.
Diversi osservatori hanno evidenziato come le metriche utilizzate dalle varie aziende non siano sempre perfettamente sovrapponibili. In particolare, alcune analisi hanno sottolineato che il confronto proposto da Amazon accosta i dati aggregati dell’intera infrastruttura AWS a strutture dei concorrenti maggiormente focalizzate sull’intelligenza artificiale, caratterizzate da consumi energetici e idrici generalmente più elevati.
Il tema della comparabilità resta quindi aperto e rappresenta una delle principali sfide future in materia di rendicontazione ambientale del settore.
Come funziona il raffreddamento dei server senza usare acqua
Uno degli aspetti più interessanti riguarda le tecnologie adottate da Amazon per limitare il ricorso alle risorse idriche.
Secondo l’azienda, per circa il 90% del tempo i propri data center operano attraverso sistemi di free air cooling, una soluzione che sfrutta direttamente l’aria esterna per abbassare la temperatura delle apparecchiature.
Il principio è relativamente semplice. L’aria proveniente dall’esterno attraversa le sale server, assorbe il calore prodotto dai processori e viene successivamente espulsa. Durante questa fase non viene impiegata acqua.
L’approccio ricorda ciò che avviene in un’abitazione quando, in una giornata particolarmente mite, si aprono le finestre invece di accendere il climatizzatore.
Questa strategia consente di ridurre sensibilmente l’impatto ambientale nelle aree geografiche caratterizzate da condizioni climatiche favorevoli.
Quando entra in gioco l’acqua
La situazione cambia durante le giornate più calde o nelle regioni soggette a temperature particolarmente elevate.
Quando l’aria esterna non è più sufficiente per mantenere le apparecchiature entro i limiti di sicurezza, vengono attivati sistemi di raffreddamento evaporativo.
In pratica l’acqua viene distribuita su speciali materiali assorbenti attraversati dall’aria calda. Durante l’evaporazione si verifica un abbassamento della temperatura che permette di raffreddare i server senza ricorrere a impianti frigoriferi tradizionali.
Il meccanismo è simile a quello della sudorazione umana: l’evaporazione contribuisce a disperdere il calore accumulato.
Amazon sostiene che questa soluzione rappresenti attualmente un compromesso più sostenibile rispetto ai refrigeratori meccanici, i quali richiedono generalmente dal 25% al 35% di energia elettrica in più.
Temperature più alte, consumi più bassi
Parallelamente l’azienda ha lavorato su un altro fronte: aumentare la tolleranza termica delle apparecchiature.
Gli ingegneri AWS hanno progressivamente innalzato le temperature operative accettabili per i server senza compromettere affidabilità e continuità del servizio.
Questa modifica progettuale ha consentito di ridurre sensibilmente le ore durante le quali è necessario ricorrere al raffreddamento ad acqua.
In alcuni campus il risultato sarebbe stato particolarmente significativo, con riduzioni del consumo idrico fino al 50%. Nella Virginia settentrionale, una delle aree più importanti per le attività cloud del gruppo, il calo registrato sarebbe stato superiore al 40% in un solo anno.
I limiti dei numeri pubblicati
Nonostante il passo avanti in termini di trasparenza, il quadro resta incompleto.
Le cifre diffuse da Amazon fotografano infatti soltanto il consumo diretto delle proprie operazioni. Restano esclusi altri elementi fondamentali, come l’acqua utilizzata indirettamente dalle centrali elettriche che alimentano i data center oppure quella necessaria per la costruzione delle infrastrutture.
Si tratta di aspetti che molti esperti considerano indispensabili per valutare l’impatto ambientale complessivo dell’economia digitale.
La crescente diffusione dell’intelligenza artificiale renderà sempre più importante la definizione di standard condivisi e metodologie uniformi, in modo da consentire confronti realmente affidabili tra operatori diversi.
La sfida del programma “Water Positive 2030”
Oltre alla riduzione dei consumi, Amazon punta su iniziative dedicate alla restituzione delle risorse idriche ai territori.
L’azienda afferma di utilizzare sempre più frequentemente acqua recuperata proveniente da impianti di trattamento, limitando il ricorso a fonti potabili.
Parallelamente sono stati annunciati oltre cinquanta progetti di tutela e ripristino delle risorse idriche che, una volta completati, dovrebbero consentire il recupero di oltre 5,8 miliardi di galloni all’anno.
L’obiettivo finale è racchiuso nel programma Water Positive 2030: restituire alle comunità una quantità d’acqua superiore a quella impiegata nelle operazioni aziendali.
Se questa promessa sarà mantenuta lo diranno i prossimi anni. Nel frattempo una cosa appare già evidente: nell’era dell’intelligenza artificiale, acqua ed energia stanno assumendo un’importanza strategica pari a quella dei chip, delle reti e della potenza di calcolo. E la trasparenza su questi indicatori potrebbe diventare uno dei principali terreni di confronto tra tecnologia, sostenibilità e interesse pubblico.