Una recente inchieste farebbe presumere un giro di affari e tangenti in materia di cure palliative in Sicilia, con conseguenze dirette sulla pelle dei malati, specie di quelli oncologici terminali: lo scandalo che travolge la sanità.
Le cure palliative in Sicilia sono finite al centro di un’inchiesta giudiziaria che solleva interrogativi inquietanti sui rapporti tra politica, denaro e assistenza sanitaria. Sullo sfondo delle accuse formulate dalla Procura di Palermo ci sono persone affette da patologie gravissime, famiglie che chiedono aiuto e un settore nel quale circolano risorse pubbliche attraverso convenzioni e accreditamenti. È proprio questo intreccio a rendere la vicenda particolarmente sconcertante.
Il sospetto degli investigatori è che alcuni interessi economici abbiano cercato protezione nelle stanze del potere regionale, attraverso presunti pagamenti illeciti e favori legati anche ad assunzioni. Ma esiste un dato che rende la questione ancora più grave sul piano politico: secondo le informazioni diffuse nel maggio 2025 dalla Società Italiana di Cure Palliative, nell’Isola la copertura del bisogno raggiungeva appena il 23%, contro una media nazionale del 33%.
Mentre il sistema sanitario fatica a rispondere alle necessità di una popolazione fragile, l’indagine palermitana descrive un possibile scenario nel quale l’attenzione di alcuni protagonisti sarebbe stata concentrata sulla difesa delle posizioni economiche acquisite. Un quadro ancora tutto da verificare nelle sedi giudiziarie, ma sufficiente a imporre una domanda scomoda: la politica siciliana sta proteggendo il diritto dei cittadini a essere assistiti oppure ha lasciato troppo spazio agli interessi di chi gestisce i servizi?
Inchiesta sulle cure palliative in Sicilia: dalle convenzioni ai presunti favori politici
Uno dei principali indagati è Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Siciliana ed ex consulente giuridico del presidente Renato Schifani. La Procura di Palermo ne ha chiesto la custodia cautelare in carcere nell’ambito di un procedimento per corruzione che coinvolge complessivamente nove persone e interessa anche altri settori economici.
Il capitolo sanitario ruota attorno alla Samo, organizzazione impegnata nell’assistenza ai pazienti, e ai rapporti che, secondo l’accusa, alcuni suoi rappresentanti avrebbero intrattenuto con professionisti e figure politiche regionali.
Al centro delle contestazioni compare una somma di 6.000 euro. Per gli inquirenti, il denaro sarebbe stato utilizzato per ottenere un intervento favorevole su un provvedimento regionale che ampliava la platea degli operatori accreditabili nell’assistenza domiciliare integrata.
La ricostruzione investigativa chiama in causa Luigi Zancla, presidente della Samo, e l’avvocato Pierluigi Matta, ritenuto dagli investigatori un intermediario nei rapporti con Armao. Una nota di spesa presentata alla società nel luglio 2025 e il successivo pagamento rappresentano, secondo la Procura, elementi rilevanti per ricostruire il presunto accordo illecito.
Armao avrebbe inoltre utilizzato la propria influenza istituzionale per coinvolgere Salvatore Iacolino, all’epoca dirigente dell’amministrazione sanitaria regionale, affinché non venisse data attuazione agli effetti del decreto contestato dagli operatori interessati.
È l’ipotesi accusatoria, non una responsabilità accertata. Occorrerà verificare se vi sia stato un patto corruttivo, quale fosse l’effettiva natura delle prestazioni professionali e se gli interventi contestati abbiano prodotto conseguenze amministrative. La distinzione è fondamentale, perché l’indignazione pubblica non può sostituirsi alle prove.
Il vero nodo dello scandalo: chi decide quanti operatori possono curare i malati?
L’aspetto più delicato dell’indagine non riguarda soltanto la circolazione del denaro. Riguarda il possibile utilizzo delle relazioni politiche per condizionare le regole di accesso a un mercato finanziato dalla collettività.
Quando una struttura privata o appartenente al Terzo Settore ottiene l’accreditamento e stipula accordi con il servizio sanitario, può erogare determinate prestazioni secondo le condizioni stabilite dall’amministrazione. Si tratta di un meccanismo legittimo e necessario in numerosi ambiti assistenziali, soprattutto laddove l’offerta pubblica diretta non riesce a garantire una presenza sufficiente sul territorio.
Il problema nasce se la programmazione sanitaria viene piegata alla convenienza di singoli soggetti. Un decreto che modifica le possibilità di accesso degli operatori non dovrebbe mai diventare merce di contrattazione riservata. Deve essere valutato sulla base del fabbisogno, dei requisiti professionali, della qualità delle prestazioni e della sostenibilità economica.
Occorre anche distinguere l’assistenza domiciliare integrata dalle cure palliative specialistiche: sono servizi che possono interagire, ma non coincidono automaticamente. L’ampliamento degli accreditamenti, da solo, non dimostra un miglioramento dell’assistenza. Sono indispensabili controlli, personale qualificato e criteri rigorosi.
Proprio per questo l’eventuale interferenza di interessi estranei alla tutela dei pazienti sarebbe particolarmente grave. Le regole non possono essere scritte per garantire tranquillità economica agli operatori già presenti, così come non possono essere allentate per favorire nuovi ingressi privi delle necessarie competenze.
Il dato che accusa il sistema: soltanto il 23% del bisogno coperto
Esiste un elemento concreto che permette di allargare lo sguardo oltre il fascicolo giudiziario. Nel maggio 2025 la Società Italiana di Cure Palliative e la Federazione Cure Palliative hanno denunciato le profonde disparità territoriali nell’accesso all’assistenza.
I dati ministeriali richiamati dalle due organizzazioni indicavano una copertura del bisogno del 23% in Sicilia. Il confronto era impietoso: il Trentino superava il 70%, il Veneto raggiungeva il 55%, mentre la media italiana si fermava al 33%.
Si tratta di valori riferiti al quadro reso pubblico nel 2025, non di una misurazione aggiornata in tempo reale all’ottobre 2026. Rimangono comunque una testimonianza della distanza che il sistema regionale doveva recuperare.
Dietro quelle percentuali c’è una questione che la politica dovrebbe considerare prioritaria: la possibilità, per chi convive con una malattia incurabile, di ricevere sostegno sanitario e psicologico senza essere abbandonato alla capacità organizzativa o economica della propria famiglia.
In una regione caratterizzata da forti differenze territoriali, il luogo di residenza può incidere concretamente sulla facilità di accesso ai servizi. Per chi deve affrontare una patologia avanzata, un’assistenza difficilmente raggiungibile non è un inconveniente burocratico. Può significare maggiore sofferenza, ricoveri evitabili e un carico insostenibile per i familiari.
Il 23% è il dato che dovrebbe togliere il sonno ai responsabili della sanità siciliana. Prima ancora delle polemiche sulle convenzioni, resta da comprendere come una rete assistenziale possa raggiungere adeguatamente chi ne ha bisogno.
La Regione conosceva le criticità: cosa emerge dal piano 2025-2026
Un altro elemento rende impossibile liquidare la vicenda come l’ennesimo episodio giudiziario destinato a consumarsi nella cronaca. I problemi organizzativi delle cure palliative in Sicilia erano già stati affrontati in documenti istituzionali.
Con il decreto assessoriale numero 588 del 4 giugno 2025, la Regione ha approvato il Piano di potenziamento delle reti di cure palliative per il biennio 2025-2026. Il documento individua interventi per rafforzare l’organizzazione territoriale, migliorare il coordinamento e garantire maggiore uniformità nell’erogazione dell’assistenza.
Tra gli aspetti richiamati figurano la necessità di completare l’attivazione delle reti locali, definire procedure omogenee, rafforzare gli organici e rendere effettivi i sistemi di monitoraggio.
Nel piano vengono inoltre riportati rilievi e raccomandazioni dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, compresa l’esigenza di una più incisiva funzione di governo da parte della Regione e delle Aziende sanitarie provinciali.
Non sono osservazioni marginali. Significano che l’amministrazione aveva già individuato criticità strutturali e indicato interventi necessari per superarle. Naturalmente, il documento non dimostra che ogni problema segnalato nel 2025 persista nelle stesse condizioni oggi.
Ma apre un interrogativo politico inevitabile: quanti degli interventi programmati sono stati effettivamente completati, con quali risultati e attraverso quali verifiche indipendenti?
Una Regione capace di produrre piani, decreti e programmi deve essere altrettanto capace di rendere pubblici gli effetti delle proprie decisioni. Altrimenti la pianificazione rischia di trasformarsi in un esercizio burocratico, mentre il diritto alla salute rimane affidato alle promesse.
Non soltanto denaro: l’ombra delle assunzioni nell’inchiesta
Nel procedimento compare anche un altro possibile meccanismo di scambio, quello legato ai posti di lavoro.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Giuseppe Geremia Lombardo, deputato regionale e componente della commissione Sanità dell’Assemblea regionale siciliana, avrebbe ricevuto disponibilità da alcuni operatori del settore in cambio di un interessamento su provvedimenti normativi favorevoli alle loro attività.
Tra gli elementi contestati figura l’assunzione di una donna indicata nell’ambito di questi rapporti, inizialmente attraverso un contratto di durata limitata. Nella vicenda vengono citati anche Mario Lupo, già presidente della Samot, e la dottoressa Veruska Costanzo.
Samo e Samot sono organizzazioni distinte, benché nel tempo abbiano avuto collegamenti attraverso realtà consortili. Le rispettive posizioni e le condotte contestate non devono essere confuse.
Lupo ha respinto l’ipotesi di aver corrotto qualcuno, sostenendo che l’assunzione non fosse il corrispettivo di un favore politico. Anche Costanzo ha negato le responsabilità attribuitele.
Resta però un tema che va ben oltre questo procedimento. Ogni volta che un’assunzione in un settore finanziato da denaro pubblico viene sospettata di essere una contropartita politica, la credibilità delle istituzioni subisce un danno enorme.
Le strutture sanitarie hanno bisogno di professionisti preparati, selezionati secondo criteri coerenti con le mansioni da svolgere. Non possono diventare, nemmeno potenzialmente, strumenti per regolare rapporti di influenza o alimentare reti di consenso.
Le intercettazioni e il linguaggio che trasforma i pazienti in clienti
Tra gli aspetti più disturbanti della vicenda ci sono alcune conversazioni riportate dalla stampa siciliana, nelle quali emerge un’attenzione rivolta alla ricerca di pazienti e all’attività svolta sul territorio.
In uno dei passaggi pubblicati compare il riferimento a «questi meravigliosi» malati terminali, all’interno di una discussione sull’acquisizione di assistiti e sui risultati di un’attività lavorativa.
Una conversazione intercettata deve essere interpretata integralmente, nel suo contesto, e non può dimostrare da sola la volontà di sfruttare la sofferenza altrui. Sarebbe scorretto trasformare poche parole in una condanna morale definitiva di chi le ha pronunciate.
Il contenuto, tuttavia, rende evidente un rischio culturale che merita una riflessione più ampia: quando il paziente viene trattato principalmente come un’unità produttiva, la missione sanitaria rischia di essere oscurata dagli obiettivi economici.
Le organizzazioni devono sostenere spese, pagare stipendi, amministrare risorse e garantire continuità alle prestazioni. Nessuno può pretendere che un servizio complesso funzioni senza equilibrio finanziario. La differenza sta nel fine perseguito: le risorse devono consentire di assistere le persone, non trasformarle in semplici opportunità di fatturato.
E sarebbe profondamente ingiusto coinvolgere in un giudizio indiscriminato medici, infermieri, psicologi e operatori sociosanitari che ogni giorno affrontano situazioni difficilissime con competenza e dedizione. Il lavoro di questi professionisti non può essere infangato dalle responsabilità eventualmente accertate a carico di singoli dirigenti o amministratori.
Renato Costa e la denuncia dei medici: sulla sofferenza non si fanno affari
La vicenda ha suscitato una dura reazione anche nel mondo sanitario. Renato Costa, medico, già commissario Covid a Palermo e responsabile della Sanità per la Cgil siciliana, è intervenuto pubblicamente il 12 ottobre attraverso una riflessione pubblicata da LiveSicilia.
Il messaggio centrale è inequivocabile: «Sulla pelle di chi sta morendo non si fanno affari. Basta».
Costa richiama l’attenzione sulle condizioni di lavoro degli operatori, sulla necessità di proteggere i pazienti più fragili e sull’urgenza di garantire trasparenza nelle decisioni sanitarie. La sua presa di posizione non pretende di anticipare il giudizio penale, ma rivendica una responsabilità etica e istituzionale che non può essere sospesa in attesa delle sentenze.
La distinzione è importante. Un’amministrazione non deve dichiarare colpevole chi è indagato, ma può e deve verificare se le proprie procedure siano sufficientemente protette da pressioni, interferenze e conflitti di interesse.
In questo senso, l’inchiesta rappresenta un banco di prova per l’intera classe dirigente regionale. La credibilità della sanità non si recupera attraverso comunicati rassicuranti, ma dimostrando che ogni decisione può essere controllata, spiegata e ricondotta all’interesse dei cittadini.
Le difese degli indagati e gli interrogatori del 13 ottobre
Sul versante giudiziario, il procedimento è entrato nella fase degli interrogatori preventivi davanti alla giudice per le indagini preliminari Giuseppa Zampino.
Nelle udienze del 12 ottobre diversi indagati hanno contestato le ipotesi della Procura, sostenendo la regolarità dei propri comportamenti e respingendo l’esistenza degli accordi illeciti prospettati dagli investigatori.
Il 13 ottobre è il giorno degli interrogatori di Armao, Matta, Zancla e Lombardo. Prima di entrare in tribunale, l’ex vicepresidente regionale ha contestato pubblicamente la rappresentazione dei fatti fornita dai pubblici ministeri, invitando i giornalisti a non considerarla come l’unica ricostruzione possibile.
Armao aveva già annunciato la volontà di dimostrare l’infondatezza delle accuse e, dopo l’emersione dell’inchiesta, aveva lasciato l’incarico di consulente giuridico del presidente Schifani.
Le richieste di arresto avanzate dalla Procura non equivalgono a provvedimenti cautelari già disposti, tanto meno a condanne. Spetterà al giudice valutare gli elementi raccolti, le contestazioni delle difese e la sussistenza degli eventuali presupposti per applicare misure restrittive.
Il confronto processuale stabilirà le responsabilità individuali. La politica, invece, dovrà rispondere anche di come è stato organizzato e controllato un settore tanto delicato.
Cure palliative in Sicilia: un diritto riconosciuto dalla legge, non un favore
Il problema assume una dimensione ancora più ampia se si considera il quadro normativo nazionale.
La legge 38 del 2010 riconosce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore come parte fondamentale della tutela della salute. Le disposizioni successive hanno rafforzato gli obblighi organizzativi delle Regioni, fissando l’obiettivo di raggiungere entro il 2028 il 90% della popolazione che necessita di questo tipo di assistenza.
Non si tratta di prestazioni riservate esclusivamente agli ultimi giorni di vita o ai malati oncologici. Possono essere necessarie anche a persone affette da patologie croniche, degenerative e inguaribili, con bisogni complessi di controllo dei sintomi e sostegno familiare.
L’Organizzazione mondiale della sanità considera questo insieme di interventi un elemento essenziale dei sistemi sanitari centrati sulla persona. A livello globale, le stime indicano che soltanto una minoranza di chi ne avrebbe bisogno riesce effettivamente ad accedervi.
In Italia la sfida è particolarmente concreta: costruire reti territoriali realmente funzionanti, capaci di accompagnare il paziente e i suoi familiari attraverso professionisti, strutture residenziali e assistenza domiciliare.
Per la Sicilia il traguardo del 2028 dovrebbe rappresentare una priorità misurabile, non l’ennesima scadenza da evocare nei documenti programmatici. Il risultato va verificato attraverso i pazienti raggiunti, la continuità delle prestazioni e la qualità del sostegno offerto.
Chi controlla i controllori? Le risposte che la Regione dovrebbe fornire
L’inchiesta di Palermo suggerisce una questione istituzionale precisa: quanto è trasparente il sistema attraverso cui vengono decisi accreditamenti, convenzioni e rapporti economici nell’assistenza territoriale?
Una risposta credibile richiederebbe innanzitutto la pubblicazione facilmente consultabile degli operatori autorizzati, dei requisiti posseduti, degli accordi contrattuali e delle risorse assegnate, nel rispetto delle disposizioni sulla riservatezza.
Servirebbe inoltre un monitoraggio periodico, con dati aggregati e verificabili, sul numero di persone assistite, sui tempi di presa in carico e sulla distribuzione dei servizi nelle diverse province. Informazioni di questo tipo consentirebbero ai cittadini di distinguere gli annunci dai risultati.
Altrettanto importante sarebbe conoscere le procedure utilizzate per gestire eventuali conflitti di interesse e verificare che gli interlocutori economici non possano ottenere trattamenti privilegiati attraverso relazioni personali con i decisori pubblici.
Non basta sapere quanto viene speso. Bisogna sapere se quella spesa migliora davvero la vita dei pazienti.
Una convenzione può essere formalmente regolare e tuttavia risultare insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione. Un piano può contenere obiettivi ambiziosi e rimanere largamente incompiuto. La trasparenza amministrativa deve quindi accompagnarsi a una valutazione pubblica della qualità e dell’efficacia dell’assistenza.
È su questo terreno che dovrebbe misurarsi la risposta del governo regionale, senza aspettare che la magistratura chiuda il proprio lavoro.
Lo scandalo più grande sarebbe dimenticare i malati quando si spegneranno i riflettori
Le vicende giudiziarie seguono percorsi lunghi e complessi. Le accuse possono essere confermate, ridimensionate oppure smentite. La presunzione di innocenza deve rimanere un principio irrinunciabile, anche quando le contestazioni provocano una comprensibile indignazione.
Ma le difficoltà di accesso all’assistenza non dipendono dall’esito di un processo. Sono problemi che le istituzioni devono affrontare autonomamente, attraverso scelte organizzative, finanziamenti adeguati e controlli rigorosi.
Il rischio più serio è che l’inchiesta sulle cure palliative in Sicilia venga ricordata soltanto per i nomi degli indagati, le intercettazioni e i presunti passaggi di denaro. Sarebbe un epilogo paradossale, perché lascerebbe ai margini proprio le persone che dovrebbero occupare il centro dell’intera discussione.
Chi affronta una malattia incurabile non ha il tempo di aspettare che la politica risolva le proprie contraddizioni. Ha bisogno di medici disponibili, terapie appropriate, sostegno psicologico e servizi capaci di raggiungerlo anche a casa.
Se le ipotesi dei magistrati dovessero trovare conferma, le responsabilità penali sarebbero gravissime. Ma anche qualora il processo restituisse un quadro diverso da quello prospettato dall’accusa, resterebbe intatto un obbligo politico: spiegare perché la rete assistenziale siciliana presenti carenze tanto rilevanti e dimostrare che il suo potenziamento procede concretamente.
Una sanità che non riesce a garantire adeguatamente il sollievo dalla sofferenza ha già un problema enorme. Se poi deve difendersi anche dal sospetto che le proprie regole possano essere condizionate dagli affari, il problema diventa una crisi di fiducia nelle istituzioni.
Ed è proprio questa fiducia che la Sicilia non può permettersi di perdere. Perché, quando la medicina non è più in grado di guarire, la responsabilità di prendersi cura delle persone diventa ancora più importante. Non dovrebbe esserci spazio, in quel momento, per nient’altro.