A distanza di anni dallo scandalo che ha travolto l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, continuano ad emergere effetti concreti legati alla gestione dei beni confiscati. L’ultima decisione arriva dal Tribunale di Agrigento, che ha disposto la cancellazione di quasi 17mila euro dal rendiconto relativo alla gestione di una società appartenente al gruppo dell’imprenditore Diego Agrò, finito in passato sotto sequestro nell’ambito di un’inchiesta antimafia.
La somma riguardava compensi attribuiti a Lorenzo Caramma, marito dell’ex magistrato Silvana Saguto, per consulenze che, secondo quanto emerso nelle vicende giudiziarie successive, non sarebbero mai state realmente svolte. A ottenere la rimozione delle spese è stato l’avvocato Salvatore Pennica, che ha contestato la legittimità di quei pagamenti nell’ambito della verifica dei conti relativi all’amministrazione giudiziaria.
La decisione rappresenta un ulteriore tassello di una storia che negli anni è diventata simbolo delle distorsioni possibili nella gestione dei patrimoni sequestrati alla criminalità organizzata.
I compensi contestati nella gestione della Isoa Trasporti
Il provvedimento riguarda nello specifico la Isoa Trasporti, azienda riconducibile alla famiglia Agrò e sottoposta a sequestro già negli anni Novanta. Secondo quanto ricostruito nelle indagini e poi nei processi, l’allora amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara avrebbe inserito nei rendiconti prestazioni professionali attribuite a Caramma come se fossero regolarmente eseguite.
In realtà, quelle attività sarebbero risultate inesistenti oppure duplicate rispetto ad altri incarichi già remunerati. Una dinamica che, secondo le sentenze definitive pronunciate negli anni successivi, si inseriva in un sistema consolidato di favori e incarichi distribuiti nell’ambito della gestione dei beni confiscati.
La cancellazione delle somme assume quindi un valore che va oltre l’aspetto puramente contabile: segna infatti il riconoscimento, anche sul piano economico-amministrativo, dell’illegittimità di alcuni compensi maturati durante quella stagione giudiziaria.
Il ruolo delle inchieste e delle denunce pubbliche
Uno degli elementi più rilevanti dell’intera vicenda è il ruolo svolto dall’emittente siciliana Telejato e dal giornalista Pino Maniaci, che per anni hanno denunciato presunte anomalie nella gestione dei patrimoni sequestrati.
Le accuse mosse dalla piccola televisione antimafia di Partinico, inizialmente accolte con scetticismo da parte di molti osservatori, hanno poi trovato conferma nelle indagini della magistratura e nelle successive sentenze definitive emesse dal Tribunale di Caltanissetta.
Secondo quanto emerso nei processi, il cosiddetto “sistema Saguto” avrebbe consentito l’assegnazione di incarichi professionali a soggetti vicini all’allora magistrato o alla sua cerchia familiare, con un utilizzo distorto di amministrazioni giudiziarie e consulenze.
Le vicende processuali hanno finito per aprire una profonda riflessione sul delicato meccanismo dei sequestri antimafia, uno strumento fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata ma che, proprio per il peso economico dei patrimoni coinvolti, richiede controlli rigorosi e trasparenza assoluta.
La storia giudiziaria della famiglia Agrò
Sul fondo della vicenda resta anche la lunga e controversa parabola giudiziaria dei fratelli Diego e Ignazio Agrò, imprenditori originari di Racalmuto. Per anni i due erano stati indicati dalla Direzione distrettuale antimafia come soggetti vicini ad ambienti mafiosi.
Le accuse nei loro confronti avevano portato a pesanti conseguenze patrimoniali e giudiziarie. I fratelli Agrò erano stati anche condannati all’ergastolo in primo grado per un omicidio, ma successivamente assolti.
Nel 2017 arrivò poi una svolta decisiva: la Corte d’Appello dispose infatti la revoca della confisca di beni per un valore stimato in circa 54 milioni di euro. Una decisione che riaprì il dibattito sulle modalità con cui, soprattutto negli anni Novanta e Duemila, erano stati gestiti alcuni procedimenti di prevenzione patrimoniale.
La vicenda degli Agrò è diventata così uno dei casi emblematici delle conseguenze che un’inchiesta giudiziaria può produrre sul piano economico e personale, soprattutto quando i processi si protraggono per decenni e si concludono con esiti diversi rispetto alle accuse iniziali.
Le condanne definitive
Nel frattempo il procedimento sul sistema delle amministrazioni giudiziarie ha portato a condanne definitive per diversi protagonisti della vicenda.
L’ex giudice Silvana Saguto sta scontando una pena definitiva pari a sette anni e undici mesi di carcere. Il marito Lorenzo Caramma, coinvolto nelle contestazioni relative agli incarichi professionali e alle consulenze, è invece ai domiciliari con una condanna a sei anni e nove mesi.
Anche Gaetano Cappellano Seminara è stato condannato in via definitiva a sei anni e dieci mesi.
Le sentenze hanno rappresentato uno dei momenti più delicati per la credibilità del sistema delle misure di prevenzione antimafia in Italia. Per anni infatti il modello siciliano delle confische era stato indicato come un esempio internazionale nella lotta ai patrimoni illeciti delle organizzazioni criminali.
Lo scandalo ha però mostrato come anche strumenti nati per colpire la mafia possano trasformarsi, in assenza di controlli adeguati, in centri di gestione opaca di incarichi e risorse.
Telejato e una battaglia mai interrotta
Nelle ultime dichiarazioni pubbliche, Pino Maniaci ha rivendicato il lavoro svolto da Telejato durante gli anni più complessi della vicenda. L’emittente, nonostante pressioni e controversie, ha continuato a seguire il caso anche quando le denunce sul sistema Saguto sembravano isolate.
Secondo Maniaci, proprio quelle inchieste giornalistiche hanno contribuito a far emergere dinamiche che successivamente sarebbero state confermate nelle aule giudiziarie.
Il riferimento finale alla volontà attribuita alla Saguto di “togliere questa cosa”, cioè mettere fine all’esperienza di Telejato, restituisce il clima di forte tensione che ha accompagnato per anni lo scontro tra chi denunciava presunte irregolarità e chi respingeva ogni accusa.
Oggi, con la cancellazione dei compensi contestati dai rendiconti giudiziari, si aggiunge un nuovo elemento a una delle pagine più discusse della giustizia italiana degli ultimi anni.