Coerenza e cultura russa, politica e censura: quando la contraddizione tra principi dichiarati e comportamenti diventa il ritratto di una società.
La coerenza assoluta, quella che si mette il cappello in testa anche sotto la doccia e pretende di restare asciutta, non è una virtù. È una febbre. Una di quelle febbri che fanno parlare gli uomini con i lampioni e li convincono pure di aver vinto la discussione.
C’è una coerenza stupida, testarda, lucida come una pistola in una stanza senza finestre: quella di chi tiene stretta un’idea anche quando i fatti le hanno già scavato la fossa, scritto l’epitaffio e mandato un telegramma alla vedova. Ma questa non ha niente a che vedere con la vera coerenza. La vera coerenza non consiste nel restare immobili come un paracarro davanti al traffico della verità. Consiste nel non tradire se stessi nello stesso istante in cui si parla, si agisce e ci si dà pure ragione.
Coerenza e cultura russa: la contraddizione dell’Occidente
Cambiare idea è lecito. Anzi, a volte è l’unica cosa decente da fare. Se una verità prima sconosciuta bussa alla porta, bisogna avere l’onestà di aprire, anche se si è in pigiama e con l’orgoglio ancora in bigodini. Ma un conto è adattare il proprio pensiero alla verità. Un altro è prendere la verità, metterle un cappotto ridicolo, chiamarla “opportunità” e farle dire quello che conviene.
Dante, che non era esattamente uno da aperitivo motivazionale, nel XXVII canto dell’Inferno scrive: “Né pentere e volere insieme puossi, per la contradizion che nol consente”. In parole più povere, ma non per questo meno scomode: non puoi pentirti e nello stesso tempo voler continuare a fare ciò di cui ti penti. Sarebbe come chiedere l’assoluzione con una mano e intanto rubare il portafoglio al confessore con l’altra.
La dignità della coerenza si vede nella corrispondenza tra parole e azioni. Si vede quando i fatti non ti smentiscono alle spalle, con l’aria di chi ti conosce da tempo e non ti stima granché.
Non vivere secondo i propri valori è un fallimento discreto ma micidiale. Non fa rumore come un piatto che cade, ma lascia cocci dappertutto. Se non c’è accordo tra un uomo e la vita che conduce, non c’è realizzazione, non c’è soddisfazione, e la felicità diventa una di quelle insegne al neon che lampeggiano sopra un locale chiuso da anni.
Coerenza è pensare ciò che si fa, fare ciò che si dice, dire ciò che si pensa e sentire ciò che si fa. Una formula semplice, quasi sospetta. Infatti non va di moda.
Coerenza politica e paradosso dell’incoerenza
Nella politica, poi, la coerenza è una bestia rara. Talmente rara che, se comparisse in Parlamento, qualcuno proporrebbe una commissione d’inchiesta per capire chi l’ha fatta entrare. Bisogna stare attenti: la carriera politica ha il curioso talento di trasformare gli uomini. A volte la coerenza non è comportarsi come si è, ma come si è deciso di apparire. E se uno decide di essere sempre incoerente, può persino arrivare a una forma sottile, perversa, quasi artistica di coerenza.
Prendiamo ad esempio Luigi Di Maio. Lo si potrebbe definire coerente nella sua totale incoerenza. Nessuno, credo, si aspetta che difenda una coerenza nel senso antico del termine, quello polveroso, scomodo, con la schiena dritta. Quando uno non vive come pensa, finisce per pensare come vive. E in certi casi il pensiero diventa una valigia con le rotelle: basta cambiare binario.
Il suo caso è quello del trasformismo senza freni. Una specie di numero da circo in cui l’acrobata cambia costume a mezz’aria e atterra giurando di essere sempre stato vestito così.
Ma lasciamo da parte i casi patologici, che almeno hanno il vantaggio di essere didattici. Il vero problema è chi sventola la propria coerenza come una bandiera, mentre agisce in una contraddizione così palese da lasciarti indeciso: è un problema di capacità cerebrale, oppure si pensa davvero che tutti gli altri siano cretini certificati?
L’incoerenza individuale è già abbastanza grottesca. È come vedere uno che mette il dolcificante nel caffè e intanto tiene nell’altra mano un viennese alla crema grande quanto un piccolo principato. Se poi sommiamo tutte queste incoerenze private, otteniamo una società incoerente.
Il razzismo dell’Occidente nei confronti della Cultura russa
Oggi si parla di razzismo e inclusione con la solennità di chi inaugura un monumento. Poi, quasi per legge morale, si accetta un razzismo verso il popolo russo. Non verso una decisione politica, non verso un governo, non verso un fatto storico concreto. Verso un popolo, una cultura, una lingua, un patrimonio. Si arriva a parlare di cancellare la cultura russa, come se la cultura fosse un file da trascinare nel cestino con un clic e un certo compiacimento igienico.
Musica, pittura, scultura, letteratura, lingua: tutto diventa sospetto. Basta che ricordi la Russia, e subito qualcuno tira fuori la scopa morale, quella col manico corto e la coscienza ancora più corta.
Allora, per coerenza, se un giorno la NATO facesse guerra alla Russia e la vincesse, bisognerebbe radere al suolo Mosca, San Pietroburgo, Rostov, Murom. Sono città impregnate di cultura russa, e dunque incompatibili con il mondo civilizzato, cioè con quel mondo che, quando vuole essere civile, comincia spesso demolendo qualcosa.
Ma nell’attesa di una simile impresa urbanistica, potremmo cominciare con cose più pratiche. Per esempio, raschiare le mura della cattedrale di San Vladimir a Kiev, visto che lì c’è la mano russa di Mikhail Vrubel. Una bella passata d’intonaco, e sopra magari un murales contemporaneo, di quelli che gridano “libertà” con l’entusiasmo di un modulo ministeriale.
Sì, la cultura occidentale di oggi. Perché la cultura italiana di un tempo non coincideva con questa neo-cultura da pensiero unico, sempre pronta a purificare il mondo con il secchio della censura. Quella cultura non avrebbe pensato di bruciare Tolstoj o Dostoevskij. Queste sono raffinatezze moderne, piccoli roghi spirituali con ricevuta fiscale.
Cultura russa e Occidente: quando la cancellazione diventa una contraddizione
Per coerenza, bisognerebbe andare al cimitero acattolico del Testaccio, a Roma, e prendere a martellate la lapide di Karl Pavlovič Brjullov. Togliere il suo ritratto in bassorilievo, cancellare il riferimento a Pietroburgo, eliminare quella figura femminile scandalosa che rappresenta la Neva, il fiume della sua città natale. Si potrebbe forse salvare la parte destra, quella dell’uomo barbuto che rappresenta il Tevere. Ma solo dopo attento esame di una commissione apposita, possibilmente con sottocommissione per le barbe fluviali.
Poi, naturalmente, i resti dell’artista andrebbero gettati in una discarica per rifiuti pericolosi. La coerenza, quando comincia a camminare, ha spesso gli stivali sporchi.
E non finisce qui. Bisognerebbe andare a Manziana, convocare il consiglio comunale e cancellare la via intestata al pittore russo. Oppure farlo direttamente con un DPCM, così almeno la burocrazia avrebbe il conforto di sentirsi parte dell’arte contemporanea. Poi via le lapidi commemorative al Palazzo Tittoni e a Roma, nel palazzo di via San Claudio, dove il pittore aveva il suo studio.
Dopo di che, rotta su Crema: al museo civico di Crema e del Cremasco bisognerebbe bruciare il dipinto del conte Enrico Martini. Stesso trattamento alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna per il ritratto dello scultore Cincinnato Baruzzi. Stessa sorte alla Pinacoteca di Brera, al Museo teatrale alla Scala e alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, con il ritratto di Ignazio Fumagalli, quello di Giuditta Pasta e l’Odalisca.
Nel frattempo, già che ci siamo, confisca e rogo dei quadri nelle collezioni private di Milano e Roma. E ricordiamo a Zelensky che a Kiev esiste il Museo d’arte russa, dove si trova il ritratto di S. G. Likhonin dello stesso artista. In quel caso, meglio non andare per il sottile: fuoco a tutto il museo. È il bello della coerenza applicata male: a un certo punto non distingue più un quadro da un crimine.
Arte russa, musica e colpa postuma
Lo stesso dovrebbe valere per Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Aleksej Savrasov, Ivan Shishkin, Ilijà Repin, Viktor Vasnetsov, Boris Kustodiev, Vasilij Vereshchagin, Vasilij Kandinskij, Nikolai Fechin, Valentin Aleksandrovič Serov, Vasilij Ivanovič Surikov, Viktor Michajlovič Vasnecov e molti altri. Bisognerebbe setacciare i musei del mondo, dal Louvre al British Museum, ed eliminare ogni traccia d’arte russa.
Perché anche loro, come Tolstoj o Dostoevskij, non hanno preso le distanze da Putin. Poco importa se non lo conoscevano. La colpa postuma è una magnifica invenzione: non richiede prove, solo entusiasmo.
E, già che siamo nella purificazione generale, Henry Loyrette, già direttore del Louvre, dovrebbe forse dimettersi retroattivamente per aver sposato una discendente della contessa russa Sofia Rostopchina, figlia del governatore di Mosca. Il matrimonio, si sa, è una faccenda privata solo finché non serve trasformarlo in capo d’imputazione.
Poi ci sarebbero circa centocinquanta compositori russi di cui distruggere gli spartiti, incluso Sergej Vasil’evič Rachmaninov. Andrebbe vietato ai musicisti del mondo “civile” di eseguire quella musica. Il silenzio, in fondo, è sempre stato il sogno degli intolleranti: non disturba, non contraddice, non suona il pianoforte.
Ci sono anche una trentina di scultori russi famosi da far sparire dalla faccia della terra. Per le statue e i bassorilievi in bronzo bastano una mazza e un forno. Una civiltà può essere lunga da costruire, ma molto rapida da fondere.
Coerenza e censura culturale: il confine con la distruzione
Per coerenza bisognerebbe fare questo. Non credo che la coerenza debba fare i conti con il valore monetario delle opere. Il denaro, del resto, torna sempre fuori da qualche parte: ricostruzioni, investimenti, magari un bel PNRR su misura, con titolo altisonante e allegati incomprensibili.
Ci sono voluti secoli per creare ciò che questi artisti hanno creato. Ma per distruggerlo può bastare un giorno. A volte basta anche una sola parola non detta. Una parola taciuta al momento giusto può avere la forza di una ruspa.
Si pensa che esista un limite alla follia e all’ignoranza. Non è così. L’ignoranza è l’arma di distruzione di massa più letale: non ha bisogno di laboratori, non costa molto e trova sempre qualcuno disposto a maneggiarla senza leggere le istruzioni.
Noi crediamo di avere a che fare con persone. Ma alcuni sembrano congegni programmati per distruggere, attivati da burattinai che conoscono bene una vecchia verità: le macerie durano più delle opere, soprattutto quando sono macerie della cultura.
Oggi non c’è neppure bisogno di bruciare i libri. Sarebbe fatica sprecata. Tanto non li leggerebbe quasi nessuno. Quando serve qualcosa, basta andare su internet: arriva già filtrato, confezionato, pronto per essere creduto da chi non ha più fame di capire.
Identità culturale: ciò che resta di una civiltà
L’Occidente tenta di distruggere la cultura russa. Ma forse la cultura occidentale è già stata distrutta prima. Forse è proprio questa la sua ossessione: cancellare le altre civiltà perché non sopporta più il confronto con ciò che ha perduto.
Le civiltà si distruggono quando si distrugge la loro identità, la loro cultura, i loro ideali. L’Italia i suoi li ha venduti, prostituendosi con aria di rispettabilità, grazie a magnacci e maîtresse di basso livello, e con il contributo finale di una giustizia indecente, che suona sincera come una bestemmia detta al buio.