La gaffe: Boris Giuliano diventa “politico” su una targa a Castellana Sicula

La gaffe: Boris Giuliano diventa “politico” su una targa a Castellana Sicula

Boris Giuliano politico? È la definizione comparsa per anni su una targa di Castellana Sicula dedicata al capo della Squadra Mobile di Palermo ucciso dalla mafia nel 1979. Un errore corretto soltanto nel settembre 2026 che pone una domanda più ampia: cosa accade quando la memoria pubblica conserva un nome, ma perde la storia della persona che dovrebbe ricordare?

La vicenda potrebbe essere liquidata come una gaffe amministrativa. Una parola sbagliata, una segnalazione, la rimozione della ceramica e la promessa di sostituirla. Ma nel caso di Giorgio Boris Giuliano quella parola assume un significato particolare. Perché il nome inciso su un muro non serve soltanto a indicare un indirizzo: racconta, ogni giorno e spesso senza che ce ne accorgiamo, quale storia una comunità ha deciso di tramandare.

A Castellana Sicula, comune delle Madonie in provincia di Palermo, la strada dedicata all’investigatore riportava accanto al suo nome la qualifica di “politico”. La targa risaliva al 2000. Per oltre un quarto di secolo, dunque, bambini, residenti, visitatori e automobilisti hanno potuto leggere una definizione che non corrispondeva alla biografia dell’uomo commemorato.

L’errore è diventato pubblico il 15 settembre 2026, quando Selima Giorgia Giuliano, figlia del dirigente di polizia e soprintendente ai Beni culturali di Palermo, ne è venuta a conoscenza e ha richiamato l’attenzione sul significato di quella descrizione. Il punto, ha spiegato, non era contrapporre il mestiere del poliziotto a quello del politico. Era qualcosa di più elementare e, proprio per questo, più importante: restituire a una persona la propria identità storica.

Boris Giuliano politico? Perché una parola sbagliata non è un dettaglio

La reazione della famiglia contiene una questione che supera il singolo episodio. Una targa commemorativa ha infatti due funzioni. La prima è pratica: permette di identificare una strada. La seconda è culturale: spiega perché quel nome meriti di essere ricordato.

Selima Giuliano lo ha sintetizzato con poche parole: “La memoria non può essere approssimativa. La memoria è anche verità”. Il problema della definizione “politico”, dunque, non consisteva semplicemente in una qualifica inesatta. Trasformava il profilo di un investigatore assassinato da Cosa nostra in quello di una figura appartenente a una storia professionale completamente diversa.

Il Comune è intervenuto rapidamente dopo la segnalazione. La targa è stata rimossa e il sindaco Francesco Calderaro ha inviato una lettera di scuse alla figlia di Giuliano, invitandola anche alla futura ricollocazione. Il primo cittadino ha inoltre riferito che sarebbe stata predisposta una nuova indicazione con un riferimento corretto alla condizione di vittima di mafia.

La velocità con cui l’amministrazione ha rimediato, tuttavia, non cancella l’aspetto forse più interessante dell’intera storia: come ha potuto un errore così evidente attraversare circa ventisei anni senza attirare l’attenzione?

È una domanda che riguarda il modo in cui utilizziamo i simboli della memoria. Le targhe, i monumenti, le lapidi e le intitolazioni finiscono facilmente per diventare parte del paesaggio. Li vediamo così spesso da smettere, paradossalmente, di leggerli. Il nome resta, mentre la conoscenza della persona che quel nome rappresenta può progressivamente indebolirsi.

Il dettaglio rende il caso di Castellana Sicula ancora più significativo: lungo quella strada si trova anche uno degli accessi alla scuola secondaria di primo grado del paese. La targa, quindi, non apparteneva a un angolo dimenticato. Era collocata in uno spazio attraversato quotidianamente anche da studenti. Ed è proprio qui che la differenza tra commemorare e conoscere diventa sostanziale.

Chi era davvero Boris Giuliano, l’investigatore che seguiva i soldi della mafia

Per capire perché quella definizione abbia provocato una reazione così netta bisogna tornare alla storia di Boris Giuliano, una delle figure più importanti della Polizia di Stato nella Palermo degli anni Settanta.

Nato a Piazza Armerina, entrò in Polizia nel 1962 e maturò anche esperienze formative negli Stati Uniti, costruendo rapporti professionali con organismi investigativi americani. Alla guida della Squadra Mobile palermitana sviluppò metodi che, per l’epoca, erano tutt’altro che scontati.

Giuliano aveva compreso che per ricostruire la struttura di Cosa nostra non bastava osservare gli omicidi o arrestare gli esecutori materiali. Occorreva seguire movimenti finanziari, traffici internazionali, collegamenti tra famiglie mafiose e flussi di denaro. Un’impostazione investigativa che negli anni successivi sarebbe diventata centrale nel contrasto alla criminalità organizzata.

Le sue indagini toccarono il narcotraffico tra Sicilia e Stati Uniti, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e gli ambienti collegati a Michele Sindona. La Squadra Mobile raccolse informazioni sui clan, mise in relazione delitti apparentemente separati e individuò depositi utilizzati per custodire armi, esplosivi e droga.

Il metodo basato anche sull’analisi delle tracce economiche anticipava un principio destinato a diventare fondamentale nelle grandi inchieste antimafia: per capire le organizzazioni criminali bisogna ricostruire non soltanto chi spara, ma chi finanzia, acquista, vende, trasferisce e ricicla denaro.

Nel giugno del 1979 le indagini dirette da Giuliano portarono inoltre a risultati rilevanti sul traffico internazionale di eroina verso gli Stati Uniti. La pressione investigativa sui gruppi mafiosi stava diventando sempre più forte.

Poche settimane dopo, il 21 luglio 1979, Giuliano venne assassinato a Palermo. A colpirlo fu Leoluca Bagarella, esponente dei corleonesi. L’investigatore fu raggiunto alle spalle da sette colpi di pistola nei pressi del bar Lux, in via Francesco Paolo Di Blasi. Aveva 48 anni.

Nel 1980 gli venne conferita la Medaglia d’oro al valore civile. Negli anni successivi la giustizia avrebbe ricostruito responsabilità e mandanti dell’omicidio, inserendo la sua morte nel quadro della strategia con cui Cosa nostra eliminò uomini delle istituzioni capaci di avvicinarsi ai suoi interessi più delicati.

Le strade come archivio pubblico: il rischio dell’antimafia senza conoscenza

Una via dedicata a Boris Giuliano non è quindi un semplice omaggio toponomastico. È una piccola parte di quella che potremmo definire geografia civile dell’antimafia: l’insieme di strade, scuole, biblioteche, parchi e luoghi pubblici che portano i nomi delle persone assassinate dalla criminalità organizzata.

Su questo fenomeno esiste anche una specifica letteratura scientifica. Uno studio pubblicato nel 2024 e dedicato proprio alle strade italiane intitolate alle vittime innocenti delle mafie interpreta la toponomastica antimafia come una forma di resistenza civile e di educazione pubblica, capace di contrastare quella che i ricercatori definiscono “amnesia sociale”.

Il concetto aiuta a leggere in maniera differente ciò che è accaduto a Castellana Sicula. Intitolare uno spazio pubblico a una vittima significa impedire che il suo nome scompaia. Ma la memoria funziona davvero soltanto quando il nome continua a essere collegato alla vicenda che lo ha reso significativo.

Altrimenti può verificarsi un paradosso: la persona viene commemorata e contemporaneamente dimenticata. Il nome sopravvive sulla parete, ma la sua identità si sfoca. La targa continua a svolgere la propria funzione amministrativa, mentre perde progressivamente quella educativa.

È un rischio particolarmente evidente quando si parla di mafia. Negli ultimi decenni l’Italia ha costruito un vasto patrimonio di commemorazioni pubbliche. Moltissimi comuni hanno dedicato strade e luoghi a magistrati, agenti, giornalisti, imprenditori e cittadini uccisi dalle organizzazioni criminali. È un risultato importante, perché inserisce quelle storie nella quotidianità.

Ma proprio la diffusione dei simboli rende necessaria una seconda fase: riempirli continuamente di significato. Sapere chi era una persona, cosa aveva fatto, quale lavoro svolgeva e perché fu assassinata impedisce alla memoria di trasformarsi in una formula cerimoniale.

Nel caso di Giuliano, per esempio, definire correttamente la sua professione significa raccontare anche un passaggio decisivo della storia italiana: quello in cui alcuni investigatori iniziarono a comprendere che la mafia siciliana non era soltanto violenza territoriale, ma un’organizzazione con relazioni economiche e traffici internazionali.

Ventisei anni per accorgersi dell’errore: la lezione più scomoda della targa

La parte più sorprendente della storia, alla fine, potrebbe non essere la parola “politico”. Potrebbe essere il tempo trascorso prima che qualcuno la contestasse pubblicamente.

La targa era stata installata nel 2000. È stata rimossa nel settembre del 2026. In mezzo ci sono circa ventisei anni di vita quotidiana: amministrazioni comunali diverse, cittadini, commemorazioni, studenti diretti a scuola, manutenzioni, fotografie e migliaia di passaggi davanti a quel muro.

È difficile stabilire quante persone abbiano effettivamente letto quella definizione e quante, pur notandola, non abbiano riconosciuto l’errore. Ed è proprio questo il dato culturalmente più interessante. La memoria pubblica può diventare invisibile perfino quando è fisicamente davanti ai nostri occhi.

L’episodio non suggerisce necessariamente disinteresse o volontà di cancellazione. Mostra qualcosa di più comune: la forza dell’abitudine. Una volta che un’informazione entra nel paesaggio istituzionale tende ad acquisire automaticamente un’aura di correttezza. Se è scritta su una targa comunale, siamo portati a considerarla attendibile. Il supporto ufficiale finisce per conferire autorevolezza anche all’errore.

Per questo la correzione decisa dal Comune ha un valore che va oltre la sostituzione materiale della ceramica. La nuova targa dovrà restituire a Giuliano il proprio profilo storico, ma l’episodio potrebbe diventare anche un’occasione educativa per il paese.

Non sarebbe paradossale, anzi, spiegare proprio agli studenti che attraversano ogni giorno quella strada perché una parola sbagliata può modificare il modo in cui ricordiamo una persona. Sarebbe forse il modo migliore per trasformare un errore durato decenni in uno strumento di conoscenza.

Perché la memoria antimafia non vive soltanto nei grandi anniversari, nelle cerimonie ufficiali o nei discorsi pronunciati davanti alle autorità. Vive anche nelle cose apparentemente minori: una fotografia correttamente attribuita, una data controllata, una biografia raccontata senza scorciatoie, una targa che dica con precisione chi fosse l’uomo di cui porta il nome.

Boris Giuliano non ha bisogno di una qualifica celebrativa inventata. La sua storia è già sufficientemente forte. Era un poliziotto e un investigatore dello Stato, impegnato a capire una mafia che stava cambiando pelle e dimensione, assassinato mentre quel lavoro iniziava a produrre risultati pericolosi per Cosa nostra.

Forse è questa la lezione lasciata involontariamente dalla targa di Castellana Sicula: ricordare un nome non basta. Bisogna continuare a sapere perché quel nome è lì.

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