Big tech nel mirino: il Digital Markets Act sta cambiando il web?

Big tech nel mirino: il Digital Markets Act sta cambiando il web?

Per alcuni è la prima vera crepa nel dominio delle grandi piattaforme digitali. Per altri, invece, si tratta di un apparato normativo lento, complesso e ancora incapace di incidere davvero sugli equilibri del mercato tecnologico globale. A due anni dall’entrata in vigore del Digital Markets Act, il regolamento europeo nato per limitare il potere dei cosiddetti “gatekeeper”, il dibattito resta apertissimo. E forse è proprio questo il dato più interessante: il DMA continua a dividere istituzioni, imprese, giuristi ed esperti del digitale.

La Commissione europea, almeno ufficialmente, non sembra avere dubbi. Nella prima revisione del regolamento, condensata in un documento di circa quindici pagine, Bruxelles promuove l’impianto normativo e lo definisce “fit for purpose”, cioè adeguato agli obiettivi per cui è stato creato. Tradotto: per ora non servono modifiche legislative sostanziali.

Eppure, dietro questa valutazione positiva, emergono tensioni profonde che raccontano una realtà molto più articolata. Perché il Digital Markets Act non è soltanto una legge sulla concorrenza digitale: è il tentativo europeo di ridefinire i rapporti di forza nell’economia delle piattaforme, entrando in un territorio dove per anni hanno dominato quasi esclusivamente le regole imposte dai colossi tecnologici.

Le prime conseguenze concrete per utenti e piattaforme

Dal marzo 2024, momento in cui il regolamento è diventato operativo, gli utenti europei hanno iniziato a percepire alcuni cambiamenti apparentemente piccoli ma in realtà simbolici.

Chi acquista uno smartphone Android o iPhone, ad esempio, oggi si trova davanti a schermate che consentono di scegliere browser e motori di ricerca alternativi rispetto alle opzioni predefinite. Una modifica che può sembrare marginale, ma che incide direttamente sul controllo esercitato dalle big tech sugli ecosistemi digitali.

Anche Apple ha dovuto aprire, almeno parzialmente, il proprio sistema agli app store di terze parti, superando uno dei pilastri storici del modello chiuso dell’ecosistema iOS. Il risultato è stato immediato: alcuni servizi concorrenti hanno registrato crescite improvvise e inattese.

In Germania, ad esempio, Firefox ha quasi raddoppiato gli utenti giornalieri. Browser alternativi come Brave e Opera hanno invece visto aumentare i download nell’Unione europea di circa il 250 per cento. Numeri che, secondo Bruxelles, dimostrerebbero come la libertà di scelta degli utenti possa produrre effetti reali sul mercato.

Ma la questione centrale è un’altra: questi cambiamenti sono sufficienti per riequilibrare il potere digitale globale oppure rappresentano solo aggiustamenti superficiali?

Le multe miliardarie e lo scontro con le big tech

Il vero banco di prova del DMA è arrivato nel 2025, quando la Commissione europea ha deciso di colpire direttamente due dei principali protagonisti dell’economia digitale mondiale.

Apple è stata sanzionata con una multa da 500 milioni di euro per aver ostacolato gli sviluppatori nella possibilità di indirizzare gli utenti verso sistemi di pagamento esterni e meno costosi rispetto a quelli imposti dall’ecosistema Apple.

Meta, invece, ha ricevuto una sanzione da 200 milioni di euro per il modello “consenso o pagamento”, giudicato incompatibile con la libertà di scelta richiesta dalla normativa europea. Secondo Bruxelles, costringere gli utenti ad accettare la profilazione pubblicitaria oppure a pagare un abbonamento non costituirebbe un consenso realmente libero.

Entrambe le società hanno reagito impugnando i provvedimenti. Ed è proprio qui che emergono alcune delle fragilità del sistema europeo.

Una macchina normativa potente ma lentissima

La relazione della Commissione evidenzia infatti un problema tutt’altro che secondario: le indagini richiedono tempi molto più lunghi rispetto alle previsioni iniziali.

L’obiettivo teorico era concludere le istruttorie entro dodici mesi. Nella pratica, però, i procedimenti starebbero richiedendo circa il doppio del tempo. Un rallentamento dovuto anche alle strategie difensive adottate dai gatekeeper, che utilizzano ricorsi e contenziosi per ritardare l’applicazione concreta degli obblighi previsti dal regolamento.

Il rischio è evidente: una normativa nata per intervenire rapidamente sui mercati digitali potrebbe perdere efficacia proprio a causa della lentezza delle sue procedure.

E nel frattempo il panorama tecnologico continua a trasformarsi a velocità impressionante.

L’intelligenza artificiale è il prossimo terreno di scontro

Quando il DMA è stato progettato, il boom dell’intelligenza artificiale generativa non aveva ancora assunto le dimensioni attuali. Oggi, invece, il dibattito si è già spostato su nuovi interrogativi.

Le piattaforme AI devono essere considerate nuovi gatekeeper? I servizi cloud meritano obblighi specifici? E soprattutto: ha senso applicare regole pensate per motori di ricerca, social network e app store a tecnologie completamente diverse?

Per ora non esiste una risposta definitiva. La Commissione europea preferisce mantenere prudenza e osservare l’evoluzione del mercato prima di ampliare ulteriormente il perimetro normativo. Anche l’ipotesi di imporre obblighi di interoperabilità ai social network è stata giudicata prematura.

Tuttavia, è evidente che il Digital Markets Act rischia di inseguire un ecosistema tecnologico che cambia molto più rapidamente della capacità legislativa europea.

Il rapporto con il Digital Services Act

Il DMA non nasce isolato. Fa parte di una strategia molto più ampia con cui l’Unione europea sta cercando di costruire un nuovo modello di governance digitale.

In questo contesto, il regolamento si integra con il Digital Services Act, creando una struttura normativa che punta contemporaneamente alla concorrenza, alla sicurezza online, alla trasparenza degli algoritmi e alla tutela degli utenti.

Secondo molti osservatori, questa architettura normativa rappresenta un tentativo di costruire nel digitale qualcosa di simile a quanto avvenuto nel tempo con la disciplina della privacy: un sistema progressivamente sempre più organico, costruito attraverso continui adattamenti.

Il problema, però, è che il rischio di iper-regolamentazione resta concreto.

Europa troppo regolatrice? Il confronto con il modello americano

Una delle critiche più frequenti rivolte a Bruxelles riguarda proprio l’eccesso di norme. Soprattutto negli Stati Uniti, molti considerano l’approccio europeo troppo invasivo e potenzialmente dannoso per l’innovazione.

La filosofia americana tende infatti a privilegiare interventi successivi, basati sulle violazioni della concorrenza accertate caso per caso. L’Europa, invece, sceglie una strada diversa: intervenire prima, imponendo regole preventive ai grandi operatori.

Secondo l’avvocato Roberto Sammarchi, tuttavia, ridurre il tema a una semplice contrapposizione tra libertà di mercato e regolazione sarebbe fuorviante. Le norme europee nascerebbero infatti dalla necessità di riequilibrare rapporti di forza fortemente sbilanciati a favore delle piattaforme dominanti.

In questa prospettiva, il DMA non rappresenterebbe un eccesso burocratico, ma un tentativo — certamente imperfetto — di difendere pluralismo, concorrenza e diritti digitali.

La vera sfida: costruire regole che sappiano evolvere

Esiste però anche una critica opposta, meno ideologica e più strutturale. Spesso, infatti, si attribuisce al legislatore il compito impossibile di governare integralmente fenomeni tecnologici che mutano continuamente.

Nessuna norma, da sola, può anticipare tutte le trasformazioni del digitale. Per questo molti esperti ritengono fondamentale rafforzare anche la capacità di autoregolamentazione degli operatori, delle associazioni e delle organizzazioni internazionali.

Secondo Sammarchi, è proprio dall’incontro tra norme tecniche e contributi provenienti “dal basso” che può nascere un sistema davvero efficace. Un modello che richiama il principio europeo di sussidiarietà: l’idea secondo cui le decisioni dovrebbero essere prese al livello più vicino possibile ai cittadini e agli operatori coinvolti.

Ed è forse qui che si gioca la partita più importante del Digital Markets Act. Non tanto nelle singole multe o nelle schermate di scelta del browser, quanto nella capacità dell’Europa di costruire un modello digitale alternativo a quello dominato esclusivamente dalle grandi piattaforme globali.

Perché il vero interrogativo, due anni dopo, non è soltanto se il DMA stia funzionando. Ma se sia davvero possibile regolamentare il potere tecnologico senza rincorrerlo continuamente.

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