La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si apre sotto una pressione che va ben oltre il perimetro estetico. Non è solo una rassegna culturale: è diventata, di fatto, uno specchio delle tensioni globali. E forse anche qualcosa di più. Le parole del presidente Pietrangelo Buttafuoco – «l’arte ha una potenza ancora maggiore di ogni prepotenza» – arrivano in un momento in cui quella stessa arte sembra però costretta a difendersi, più che a esprimersi.
Un’escalation che parte da lontano
Nel giro di poche settimane, la vigilia della Biennale si è trasformata in una sequenza serrata di episodi che raccontano una deriva precisa: l’arte sempre più subordinata alla politica.
Il primo segnale è arrivato da Bruxelles. La Unione Europea ha messo nero su bianco una posizione netta sulla presenza russa, arrivando a evocare il blocco dei finanziamenti – circa due milioni di euro – in caso di mancato allineamento. Una presa di posizione che ha fatto discutere non solo per il merito, ma per il metodo: fino a che punto un’istituzione può incidere su una manifestazione che si definisce autonoma?
A seguire, la decisione della giuria della Biennale di escludere dai premi artisti legati a Russia e Israele. Il riferimento è diretto ai procedimenti avviati dalla Corte penale internazionale nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Una scelta che ha inevitabilmente acceso il dibattito: si giudicano le opere o i contesti politici dei Paesi di provenienza?
Il cortocircuito: arte, diritto e diplomazia
La tensione è salita ulteriormente con le dimissioni della giuria stessa. Alla base, il rischio di azioni legali da parte dell’artista Belu-Simion Fainaru, sostenuto pubblicamente dal suo ministro degli Esteri. Il punto contestato è chiaro: la Biennale, da spazio libero e aperto, sarebbe diventata – secondo questa linea – un’arena ideologica.
Nel tentativo di evitare un vuoto decisionale, gli organizzatori hanno optato per una soluzione inedita: un premio assegnato direttamente dal pubblico. Una scelta che, da un lato, restituisce centralità ai visitatori; dall’altro, certifica una difficoltà strutturale nel mantenere una linea istituzionale coerente.
Nel frattempo, anche sul piano interno italiano non sono mancate frizioni. Il confronto tra il ministro della Cultura e la presidenza della Biennale ha portato all’invio di ispettori ministeriali per verificare la regolarità delle procedure legate alla partecipazione russa. Un intervento che segna un ulteriore livello di interferenza politica.
Le voci degli artisti: una linea che divide
A complicare il quadro, sono arrivate le prese di posizione degli stessi protagonisti della Biennale. Oltre duecento tra artisti e curatori hanno sottoscritto una lettera che chiede coerenza nelle scelte: se nel 2022 la Russia è stata esclusa, gli stessi criteri dovrebbero valere oggi anche per altri Paesi coinvolti in conflitti, inclusi gli Stati Uniti per il ruolo nelle tensioni con l’Iran.
Un secondo appello, firmato da 73 artisti del progetto “In Minor Keys” curato da Koyo Kouoh, introduce un concetto ancora più radicale: esiste una soglia oltre la quale la partecipazione a eventi culturali non può più essere considerata normale.
È qui che emerge il vero nodo: l’arte deve riflettere il mondo o può permettersi di sottrarsi alle sue logiche?
Il precedente storico: quando l’arte è sempre stata sotto pressione
Non è una novità assoluta. Come ricorda la scrittrice Donna Tartt, anche nel Rinascimento artisti come Michelangelo si confrontavano con vincoli, pressioni e censure. Il rapporto tra potere e produzione artistica è una costante storica.
Nel saggio “Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio” di J. F. Martel, si introduce una distinzione cruciale: quella tra arte autentica e “artificio”. Quest’ultimo viene descritto come una costruzione che uniforma, che riduce la complessità, che piega il contenuto a finalità esterne – politiche, economiche o morali.
Applicata al contesto attuale, la riflessione è tutt’altro che teorica.
Arte o artificio: la vera questione in gioco
Il rischio che emerge dalla Biennale 2026 è quello di una progressiva trasformazione dell’arte in strumento. Non più linguaggio libero, ma veicolo di posizionamenti. Non più spazio di ambiguità e interpretazione, ma campo di schieramento.
Eppure, proprio nelle parole di Pietrangelo Buttafuoco si trova una possibile chiave di lettura: l’arte come forza capace di superare la prepotenza. Ma perché questo accada, è necessario che resti tale. Che non venga ridotta a funzione.
La Biennale di Venezia, definita dal New York Times come la più importante esposizione artistica al mondo, si trova oggi davanti a un bivio. Continuare a essere un laboratorio di libertà espressiva oppure diventare, suo malgrado, un riflesso delle dinamiche di potere globali.
Una crisi che va oltre Venezia
Ciò che accade alla Biennale non riguarda solo il mondo dell’arte. È il sintomo di una tensione più ampia, che attraversa istituzioni, società e opinione pubblica. La difficoltà nel definire confini chiari – tra etica e censura, tra responsabilità e libertà – è il vero terreno di scontro.
In questo scenario, l’arte può ancora rappresentare uno spazio di resistenza. Ma solo se riesce a sottrarsi alla logica dell’immediato, alla pressione del consenso, alla tentazione di diventare strumento.
Altrimenti, come suggerisce Martel, non sarà più arte. Sarà solo artificio.