Armi biologiche, la grande minaccia potrebbe non arrivare dall’AI

Armi biologiche, la grande minaccia potrebbe non arrivare dall’AI

La paura delle armi biologiche e dell’intelligenza artificiale rischia di farci guardare nella direzione sbagliata. Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sulla possibilità che sistemi sempre più avanzati possano abbassare le barriere di accesso a conoscenze scientifiche sensibili. È un problema reale, ma potrebbe non essere il punto centrale della questione.

La capacità di manipolare organismi, studiare agenti patogeni e svolgere ricerche biologiche ad alto rischio esiste infatti da molto prima dell’arrivo dei modelli generativi.

È questa la prospettiva più scomoda emersa anche dal lavoro della giornalista americana Annie Jacobsen, autrice di Biological War: A Scenario, pubblicato nell’estate del 2026 dopo il successo del precedente Nuclear War: A Scenario. La sua tesi non è che l’intelligenza artificiale sia irrilevante. Al contrario: può diventare un potente acceleratore. Ma concentrare tutto il dibattito sull’AI rischia di nascondere una vulnerabilità molto più antica, costruita nel corso di decenni di progresso scientifico.

Armi biologiche e intelligenza artificiale: l’AI non è l’origine del problema

Il punto di partenza è il carattere dual use delle moderne biotecnologie. Le stesse conoscenze che permettono di sviluppare vaccini, terapie e strumenti diagnostici possono avere applicazioni completamente differenti se utilizzate con finalità ostili. Non si tratta di una contraddizione marginale, ma di una caratteristica strutturale della ricerca biologica contemporanea.

Una tecnologia può essere progettata per comprendere meglio il comportamento di una malattia e, nello stesso tempo, generare informazioni che richiedono particolare cautela. Il confine tra ricerca utile e rischio non coincide quindi con la tecnologia stessa, ma dipende da intenzione, procedure, supervisione e capacità delle istituzioni di prevenire abusi o incidenti.

L’AI aggiunge una nuova variabile perché può velocizzare l’analisi di enormi quantità di dati, individuare correlazioni, formulare ipotesi e assistere i ricercatori. Ma non ha creato dal nulla questo ecosistema. Semmai sta entrando in un settore già caratterizzato da una crescente capacità tecnica e da una governance internazionale che fatica a evolvere alla stessa velocità.

Più di 3.600 laboratori ad alto contenimento nel mondo

Uno dei dati che aiuta a comprendere la dimensione del fenomeno riguarda la diffusione delle strutture ad alta sicurezza. Uno studio internazionale pubblicato nel 2025 ha individuato 3.515 laboratori classificati BSL-3 e 110 BSL-4 distribuiti nel mondo.

I primi sono progettati per lavorare con agenti biologici che possono provocare malattie gravi e richiedono misure elevate di contenimento. Le strutture BSL-4 rappresentano invece il livello massimo di biosicurezza, destinato alle attività che coinvolgono alcuni degli agenti più pericolosi conosciuti.

La loro esistenza, naturalmente, non costituisce di per sé una minaccia. Al contrario, questi centri sono indispensabili per studiare malattie infettive, sviluppare contromisure mediche e preparare risposte alle epidemie. Il problema nasce dalla combinazione di tre fattori: crescita del numero delle strutture, disomogeneità dei controlli e assenza di standard realmente uniformi tra gli Stati.

Lo stesso studio ha evidenziato un dato particolarmente significativo: nella grande maggioranza dei Paesi che dispongono di almeno un laboratorio BSL-3 mancano ancora sistemi completi di supervisione specificamente dedicati alla ricerca dual use. Non significa che queste strutture siano prive di regole, ma mostra quanto il livello di governance possa cambiare da una giurisdizione all’altra.

Il rischio che si sottovaluta di più potrebbe essere l’errore umano

Nell’immaginario collettivo una guerra biologica nasce da un aggressore che decide deliberatamente di liberare un agente pericoloso. È lo scenario cinematografico: un’organizzazione terroristica, un programma militare clandestino, uno Stato ostile. Ma c’è un secondo rischio molto meno spettacolare e probabilmente più difficile da eliminare: l’incidente.

Quanto più aumentano le attività condotte su organismi pericolosi, tanto più diventa importante considerare non soltanto le intenzioni, ma la possibilità di errori, malfunzionamenti, violazioni delle procedure o comportamenti imprevedibili. Nessun sistema complesso può essere pensato partendo dall’assunto che ogni essere umano agirà sempre correttamente.

È anche per questo che la biosecurity moderna non coincide più semplicemente con porte blindate, tute protettive e sistemi di filtrazione. Significa creare una cultura organizzativa in cui formazione, responsabilità, gestione delle informazioni, controlli sugli accessi e valutazione dei rischi siano parte dello stesso sistema.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato nel 2024 le proprie indicazioni sulla sicurezza biologica includendo esplicitamente anche le nuove tecnologie, la cybersecurity, la protezione delle informazioni e l’intelligenza artificiale. Un segnale evidente di come il rischio biologico non possa più essere confinato all’interno delle mura di un laboratorio.

Quando l’AI incontra una scienza già potentissima

Le preoccupazioni sull’intelligenza artificiale non sono comunque teoriche. Nel settembre 2026 Anthropic ha pubblicato un rapporto dedicato agli utilizzi impropri dei propri sistemi, descrivendo diversi casi in cui ricercatori avevano cercato assistenza su attività biologiche considerate ad alto rischio. L’azienda ha dichiarato di aver bloccato le richieste e disabilitato gli account coinvolti.

L’episodio è significativo soprattutto per ciò che racconta sul futuro. I modelli linguistici stanno progressivamente entrando nei laboratori scientifici, non soltanto come strumenti per scrivere testi o cercare informazioni, ma come assistenti capaci di analizzare dataset e proporre piste di ricerca.

Nello stesso settembre Anthropic ha annunciato che gruppi di agenti basati su Claude avevano contribuito all’individuazione, all’interno di grandi database genomici, di un sistema enzimatico con caratteristiche considerate interessanti dai ricercatori. La scoperta richiede ancora verifiche sperimentali e diversi scienziati hanno invitato alla prudenza, ma il passaggio è comunque importante: mostra quanto rapidamente AI e biologia stiano convergendo.

Ed è qui che cambia la domanda. Non più soltanto “un’intelligenza artificiale può diventare pericolosa?”, ma “quanto siamo preparati quando uno strumento capace di accelerare la ricerca entra in un settore dove esistono già rischi difficili da controllare?”.

Il vero problema è la distanza tra innovazione e regole

La questione diventa ancora più evidente osservando l’architettura internazionale costruita contro le armi biologiche. La Biological Weapons Convention, entrata in vigore nel 1975, rappresenta il pilastro giuridico del divieto e conta ormai 190 Stati parte. Ha avuto un ruolo fondamentale nel consolidare una norma internazionale: le armi biologiche non sono uno strumento legittimo di guerra.

Ma il trattato presenta una debolezza che da decenni alimenta il dibattito diplomatico: non dispone di un vero sistema internazionale vincolante di verifica paragonabile a quelli esistenti in altri ambiti del controllo degli armamenti.

Gli Stati possono adottare misure di trasparenza, scambiarsi informazioni e presentare rapporti, mentre le Nazioni Unite dispongono di uno strumento per indagare sulle accuse di utilizzo di armi biologiche. Manca però un organismo internazionale permanente con poteri comparabili a quelli disponibili nel settore delle armi chimiche.

Questa asimmetria diventa sempre più evidente mentre la scienza procede rapidamente. Oggi un laboratorio civile, un’università, un’azienda biotecnologica e un centro di ricerca militare possono utilizzare strumenti scientifici in parte sovrapponibili. Stabilire dove finisca una ricerca legittima e dove inizi un programma problematico non è sempre immediato.

La tecnologia corre, ma la fragilità è soprattutto politica

Il lavoro di Annie Jacobsen porta questa contraddizione all’estremo immaginando una crisi biologica capace di trasformarsi rapidamente in un’emergenza globale. Nel suo scenario non è soltanto la malattia a rappresentare il pericolo. A cedere progressivamente sono anche ospedali, infrastrutture, catene logistiche, istituzioni e fiducia pubblica.

È probabilmente questo il punto più interessante al di là della dimensione narrativa. Una grande emergenza biologica sarebbe innanzitutto una prova di tenuta dello Stato e della società. La disponibilità di farmaci, personale sanitario e dispositivi di protezione sarebbe soltanto una parte della risposta. Servirebbero comunicazioni credibili, continuità amministrativa, cooperazione internazionale e capacità di impedire che paura e disinformazione moltiplichino gli effetti dell’emergenza.

La pandemia di Covid-19 ha già mostrato quanto una crisi sanitaria possa diventare simultaneamente economica, sociale, politica e informativa. Un evento deliberato o provocato da un agente più difficile da contenere aggraverebbe ulteriormente questa interdipendenza.

Per questo parlare esclusivamente di laboratori o di algoritmi rischia di essere riduttivo. Il sistema realmente sotto esame è quello che collega ricerca scientifica, sicurezza nazionale, sanità pubblica e cooperazione tra governi.

La domanda non è se fermare la scienza, ma come governarla

Bloccare la ricerca biologica non sarebbe né realistico né auspicabile. Gli stessi strumenti che generano preoccupazioni sono fondamentali per comprendere nuovi virus, sviluppare farmaci, migliorare i vaccini e rispondere più rapidamente alle future epidemie. Anche l’intelligenza artificiale potrebbe diventare una risorsa decisiva per individuare minacce e accelerare la progettazione delle contromisure.

La vera sfida riguarda quindi la governance. Significa decidere quali esperimenti richiedano controlli più severi, quali informazioni possano essere condivise liberamente, quali debbano essere protette e quali strumenti internazionali possano aumentare la trasparenza senza bloccare la ricerca scientifica.

È un equilibrio difficile, perché la stessa conoscenza può proteggere oppure mettere a rischio. È precisamente questo il significato del dual use.

Il paradosso finale è che l’intelligenza artificiale potrebbe essere contemporaneamente parte del problema e parte della soluzione. Può aumentare la velocità della scoperta scientifica, ma può anche essere impiegata per migliorare i controlli, individuare anomalie, rafforzare la sorveglianza epidemiologica e aiutare gli Stati a gestire sistemi di biosecurity sempre più complessi.

Il futuro biologico si decide prima dell’emergenza

Il rischio più grande sarebbe attendere la prossima crisi per costruire le difese. È una dinamica già vista molte volte: grandi investimenti durante un’emergenza, seguiti da una progressiva perdita di attenzione quando la percezione del pericolo diminuisce.

Ma una minaccia biologica ha una caratteristica che la distingue da molte altre forme di rischio strategico. Quando diventa visibile, potrebbe essere già in movimento. Non produce necessariamente un’esplosione, non lascia immediatamente una firma riconoscibile e può confondersi, nelle prime fasi, con un normale evento epidemiologico.

È anche per questo che la discussione sulle armi biologiche non dovrebbe trasformarsi nell’ennesimo racconto apocalittico sull’intelligenza artificiale. La questione precede l’AI e probabilmente le sopravviverebbe. Riguarda il modo in cui una civiltà tecnologicamente avanzata decide di gestire conoscenze sempre più potenti.

La lezione più inquietante non è quindi che una macchina potrebbe un giorno insegnarci qualcosa di pericoloso. È che molto di ciò che temiamo sappiamo già farlo da soli. E mentre la tecnologia continua ad avanzare, la sicurezza dipenderà soprattutto dalla capacità delle istituzioni di avanzare insieme a lei.

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