Adozioni internazionali in Italia, il declino continua: meno bambini trovano una famiglia e cresce il timore di un sistema destinato a svuotarsi.
Non è soltanto una questione di numeri. Dietro ogni pratica di adozione che non si conclude c’è un bambino che continua a vivere senza una famiglia stabile e una coppia che vede allontanarsi un progetto di vita. I dati diffusi dalla Commissione per le Adozioni Internazionali sul primo semestre del 2026 fotografano una realtà che preoccupa operatori, associazioni e famiglie adottive: le adozioni internazionali concluse in Italia sono state 217, contro le 242 registrate nello stesso periodo dell’anno precedente. Una riduzione che, osservata isolatamente, potrebbe sembrare contenuta, ma che inserita nella prospettiva degli ultimi anni racconta una storia ben diversa.
Il fenomeno, infatti, continua a seguire una traiettoria discendente che sembra non conoscere inversioni di tendenza. E proprio questa continuità alimenta il timore che il sistema delle adozioni internazionali possa progressivamente perdere centralità fino a diventare marginale. Un rischio che, secondo molti osservatori, riguarda non solo le famiglie italiane, ma soprattutto migliaia di minori che attendono una collocazione definitiva.
Un calo che dura da anni e che non può più essere considerato fisiologico
I dati ufficiali parlano di una diminuzione di circa il 10,3% rispetto al primo semestre del 2025. La Commissione per le Adozioni Internazionali descrive il quadro come “dinamico”, sottolineando che alcuni Paesi, come Colombia e Sierra Leone, hanno registrato una ripresa, mentre altri tradizionalmente molto rilevanti, come India e Ungheria, hanno visto diminuire le procedure concluse. :contentReference[oaicite:0]{index=0}
Ma il punto, secondo chi vive il mondo delle adozioni ogni giorno, non è tanto la variazione annuale quanto la tendenza di lungo periodo. Negli ultimi dieci anni il numero delle adozioni internazionali si è ridotto drasticamente. In Lombardia, ad esempio, si è passati dai circa 370 minori adottati nel 2016 ai 97 registrati nel 2025, un ridimensionamento che rende evidente quanto il fenomeno si sia progressivamente contratto.
Per Fabio Selini, divulgatore e padre adottivo, limitarsi a commentare il lieve arretramento dell’ultimo semestre rischia di distogliere l’attenzione dal vero problema. Dietro quei 25 bambini in meno accolti da una famiglia non ci sono semplici statistiche, ma storie che non hanno trovato un nuovo inizio.
Le cause sono molteplici e riguardano l’intero sistema
Attribuire il fenomeno esclusivamente alla diminuzione dei Paesi disponibili alle adozioni internazionali sarebbe una semplificazione. Certamente negli ultimi anni molti Stati hanno modificato le proprie normative, privilegiando soluzioni interne o restringendo fortemente le possibilità di affidamento all’estero. Tuttavia questa spiegazione, da sola, non basta.
Secondo numerosi operatori del settore, l’Italia continua a rappresentare uno dei Paesi europei più attivi nell’adozione internazionale, ma il contesto è profondamente cambiato. I bambini che arrivano oggi sono mediamente più grandi rispetto al passato e presentano con maggiore frequenza bisogni sanitari, psicologici o relazionali complessi. Questo richiede un accompagnamento molto più strutturato rispetto a quello necessario anche solo dieci o quindici anni fa.
È proprio su questo punto che emergono le principali criticità. Le famiglie lamentano percorsi spesso lasciati alla buona volontà dei singoli servizi territoriali, con differenze marcate tra una regione e l’altra. In molti casi manca una rete multidisciplinare in grado di sostenere i genitori durante l’inserimento del minore, fase particolarmente delicata per l’equilibrio dell’intero nucleo familiare.
Famiglie sempre più sole davanti alle difficoltà
Adottare un bambino non significa semplicemente completare un iter amministrativo. Significa affrontare un percorso fatto di cambiamenti, adattamento reciproco e costruzione graduale di un legame affettivo. Quando il minore porta con sé esperienze traumatiche, lunghi periodi di istituzionalizzazione o vissuti di abbandono, il sostegno psicologico e sociale diventa essenziale.
Eppure proprio questo supporto, secondo molte testimonianze, risulta spesso insufficiente. I servizi territoriali non sempre dispongono di personale formato specificamente sull’adozione internazionale, mentre le famiglie denunciano percorsi di accompagnamento limitati nel tempo o assenti una volta concluso l’iter formale.
Il risultato è che numerosi genitori si trovano ad affrontare situazioni complesse facendo affidamento soprattutto sulle associazioni di settore o sulle reti informali create tra famiglie adottive.
Anche i costi rappresentano un ostacolo crescente
Tra gli elementi che contribuiscono alla contrazione delle adozioni c’è anche il peso economico. Le procedure internazionali comportano spese rilevanti, tra documentazione, traduzioni, viaggi, permanenze all’estero e attività svolte dagli enti autorizzati. Sebbene siano previsti meccanismi di rimborso per una parte delle spese sostenute, molte coppie continuano a considerare il costo complessivo un elemento di forte criticità.
In un periodo caratterizzato dall’aumento del costo della vita e da una diffusa incertezza economica, anche questo fattore finisce inevitabilmente per incidere sulle decisioni delle famiglie interessate.
Un tema quasi scomparso dal dibattito pubblico
Accanto alle difficoltà organizzative emerge un altro elemento meno visibile ma altrettanto significativo: l’adozione internazionale sembra essere uscita progressivamente dal confronto politico e culturale.
Negli ultimi anni il tema è stato raramente al centro dell’agenda istituzionale o del dibattito mediatico, nonostante riguardi direttamente il diritto dei minori a crescere in un ambiente familiare. La sensibilizzazione pubblica appare limitata e le campagne informative sono sempre meno frequenti rispetto al passato.
Questa minore attenzione produce effetti anche sul numero delle coppie che scelgono di intraprendere il percorso adottivo. L’adozione internazionale è oggi percepita da molti come un iter estremamente lungo, costoso e complesso, spesso accompagnato da racconti che enfatizzano le difficoltà senza spiegare adeguatamente il valore sociale e umano di questa scelta.
La sfida riguarda il futuro delle politiche per l’infanzia
Il progressivo ridimensionamento delle adozioni internazionali apre interrogativi che vanno oltre il singolo istituto giuridico. La questione riguarda il modo in cui uno Stato sceglie di investire nelle politiche dedicate all’infanzia, nella formazione degli operatori e nella capacità di costruire reti di sostegno realmente efficaci.
Per gli esperti non basta limitarsi a monitorare l’andamento statistico anno dopo anno. Occorre interrogarsi sulle ragioni profonde che stanno trasformando il sistema e sulle possibili risposte. Rafforzare i servizi, migliorare la preparazione degli operatori, sostenere economicamente le famiglie e promuovere una nuova cultura dell’adozione potrebbero rappresentare alcuni dei passaggi necessari per invertire una tendenza ormai consolidata.
La stessa Commissione per le Adozioni Internazionali evidenzia come il quadro internazionale sia in continua evoluzione, con alcuni segnali positivi provenienti da specifici Paesi, ma anche con persistenti criticità che richiedono attenzione costante.
La vera emergenza non sono le statistiche, ma i bambini che aspettano
Ridurre il dibattito a una variazione percentuale rischia di far perdere di vista il significato reale dei dati. Ogni adozione rappresenta infatti un progetto di vita che prende forma e, soprattutto, un bambino che trova una famiglia definitiva.
Se il trend negativo dovesse proseguire anche nei prossimi anni, il rischio non sarebbe soltanto quello di assistere a una progressiva riduzione delle procedure internazionali. La conseguenza più profonda sarebbe la perdita di uno strumento che, pur con tutte le sue complessità, continua a offrire una risposta concreta a minori che non possono trovare una famiglia nel proprio Paese di origine.
È per questo che il dibattito sulle adozioni internazionali merita di tornare al centro delle politiche pubbliche. Non tanto per difendere un modello organizzativo, quanto per riaffermare un principio che rimane immutato: ogni bambino ha diritto a crescere in una famiglia quando quella d’origine non è più in grado di garantirgli protezione, stabilità e futuro.