Il calendario dei riscaldamenti 2026-2027 cambia da città a città. Sei zone climatiche stabiliscono quando accendere i termosifoni, ma le ordinanze comunali possono modificare date, temperature e orari. Roma e Milano ne sono la dimostrazione.
In Italia anche il freddo segue un regolamento. E non sempre quello che vale a Milano vale a Roma, a Napoli o perfino nel Comune a pochi chilometri da casa. L’accensione riscaldamenti 2026 2027 segue un calendario nazionale articolato in sei zone climatiche, ma le amministrazioni locali possono intervenire con disposizioni differenti. Il risultato è una penisola nella quale i termosifoni si accendono in momenti diversi, con limiti che cambiano a seconda del territorio.
Per orientarsi non basta sapere in quale regione si vive. Occorre conoscere la classificazione climatica del proprio Comune, verificare eventuali ordinanze e distinguere tra impianti autonomi e centralizzati. Una questione che sembra riguardare soltanto il comfort domestico, ma coinvolge consumi energetici, spese familiari e qualità dell’aria.
La stagione 2026-2027 offre già due esempi significativi: Roma ha posticipato l’accensione al 15 novembre, mentre Milano ha introdotto orari ridotti rispetto al calendario ordinario. Due decisioni diverse che raccontano quanto possa pesare l’autonomia delle amministrazioni nella gestione del riscaldamento.
Accensione riscaldamenti 2026-2027: la mappa delle sei zone climatiche
Il territorio italiano è suddiviso in sei fasce, identificate dalle lettere A, B, C, D, E e F. Non si tratta di una ripartizione regionale: il criterio utilizzato dalla normativa è il fabbisogno di riscaldamento legato alle condizioni climatiche locali.
La zona A comprende le località con gli inverni mediamente più miti, mentre la F raccoglie quelle dove le temperature richiedono un utilizzo più prolungato degli impianti. Tra i due estremi si collocano le altre quattro categorie, ciascuna con un proprio calendario.
Ecco la mappa dell’accensione dei termosifoni 2026-2027 secondo le disposizioni nazionali ordinarie del DPR 74/2013, prima delle eventuali modifiche comunali.
| Zona climatica |
Città e località di esempio |
Accensione |
Spegnimento |
Ore massime giornaliere |
| A |
Lampedusa, Porto Empedocle |
1 dicembre 2026 |
15 marzo 2027 |
6 ore |
| B |
Palermo, Catania, Messina, Reggio Calabria |
1 dicembre 2026 |
31 marzo 2027 |
8 ore |
| C |
Napoli, Bari, Lecce, Cagliari |
15 novembre 2026 |
31 marzo 2027 |
10 ore |
| D |
Roma, Firenze, Genova, Ancona |
1 novembre 2026 |
15 aprile 2027 |
12 ore |
| E |
Milano, Torino, Bologna, Venezia |
15 ottobre 2026 |
15 aprile 2027 |
14 ore |
| F |
Località alpine e montane con oltre 3.000 gradi giorno |
Nessun limite |
Nessun limite |
Nessun limite |
Attenzione: la tabella rappresenta il calendario nazionale di riferimento. Le date e gli orari effettivi possono cambiare in presenza di ordinanze locali. Per esempio, Roma e Milano applicano limitazioni specifiche per la stagione 2026-2027.
Il quadro mostra una prima particolarità: mentre in alcune località siciliane bisogna attendere dicembre, nei territori montani più freddi non esiste un periodo obbligatorio di spegnimento. La differenza non dipende da una scelta discrezionale dei residenti, ma da una classificazione introdotta per adeguare l’utilizzo degli impianti alle condizioni del territorio.
Perché due Comuni vicini possono avere regole diverse? Il segreto dei gradi giorno
La normativa italiana utilizza un indicatore poco conosciuto, ma decisivo: i gradi giorno. Si tratta di un valore che permette di stimare quanto sia necessario riscaldare gli edifici in una determinata località.
Il principio è relativamente semplice. Si considera una temperatura interna convenzionale di 20°C e si calcola, per ciascuna giornata del periodo di riferimento, la differenza positiva rispetto alla temperatura media esterna. Sommando questi valori si ottiene l’indice climatico.
Per esempio, se in una giornata la temperatura media esterna è di 10°C, il contributo al calcolo è pari a 10 gradi giorno. Se all’esterno si registrano mediamente 15°C, il contributo scende a cinque. Il dato complessivo convenzionale consente di classificare la località.
Le soglie nazionali sono precise: fino a 600 gradi giorno si rientra nella zona A; da 601 a 900 nella B; da 901 a 1.400 nella C; da 1.401 a 2.100 nella D; da 2.101 a 3.000 nella E. Oltre quota 3.000 si entra nella zona F.
Questo spiega perché non esiste una semplice divisione tra Nord e Sud. L’altitudine, le caratteristiche del territorio e il clima locale possono creare differenze notevoli anche all’interno della stessa provincia.
Un caso interessante arriva dalla Sicilia. Lampedusa e Porto Empedocle appartengono alla fascia A, mentre Agrigento ricade nella B. Nella stessa provincia si trovano anche Comuni classificati C e D. Distanze relativamente contenute possono dunque corrispondere a esigenze termiche molto diverse.
Il calendario del riscaldamento racconta così una geografia italiana più complessa di quella che normalmente compare sulle carte meteorologiche.
Roma cambia calendario: termosifoni dal 15 novembre e non dal primo del mese
La Capitale rappresenta uno dei casi più significativi della stagione invernale 2026-2027. Roma appartiene alla zona climatica D, che normalmente consente di utilizzare gli impianti dal 1° novembre al 15 aprile, per un massimo di dodici ore quotidiane.
Il Comune ha però scelto una disciplina più restrittiva.
Con l’ordinanza sindacale numero 145 del 29 ottobre 2026, l’amministrazione guidata da Roberto Gualtieri ha stabilito che i riscaldamenti potranno funzionare dal 15 novembre 2026 all’8 aprile 2027.
Non cambia soltanto il periodo. La durata massima giornaliera scende a 11 ore, da distribuire ordinariamente nell’intervallo tra le 5 del mattino e le 23.
Per le abitazioni e gli altri edifici non industriali la temperatura di riferimento viene fissata a 19°C, con una tolleranza di 2°C. Negli immobili destinati ad attività industriali e artigianali il limite è invece di 17°C, sempre con due gradi di tolleranza.
La decisione significa, rispetto al calendario ordinario della zona D, iniziare due settimane più tardi, terminare sette giorni prima e ridurre di un’ora il funzionamento quotidiano.
Non è una modifica trascurabile per una città dove convivono grandi condomini con riscaldamento centralizzato, abitazioni con caldaia autonoma ed edifici dalle prestazioni energetiche molto differenti.
La misura punta a contenere consumi ed emissioni, ma introduce anche una questione concreta: la stessa temperatura impostata sul termostato non garantisce lo stesso benessere in tutte le case. Chi vive in un appartamento ben isolato può conservare il calore più a lungo rispetto a chi abita in un immobile caratterizzato da forti dispersioni.
Milano ha già acceso i termosifoni, ma nel 2026-2027 cambiano gli orari
A Milano il quadro è differente. La città appartiene alla zona E, dove il calendario ordinario permette l’accensione dal 15 ottobre al 15 aprile, fino a 14 ore al giorno.
Anche l’amministrazione milanese è intervenuta con un provvedimento specifico. L’ordinanza numero 57 del 9 ottobre 2026 ha introdotto una disciplina suddivisa in due fasi.
Dal 15 al 30 ottobre 2026 gli impianti potevano rimanere accesi per un massimo di otto ore quotidiane. Dal 31 ottobre 2026 al 15 aprile 2027 il limite passa a 13 ore giornaliere, anziché le quattordici previste dalla disciplina nazionale ordinaria.
Anche qui viene applicata una riduzione della temperatura di riferimento nelle abitazioni, fissata a 19°C con una tolleranza di due gradi.
La motivazione ambientale assume particolare rilievo in una città inserita nel bacino padano, dove durante la stagione fredda le condizioni atmosferiche possono favorire l’accumulo degli inquinanti.
Il confronto con Roma è istruttivo. Entrambe le amministrazioni intervengono su tempi e temperature, ma adottano soluzioni differenti perché partono da condizioni climatiche e calendari diversi.
Non esiste quindi un’unica data nazionale effettiva valida indistintamente per tutti i cittadini. Esiste una disciplina generale, sulla quale possono innestarsi decisioni territoriali.
Chi decide gli orari in condominio e cosa cambia per le caldaie autonome?
Un dubbio ricorrente riguarda la gestione degli impianti. Se il Comune autorizza dodici ore di riscaldamento, significa che ogni condominio deve tenere i termosifoni accesi per dodici ore?
La risposta è no. La durata indicata dalla normativa rappresenta un limite massimo, non un obbligo di funzionamento continuativo.
Negli edifici con impianto centralizzato, la programmazione concreta viene organizzata secondo le decisioni condominiali e le responsabilità previste per la gestione dell’impianto, rispettando i vincoli applicabili.
Le ore consentite possono essere distribuite in più intervalli, generalmente nella fascia compresa tra le 5 e le 23, salvo le eccezioni previste dalla normativa.
Per esempio, un condominio potrebbe scegliere di riscaldare maggiormente gli appartamenti nelle prime ore del mattino e alla sera, quando i residenti sono più spesso presenti.
Chi dispone di una caldaia autonoma ha una maggiore libertà nella programmazione domestica, ma non è automaticamente esonerato dalle disposizioni comunali.
Esistono tuttavia deroghe tecniche che riguardano alcune tipologie di impianto, tra cui sistemi dotati di specifici dispositivi di termoregolazione, contabilizzazione individuale o determinate tecnologie di climatizzazione. Le condizioni vanno verificate caso per caso.
Un’altra distinzione importante riguarda l’acqua calda sanitaria: i limiti stagionali per il riscaldamento degli ambienti non implicano che debba essere interrotta anche la produzione di acqua calda per lavarsi o per gli altri utilizzi domestici.
Quanto si risparmia davvero? Il dato ENEA che cambia la prospettiva
Dietro il calendario si nasconde una partita economica considerevole. Modificare la temperatura domestica o ridurre il funzionamento degli impianti può influire sulle bollette, ma l’entità del beneficio dipende anche dall’efficienza dell’edificio.
In un approfondimento pubblicato il 22 ottobre 2026, ENEA ha presentato una valutazione sulle possibili riduzioni dei consumi di gas nel settore residenziale italiano.
Secondo lo studio, riproporre un insieme di misure analoghe a quelle adottate durante la crisi energetica del 2022 potrebbe consentire un risparmio stimato di 0,8 miliardi di metri cubi standard di gas rispetto al 2025.
Lo scenario considera tre interventi combinati: quindici giorni in meno di riscaldamento, un’ora quotidiana di funzionamento in meno e una riduzione di un grado della temperatura interna. Si tratta di una stima riferita all’applicazione di queste misure, non di un risparmio già conseguito né di un nuovo calendario uniforme imposto a tutta Italia.
Nicolandrea Calabrese, responsabile del Laboratorio ENEA di Efficienza energetica negli edifici e sviluppo urbano, ha evidenziato che abbassare di un grado la temperatura può far risparmiare fino al 10% del combustibile utilizzato per il riscaldamento.
Il dato è interessante, ma richiede una precisazione. Non significa che ogni famiglia vedrà automaticamente diminuire la bolletta nella stessa proporzione: incidono il clima, le tariffe, le abitudini domestiche e soprattutto le caratteristiche dell’immobile.
Lo stesso Calabrese richiama infatti la necessità di interventi strutturali, come il miglioramento dell’isolamento e la sostituzione degli apparecchi più obsoleti, per ottenere benefici duraturi.
Ed è qui che emerge il limite di una politica fondata esclusivamente sull’orologio. Ridurre le ore di riscaldamento può contenere i consumi, ma non elimina le inefficienze di una casa che disperde rapidamente il calore prodotto.
La temperatura sul termostato non racconta tutto: perché alcune case restano fredde
C’è un altro aspetto, spesso trascurato nelle discussioni sull’accensione dei termosifoni: la differenza tra temperatura dell’aria e benessere percepito.
ENEA ricorda che il comfort termico dipende anche dalla temperatura delle superfici interne, dall’umidità e dalla presenza di correnti d’aria.
In un appartamento con pareti fredde o finestre poco isolanti, una temperatura interna apparentemente adeguata potrebbe non essere sufficiente a garantire una sensazione di comfort. In un edificio efficiente, invece, il calore viene trattenuto più facilmente.
Tra le accortezze consigliate rientrano l’utilizzo corretto delle valvole termostatiche, la programmazione degli orari, la riduzione delle dispersioni attraverso le finestre e l’attenzione a non ostacolare i radiatori con mobili o tende.
Il tema assume un significato sociale oltre che ambientale. Una famiglia che vive in un alloggio scarsamente isolato può avere maggiori difficoltà a contenere i costi senza sacrificare il comfort, anche rispettando tutte le indicazioni sul risparmio energetico.
Il vero divario, dunque, non passa soltanto tra città calde e città fredde, ma anche tra abitazioni efficienti e immobili energivori.
Si possono accendere i termosifoni prima della data prevista?
Il calendario ordinario non è completamente rigido. Il DPR 74/2013 contempla la possibilità di attivare gli impianti fuori dai periodi stabiliti quando particolari condizioni climatiche lo giustificano.
In questi casi, in assenza di differenti disposizioni applicabili, il funzionamento deve essere limitato a una durata non superiore alla metà di quella ordinariamente consentita.
Le autorità locali possono inoltre intervenire attraverso provvedimenti motivati, modificando le condizioni di esercizio.
Esistono poi categorie di edifici per le quali la normativa prevede esclusioni dai normali limiti di periodo e durata. Tra queste figurano ospedali, cliniche, strutture di cura, asili nido e scuole dell’infanzia, oltre ad alcune altre destinazioni particolari.
Non bisogna però confondere queste eccezioni con un’autorizzazione indiscriminata. Le deroghe dipendono dai requisiti normativi e tecnici e, quando necessario, dalle disposizioni territoriali.
Come sapere quando accendere il riscaldamento nel proprio Comune
La soluzione più affidabile è verificare tre informazioni: la zona climatica del Comune, il calendario nazionale corrispondente e l’eventuale presenza di un’ordinanza locale per il 2026-2027.
La classificazione ufficiale discende dal DPR 412/1993 e dai suoi successivi aggiornamenti. Il riferimento generale sui periodi e sulla durata di utilizzo degli impianti è invece il DPR 74/2013.
Per conoscere eventuali modifiche, il cittadino deve consultare le comunicazioni del proprio Comune e, in presenza di un impianto centralizzato, verificare la programmazione predisposta dall’amministratore condominiale.
Questa verifica è particolarmente importante nelle settimane di passaggio tra autunno e inverno, quando un abbassamento improvviso delle temperature può rendere necessari provvedimenti temporanei.
La stagione 2026-2027 dimostra che la mappa dei riscaldamenti italiani non coincide con un calendario stampato una volta per tutte. Le sei fasce climatiche ne costituiscono la struttura, ma sono le condizioni territoriali e le scelte amministrative a determinarne l’applicazione concreta.
Tra ordinanze comunali, consumi energetici e differenze nella qualità degli edifici, la domanda iniziale cambia significato. Non si tratta soltanto di sapere quando sia consentito accendere i termosifoni. Diventa altrettanto importante capire quanto calore serve davvero, quanto costa produrlo e quanto ne viene disperso inutilmente.
Domande frequenti sull’accensione dei riscaldamenti 2026-2027
Quando si accendono i termosifoni a Roma nel 2026?
A Roma l’accensione è prevista dal 15 novembre 2026 all’8 aprile 2027, secondo l’ordinanza comunale numero 145 del 29 ottobre 2026. Il limite ordinario è di 11 ore giornaliere, con temperatura di riferimento di 19°C e tolleranza di 2°C nelle abitazioni.
Quando si spengono i riscaldamenti nel 2027?
Dipende dalla zona climatica e dalle disposizioni locali. Il calendario nazionale prevede il 15 marzo per la zona A, il 31 marzo per le zone B e C e il 15 aprile per le zone D ed E. Nella zona F non esiste un limite stagionale generale. I Comuni possono stabilire date differenti.
Chi ha il riscaldamento autonomo deve rispettare gli orari?
Anche gli impianti autonomi rientrano generalmente nella disciplina sui periodi di riscaldamento, pur esistendo specifiche deroghe tecniche. Occorre quindi verificare la normativa applicabile al proprio impianto e le eventuali ordinanze del Comune.