Il 30% degli stranieri e il 100% del problema sbagliato

Il 30% degli stranieri e il 100% del problema sbagliato

C’è una nuova idea che gira per la scuola italiana: mettere un tetto agli studenti stranieri che non conoscono l’italiano. Massimo 30% per classe. Oltre quella soglia, pare, l’integrazione si guasta come il latte lasciato al sole.

L’idea ha un suo fascino amministrativo. Il numero è rotondo, rassicurante, severo quanto basta. Trenta per cento: sembra una percentuale uscita da un ufficio con le veneziane abbassate, dove qualcuno ha deciso che l’apprendimento funziona come il sale nella minestra. Un po’ va bene, troppo rovina tutto.

Il problema è che, appena si guarda la cosa da vicino, il ragionamento comincia a camminare con una scarpa sola.

Il 30% alla prova della prima elementare

Prendiamo la prima elementare. Lì, in teoria, tutti partono più o meno dallo stesso punto: si imparano le lettere, le sillabe, le prime parole, il misterioso potere della “h” e il fatto che “quadro” non si scrive come viene voglia di scriverlo. Certo, alcuni bambini arrivano già più avanti, altri meno. Ma la scuola primaria esiste precisamente per questo: prendere bambini piccoli e insegnare loro a leggere, scrivere, contare, capire.

Dunque, se un bambino straniero entra in prima elementare senza conoscere bene l’italiano, non siamo davanti a un’emergenza ontologica. Siamo davanti a un bambino di sei anni. Che, per definizione, non è ancora professore ordinario di letteratura comparata.

Fin qui, la norma del 30% già zoppica. Ma dalla seconda elementare in poi il paradosso diventa più interessante.

Se un alunno viene promosso, dovrebbe essere pronto

Se un alunno frequenta la seconda, la terza o la quarta, vuol dire che qualcuno ha stabilito che può starci. Vuol dire che ha superato, almeno formalmente, l’anno precedente. E se lo ha superato, allora dovrebbe possedere le competenze minime per affrontare quello successivo. Non perché sia straniero o italiano, ma perché la scuola funziona così: si passa avanti quando si è pronti per andare avanti.

Se invece non è pronto, il problema non è la sua nazionalità. Il problema è che è stato mandato avanti lo stesso.

E allora bisogna dirlo con una certa calma, magari appoggiando il cappello sul tavolo: una quota sugli stranieri che non conoscono l’italiano serve soltanto se la scuola ammette di promuovere alunni che non hanno le competenze necessarie. Ma a quel punto la domanda diventa un’altra: perché contiamo solo gli impreparati stranieri?

Perché, se il criterio è la capacità di seguire la lezione, allora dovremmo parlare di tutti gli alunni non allineati: italiani, stranieri, bilingui, monolingui, nati qui, arrivati ieri, arrivati da sempre ma mai davvero arrivati alla grammatica.

Quando un problema didattico diventa amministrativo

Invece la quota fa una magia: trasforma un problema didattico in un problema etnico-amministrativo. Non chiede: “Questo bambino è in grado di seguire?” Chiede: “Questo bambino rientra nel 30%?” È una differenza enorme. Nel primo caso si valuta un bisogno educativo. Nel secondo si compila una tabella.

Naturalmente si dirà: ma se in una classe ci sono troppi bambini che non parlano italiano, l’insegnante non riesce a lavorare. È vero. Ma evidentemente quegli alunni non dovrebbero stare in quella classe, non per la quota del 30%, ma per la preparazione. Ma non ci dovrebbero stare neanche l’1%, se non hanno la preparazione che serve per stare in quella classe.

Invece noi, da popolo pratico, davanti a una perdita d’acqua preferiamo stabilire per decreto quanta umidità sia tollerabile sul soffitto.

Il tetto del 30% ha senso solo dentro una scuola che non vuole guardare in faccia il proprio criterio di promozione. Perché se la scuola funziona, un bambino che arriva in seconda elementare è pronto per la seconda elementare. E se non è pronto, non dovrebbe esserci, indipendentemente dal cognome, dal luogo di nascita o dalla lingua parlata a casa.

Il paradosso dello studente promosso ma non allineato

Se dunque uno straniero promosso dalla prima alla seconda viene ancora trattato come “non allineato”, le possibilità sono due.

La prima: la promozione non significava davvero che fosse pronto. Era un timbro, una carezza burocratica, un “vada pure” detto con lo stesso entusiasmo con cui si manda avanti una pratica che nessuno vuole leggere.

La seconda: il bambino è pronto, ma viene contato lo stesso perché straniero. E allora non stiamo più parlando di livello scolastico. Stiamo parlando di appartenenza.

In entrambi i casi, la norma non risolve il problema: lo rende soltanto più elegante, gli mette una cravatta e lo chiama integrazione.

Il risultato è comico, se non fosse serio. La scuola promuove. Poi la politica dice: attenzione, tra i promossi ci sono alcuni che forse non sanno abbastanza. Poi invece di chiedere perché siano stati promossi, stabilisce che non devono essere troppi. Non impreparati in assoluto: troppi stranieri impreparati. Gli impreparati italiani, evidentemente, fanno parte del paesaggio. Sono difficoltà autoctone, certificate, a chilometro zero.

Se la scuola funziona, il limite è inutile

E qui il paradosso si illumina da solo: se la scuola funziona, il limite è inutile; se la scuola non funziona, il limite è una confessione. Una confessione scritta male, per di più, perché confonde cittadinanza, lingua e preparazione.

Non c’è bisogno di una quota sugli stranieri. C’è bisogno di una scuola che sappia dire chi ha bisogno di aiuto, quale aiuto serve, chi lo dà e con quali risorse. Una scuola che non usi la nazionalità come scorciatoia per misurare ciò che dovrebbe misurare direttamente: la competenza, la comprensione, la possibilità concreta di partecipare alla lezione.

Perché un bambino che non sa l’italiano non è un problema percentuale. È un bambino che deve imparare l’italiano.

E un bambino che non è pronto per la classe che frequenta non diventa più pronto se attorno a lui ci sono meno stranieri. Diventa più pronto se qualcuno gli insegna ciò che non sa. Possibilmente prima di promuoverlo, o almeno senza far finta che il suo passaporto sia una pagella.

La scuola deve insegnare, valutare e accompagnare

La scuola, quando funziona, non ha bisogno di contare gli stranieri come bottiglie in valigia prima dell’imbarco. Ha bisogno di insegnare, valutare, accompagnare, trattenere quando serve e far avanzare quando è giusto.

Tutto il resto è teatro amministrativo.

E nel teatro amministrativo italiano, si sa, il sipario non cala mai: viene solo spostato in un’altra aula, purché non superi il 30%.

E se il 30% lo applicassimo altrove?

E se questo semplice ragionamento non riesce a farlo un governo, o addirittura un ministro dell’Istruzione, allora forse la soglia del 30% andrebbe sperimentata altrove: nei Consigli dei ministri, per esempio, dove sarebbe persino più logica, visto che nessuno verifica davvero se chi siede al governo possieda le competenze minime per starci. Un tempo almeno ci pensavano gli elettori; oggi, troppo spesso, ci pensano le segreterie di partito. E allora sì: prima di contare gli alunni stranieri nelle classi, forse sarebbe il caso di contare gli adulti impreparati nelle stanze in cui si decidono le classi degli altri.

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