Navi Pillay ha ricevuto il Nobel per la Pace 2026 e, tra i tanti pensieri che avrebbero potuto attraversarle la mente, uno ha riguardato soprattutto le donne. In oltre un secolo di storia del riconoscimento, soltanto ventuno figure femminili, lei compresa, sono riuscite a conquistarlo. Una sproporzione che la giurista sudafricana considera il riflesso di una disuguaglianza ancora profondamente radicata nella società.
A 85 anni, dopo una carriera trascorsa tra tribunali, organizzazioni internazionali e battaglie per i diritti umani, Pillay non sembra particolarmente interessata a trasformarsi in una celebrità. Il premio assegnatole il 9 ottobre ha inevitabilmente attirato l’attenzione sulla sua figura, ma lei continua a riportare il discorso su ciò che conosce meglio: le persone che subiscono ingiustizie, le responsabilità dei governi e la necessità di accertare i fatti prima di formulare qualsiasi giudizio.
Nei colloqui concessi alla stampa internazionale dopo l’annuncio del Nobel, e in particolare in una recente intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, ha chiarito di non voler assumere il ruolo di antagonista personale di Donald Trump. Una precisazione tutt’altro che secondaria, considerando le polemiche che hanno accompagnato il riconoscimento. Per Pillay, la difesa dei diritti non dovrebbe dipendere dall’identità del presidente o del governo coinvolto.
È una convinzione maturata molto prima che il suo nome diventasse familiare all’opinione pubblica mondiale. Per comprenderla bisogna tornare a Durban, nel Sudafrica della segregazione razziale, quando una giovane donna di origini indiane decise di intraprendere una professione nella quale quasi nessuno si aspettava di vederla arrivare.
Navi Pillay e il Nobel: una donna che non ha mai voluto essere un simbolo politico
La notorietà improvvisa può cambiare il modo in cui viene raccontata una vita. Nel caso di Navi Pillay, il rischio è quello di ridurre decenni di attività professionale all’ultima controversia internazionale che l’ha coinvolta.
La giurista ha affrontato questo tema nell’intervista rilasciata ad Alessandra Muglia per il Corriere della Sera il 13 ottobre. Alla domanda sul suo presunto ruolo di icona contraria al presidente americano, ha risposto spiegando di non cercare uno scontro personale. Il suo lavoro, ha ricordato, non nasce dalla volontà di contrapporsi a un capo di Stato, ma dall’impegno sviluppato nel corso di una lunga esperienza giuridica.
È una distinzione sostanziale. Un magistrato non è chiamato a stabilire chi sia politicamente simpatico o antipatico, ma a valutare condotte, testimonianze e responsabilità secondo le norme applicabili.
Pillay rivendica questa impostazione anche quando le sue conclusioni suscitano contestazioni. Non chiede che vengano accettate sulla fiducia, né sostiene che un organismo internazionale debba essere sottratto alle critiche. Pretende però che le obiezioni si misurino con il contenuto delle indagini, anziché concentrarsi esclusivamente sulla reputazione di chi le conduce.
Dal Sudafrica dell’apartheid alle aule di tribunale: le origini del suo coraggio
Navanethem Pillay nasce nel 1941 a Durban, in una famiglia sudafricana di origine tamil. Cresce in un Paese nel quale l’appartenenza etnica determina concretamente dove una persona può abitare, studiare, lavorare e quali opportunità professionali le siano accessibili.
L’apartheid non è un concetto astratto nella sua formazione. È l’ordinamento che disciplina la vita quotidiana e limita i diritti della popolazione non bianca. La scelta di diventare avvocata assume quindi un significato particolare: imparare a utilizzare gli strumenti giuridici all’interno di un sistema che considera legittima la discriminazione.
Nel 1967 apre un proprio studio legale nella provincia del Natal, diventando la prima donna a raggiungere quel traguardo professionale nel territorio. Inizia a occuparsi di persone perseguitate per la loro opposizione alla segregazione e di detenuti politici, contribuendo anche alla tutela dei diritti di Nelson Mandela durante la prigionia.
Il suo lavoro comprende inoltre l’assistenza a soggetti vulnerabili, in un ambiente nel quale essere donna e appartenere a una minoranza significa affrontare ostacoli che molti colleghi maschi e bianchi non incontrano.
Questa esperienza spiega una parte importante del suo atteggiamento attuale. Nelle dichiarazioni raccolte all’Aia, Pillay ha ricordato come la resistenza all’apartheid abbia formato una generazione abituata a convivere con la repressione senza considerarla inevitabile.
Il coraggio, nella sua vicenda, non coincide con l’assenza di pericoli. È piuttosto la decisione di continuare a svolgere il proprio lavoro nonostante le conseguenze.
Il passaggio decisivo in Rwanda: quando la violenza contro le donne entra nella storia del diritto
Tra i risultati più importanti della carriera di Navi Pillay ce n’è uno che riguarda direttamente il modo in cui vengono giudicati gli stupri commessi durante guerre e persecuzioni di massa.
Dopo la fine dell’apartheid, la magistrata viene nominata nel 1995 giudice dell’Alta Corte sudafricana. Nello stesso anno entra nel Tribunale penale internazionale per il Rwanda, istituito dalle Nazioni Unite per perseguire i responsabili delle atrocità commesse nel 1994.
Il 2 settembre 1998, il collegio giudicante di cui fa parte pronuncia una decisione storica nel procedimento contro Jean-Paul Akayesu, ex sindaco del comune ruandese di Taba.
La sentenza contribuisce a stabilire un principio destinato a modificare il diritto penale internazionale: lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire atti di genocidio quando vengono commessi con l’intenzione specifica di distruggere, interamente o parzialmente, un gruppo protetto.
Per capire la portata di questa innovazione occorre considerare il contesto. Per lungo tempo le aggressioni sessuali nei conflitti erano state trattate come episodi secondari, inevitabili conseguenze della guerra oppure reati difficili da ricondurre alle strategie di persecuzione organizzata.
Il processo Akayesu contribuisce a superare questa interpretazione. La violenza contro il corpo delle donne può essere esaminata come parte di un progetto criminale più vasto, con conseguenze sulla qualificazione dei fatti e sull’accertamento delle responsabilità.
Non significa che ogni aggressione sessuale commessa durante un conflitto costituisca automaticamente genocidio. Occorrono elementi precisi, compresa la dimostrazione dell’intento richiesto dalla Convenzione del 1948.
Ma proprio questa rigorosa distinzione rende il precedente così importante. Le vittime acquistano una diversa posizione nel procedimento giudiziario: la loro sofferenza non viene più considerata un dettaglio marginale rispetto alle altre atrocità.
Le violenze sessuali in guerra restano una questione aperta
Quasi trent’anni dopo quella sentenza, Pillay ritiene che il percorso sia ancora incompleto. Nell’intervista concessa a Reuters il 13 ottobre 2026 ha sottolineato che i crimini sessuali continuano a ricevere un’attenzione insufficiente in numerosi procedimenti relativi alle guerre.
La giurista ha individuato uno dei problemi nell’atteggiamento di alcuni rappresentanti dell’accusa, prevalentemente uomini, che temono di appesantire i processi introducendo contestazioni difficili da dimostrare.
È un tema che chiama in causa non soltanto le norme, ma anche la preparazione degli investigatori, le modalità di raccolta delle testimonianze e la capacità delle istituzioni di proteggere chi denuncia.
In un procedimento penale, una testimonianza deve poter essere verificata e valutata nel rispetto dei diritti della difesa. Nei casi di violenza sessuale, tuttavia, possono intervenire ostacoli ulteriori: lo stigma sociale, il timore delle ritorsioni, il trauma e la difficoltà di conservare riscontri materiali.
Il risultato può essere che alcuni crimini rimangano fuori dalle imputazioni, pur essendo stati riferiti dalle vittime.
Navi Pillay ha annunciato di voler continuare a lavorare su questo problema anche dopo la conclusione del suo attuale incarico giudiziario. A 85 anni, dunque, non considera il Nobel il coronamento di un percorso ormai concluso, ma un’occasione per riportare attenzione su questioni ancora irrisolte.
Le prove prima delle opinioni: il metodo di Navi Pillay contro la propaganda
Una delle caratteristiche più riconoscibili del suo approccio è la centralità attribuita alla verifica delle informazioni. Nell’intervista rilasciata all’Associated Press, Pillay ha invitato a non accettare passivamente slogan e rappresentazioni propagandistiche, ricordando l’importanza di controllare le prove.
La questione è particolarmente rilevante quando si parla di conflitti armati. Immagini, dichiarazioni politiche, testimonianze e documenti circolano oggi con una rapidità che spesso supera la possibilità di verificarli.
Un’inchiesta seria, invece, richiede tempo. Le fonti devono essere confrontate, le ricostruzioni sottoposte a controllo e le conclusioni distinte dalle ipotesi investigative.
Questo è anche il metodo che Pillay rivendica per la commissione indipendente delle Nazioni Unite da lei presieduta sui territori palestinesi occupati e Israele. Il rapporto pubblicato nel 2025 ha concluso che le autorità israeliane avessero commesso genocidio nella Striscia di Gaza, conclusione respinta dal governo israeliano, che ha contestato l’imparzialità dell’inchiesta.
La giurista sostiene che il lavoro della commissione si sia fondato sull’esame di testimonianze, documentazione e materiali visivi. Ha inoltre manifestato disponibilità ad ascoltare direttamente le posizioni israeliane.
Le conclusioni di quella commissione non equivalgono a una sentenza giudiziaria definitiva. Resta però centrale il principio metodologico richiamato da Pillay: le contestazioni dovrebbero essere affrontate verificando le fonti, la ricostruzione dei fatti e la solidità dei ragionamenti, non soltanto attraverso accuse personali.
È un insegnamento che riguarda anche l’informazione. Quando la discussione pubblica si concentra interamente sulle identità politiche dei protagonisti, il contenuto delle prove rischia di scomparire dal dibattito.
Perché Pillay difende i giudici dell’Aia senza trasformarsi in una leader politica
Il ritorno di Navi Pillay all’Aia dopo l’annuncio del Nobel è stato segnato da un gesto preciso: una visita ai colleghi della Corte penale internazionale, destinataria delle nuove sanzioni statunitensi del 9 ottobre.
La magistrata conosce personalmente quell’istituzione, dove ha lavorato dal 2003 al 2008. La solidarietà espressa al personale nasce quindi anche dalla consapevolezza delle difficoltà che possono affrontare i professionisti impegnati nelle indagini.
Le conseguenze delle misure americane non riguardano soltanto figure di vertice, ma possono incidere sui rapporti economici e sull’organizzazione del lavoro, pur in presenza di deroghe e autorizzazioni per determinate attività.
Nelle interviste, Pillay ha insistito sulla necessità che gli Stati continuino a sostenere concretamente le istituzioni internazionali. Non considera sufficiente difenderne il prestigio a parole se poi magistrati e funzionari vengono lasciati soli davanti alle difficoltà operative.
Il suo ragionamento conserva però una distanza evidente dalla competizione politica. Non rivendica il diritto di sostituirsi ai governi e non pretende che il Nobel trasformi le proprie valutazioni in decisioni vincolanti.
Piuttosto, sottolinea che l’efficacia della giustizia dipende dalla possibilità di applicare regole e procedure senza che ogni cambiamento degli equilibri politici ne comprometta il funzionamento.
Dal Myanmar al caso dei Rohingya: il lavoro giudiziario continua
Nonostante l’attenzione internazionale sia concentrata sul premio ricevuto, Pillay è ancora impegnata in un procedimento di grande rilevanza presso la Corte internazionale di giustizia.
Partecipa come giudice ad hoc alla controversia promossa dal Gambia contro il Myanmar, relativa alla presunta violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio nei confronti della popolazione rohingya.
Si tratta di una vicenda diversa dai procedimenti davanti alla Corte penale internazionale. Quest’ultima giudica persone accusate di determinati crimini; la Corte internazionale di giustizia, invece, esamina controversie tra Stati e questioni relative ai loro obblighi internazionali.
La differenza può sembrare tecnica, ma è fondamentale per comprendere il ruolo di Pillay. La sua carriera attraversa entrambi i piani: l’accertamento delle responsabilità penali individuali e la verifica degli obblighi assunti dai governi attraverso i trattati.
Il fascicolo sul Myanmar dimostra inoltre quanto le questioni al centro della sua attività non siano circoscritte all’attualità mediorientale o alle tensioni con Washington.
La protezione delle minoranze perseguitate, il riconoscimento delle violenze e la possibilità di ottenere una decisione giuridica rappresentano temi presenti in territori e contesti politici molto differenti.
Dopo il Nobel, Navi Pillay vuole tornare alle radici africane
Forse l’aspetto meno prevedibile delle sue dichiarazioni recenti riguarda il futuro. Interrogata su come intenda utilizzare la visibilità conquistata con il Nobel, Navi Pillay non ha indicato una nuova campagna internazionale contro un determinato governo.
Ha parlato soprattutto del Sudafrica e del continente africano.
La sua attenzione si concentra sulle difficoltà incontrate dalle organizzazioni della società civile, spesso costrette a operare con risorse economiche limitate e con minori opportunità di finanziamento rispetto alle realtà dei Paesi più ricchi.
Nel colloquio con il Corriere della Sera ha indicato anche un interlocutore preciso: l’Università del KwaZulu-Natal, a Durban, dove esiste già il Navi Pillay Research Group, una struttura accademica dedicata allo studio dei diritti umani e della giustizia sociale.
Non si tratta di un progetto appena annunciato sull’onda del premio. Il gruppo ha una propria attività di ricerca e obiettivi definiti, che comprendono lo studio delle disuguaglianze, delle discriminazioni e delle condizioni dei soggetti vulnerabili nel Sudafrica successivo all’apartheid.
Tra i temi affrontati figurano le differenze economiche e sociali, le questioni di genere, i diritti delle persone con disabilità, l’accesso alla terra e i problemi legati alla protezione dei diritti anche negli ambienti digitali.
La struttura punta inoltre a sviluppare percorsi formativi universitari, favorire la ricerca interdisciplinare e contribuire al confronto sulle politiche pubbliche.
È qui che il progetto personale di Pillay assume una dimensione particolarmente interessante: trasformare l’esperienza accumulata nei tribunali internazionali in conoscenze, formazione e iniziative utili alle nuove generazioni.
Non è stata annunciata una destinazione specifica del denaro del Nobel a questo programma. La giurista ha però espresso chiaramente l’intenzione di dedicare una parte importante del proprio impegno futuro alle realtà accademiche e associative africane.
Il significato più profondo del Nobel a Navi Pillay
Esiste un filo che collega la giovane avvocata di Durban alla magistrata che oggi lavora all’Aia. Non è soltanto la scelta di occuparsi dei diritti umani, ma la convinzione che le norme possano avere effetti concreti sulla vita delle persone.
Nel Sudafrica dell’apartheid, il diritto rappresentava anche uno strumento utilizzato per legittimare la discriminazione. Nel Rwanda del genocidio, la giustizia internazionale ha dovuto imparare a riconoscere forme di violenza che in precedenza avevano ricevuto un’attenzione insufficiente. Nei procedimenti contemporanei, invece, il problema riguarda la capacità delle istituzioni di conservare indipendenza e credibilità in un contesto di forti pressioni politiche.
Non sono esperienze identiche e non possono essere ridotte a un’unica spiegazione. Hanno però contribuito a formare la visione professionale di Pillay: nessun ordinamento è perfetto e nessuna conquista giuridica può essere considerata definitivamente al riparo da arretramenti.
La stessa giurista riconosce che il cammino della tutela dei diritti procede lentamente, tra risultati importanti e nuove difficoltà. Proprio per questo considera indispensabile continuare a investire nella formazione, nell’accertamento dei fatti e nel lavoro delle istituzioni.
Il riconoscimento del Comitato norvegese arriva quando molte organizzazioni internazionali attraversano una fase complicata. Ma per Navi Pillay il suo significato non si esaurisce nelle polemiche che hanno occupato le prime pagine dei giornali.
A 85 anni, la donna che ha sfidato l’apartheid non cerca un nuovo avversario da combattere. Cerca piuttosto nuovi strumenti per difendere chi continua a non avere voce.
Il suo prossimo capitolo potrebbe quindi svolgersi lontano dalle cerimonie ufficiali e dalle grandi capitali diplomatiche: nelle università, tra giovani ricercatori e nelle comunità africane alle prese con disuguaglianze che decenni di cambiamenti politici non sono ancora riusciti a cancellare.
Una prospettiva che restituisce al Nobel un significato meno celebrativo e più concreto. Per Pillay il riconoscimento non è necessariamente il punto di arrivo di una vita professionale. Può diventare uno strumento per dare continuità a ciò che ha cominciato molti anni fa.